C’era una volta

Primo appuntamento: una bomba. E nemmeno ero sicura  di volerci uscire.

Lavoratore fuori sede, moro, taurino, TANTO taurino.  Mi portò su un promontorio con la sua moto, prima di salire gli dissi che avevo paura “andrò piano, così non ti spaventi”. Ciao.

Arrivammo e guardammo la luna, parlammo, le sue dita mi spostarono i capelli dal volto, si avvicinò lentamente, mi accarezzò il viso e poi mi baciò. Dalla valle, in quel momento, esplosero dei fuochi di artificio a rendere tutto perfetto, non li ho immaginati soltanto, c’erano davvero, così come quelli che mi esplosero nel cuore, o forse un po’ più in basso visto che lo pregai di portarmi a casa sua per fare l’amore. Risaltammo in moto, le mie mani erano diventati tentacoli sul suo petto.

ehi, smettila, devo andare piano o tu hai paura”.

Mi prese di peso, mi appoggiò sul letto, mi salì sopra. Lo presi, mi prese, mi ebbe. Mi guardò come si guarda una principessa, ma porca, mi fece sentire donna. Tre volte. In tre modi diversi.

Mi rivestii, avevo la macchina poco distante da casa sua “puoi rimanere” preferii andare. “ti accompagno, non ti lascio camminare da sola per la città“. Ciao.

Per il secondo appuntamento decise invece di portarmi una giornata in un paesino magico, senza luogo e senza tempo. Mi venne a prendere sotto casa.

Pranzammo, bevemmo, ridemmo. Ogni suo gesto sembrava uscito da un libro di favole e non quelle di Andersen, che sono sempre un po’ inquietanti, ma di quelle belle, di quelle su cui tutte le bambine sognano il proprio futuro. Mi sentivo bene, felice. Mi esplodeva il cuore in gola. All’imbrunire tornammo verso le città, si ruppe il cavalletto della moto, di cui non avevo più paura tanto Lui riusciva a farmi sentire al sicuro. Ridemmo ancora, il cuore era leggero, un cavalletto ci stava regalando altro tempo da trascorrere insieme, come se quella giornata non dovesse mai finire. Ma poi arrivammo a casa, preparò una cena improvvisata, ci baciammo, mi acchiappò e mi fece felice. Altre tre volte. Ormai era tardi per tornare a casa, mi chiese di rimanere li. Accettai, questa volta. Parlammo. Parlammo. Parlammo troppo. O parlammo troppo poco prima. Non so dire adesso e non credo nemmeno abbia importanza. Ma nessuno dei due rise.

Non ci vedemmo mai più. Era sposato con tanto di Hansel e Gretel a chiamarlo papà.

Maledetto Andersen.

19/07/1992

Avevo otto anni. Ero in vacanza, dalla nonna. Ero felice, come ogni ottenne al mare il giorno del compleanno della sua mamma. Saltellavo in giardino. Presa dalla sete rientrai. Trovai nel salotto la tv accesa, la nonna che scuoteva la testa e la mamma atterrita che piangeva un pianto silenzioso.

Mamma che succede? Non stai bene?”

“È successa una cosa terribile. Oggi hanno vinto i cattivi”

Me lo ricordo come se fosse ora. Forse perchè continuano a vincere i cattivi e di eroi non ce ne sono più.

Ust_experience

Girovagavo annoiata su facebook mentre la mia amica seduta accanto a me guardava la tv. Ad un certo punto leggo un post sponsorizzato che invitava ad una cena a domicilio. Uno chef che ti arriva a casa, ti cucina e poi se ne va. L’uomo senza tonno. Questo il nome della pagina. Potevo dunque non incuriosirmi? Piena di entusiasmo chiesi alla mia amica se le sarebbe piaciuto. Un sì distratto arrivò dalla mia destra. Bene. Click. Eccomi sul profilo di questo strano personaggio, nella fotina barbuto alla maniera hipster, con in mano un mazzo di carciofi su sfondo giallo.  Click. Messaggio privato. “Ciao, mi chiedevo se ci volesse un mutuo per avere i tuoi servigi e nel caso non ci volesse, come funziona”.

Poco dopo arriva un messaggio dettagliato con un range di prezzo da fissare in base al menù che i commensali avrebbero scelto. L’uomo senza tonno (Ust da ora in poi) avrebbe creato una scelta di antipasti, primi e secondi, una volta scelti avrebbe fatto il preventivo, fissata la data della cena, fatto la spesa e infine cucinato.

Io e le mie amiche abbiamo scelto:

-frittata di ricotta e verdure

-lasagne al pesto fatti in casa con purè leggero di patate e crescenza

-salmone marinato (miele limone ecc ecc) e gratinato con misticanza

L’Ust è arrivato armato di coltelli e macchina per stendere la pasta, con la sua camicia a quadri, ma state tranquilli, niente risvoltini, hipster si, ma fino ad un certo punto. Donne, ricordatevi che l’Ust è pure un bel pezzo di figliolo del sud, quindi, se da ora in poi le specifiche culinarie vi sembreranno dei doppi sensi, si. Lo sono.

Una volta fatta la spesa ha indossato la sua bella divisa da chef, o come ama definirsi lui, scièf, con tanto di nome e cognome ricamato sotto un pettorale.

l’Ust ama il suo lavoro, lo ama in maniera profonda, non è difficile accorgersi della passione e della dedizione che trasuda mentre cucina, dell’attenzione e della concentrazione che mette nei dettagli. Mentre io scacciavo il pensiero “ma anche a letto sarà così?” l’Ust si apprestava a pulire i mazzi di basilico che avrebbe pestato con il suo mortaio. Vigorosamente impugnava e schiacciava, premeva e sminuzzava, aggiungeva olio, per lubrificare e giù di nuovo a pestare e premere. Mentre io scacciavo il pensiero “ma anche a letto sarà così?”.

Lui parla ride e scherza, spiega i piatti, tranne nei passaggi dove la concentrazione è massima, dunque cambia sguardo e si chiude nel suo mondo fatto di dosi, uova e olio d’oliva.

Dopo un’ora e mezza il pesto per le lasagne era pronto. Passo successivo tagliare le verdure per la frittata, che ha deciso avrebbe fatto in forno. Una volta messe le verdure a cuocere era il momento di fare le lasagne. Farina messa a fontana e nel mezzo gli ingredienti, mi fermo alle uova perchè poi la mia attenzione è iniziata ad andare su quelle mani che impastavano, giravano, reimpastavano, acchiappavano e reimpastavano di nuovo. Mentre scacciavo il pensiero “ma anche a letto sarà così?”, solo che purtroppo questa volta l’ho sostituito immaginando di essere io quella pasta su quel piano della cucina, in mezzo all’isola, accanto ai fornelli fai di me ciò che vuoi, prendimi e strapazzami come un uovo, girami e rigirami come credi meglio.

“Sandra, hai un mattarello? Se lo hai dopo la stendo con quello invece che con la macchina” fine della fantasia. E niente questo Ust, così professionale non usa scorciatoie. La pasta viene messa a riposare, mentre si procede con il condire il salmone. “Senti che buona questa senape” mi allunga un cucchiaino che io metto in bocca imponendomi, questa volta, di non fare nemmeno salire nella parte conscia il pensiero che stava nascendo in qualche parte recondita di me.

L’Ust, prosegue, nella sua marcia lavorativa, divertito dal suo mestiere, parla, canticchia, completamente a suo agio in una casa che non conosce, curioso di sapere gli usi e costumi culinari e non, della mia città. Dopo quattro ore di preparativi io ero stremata per lui, che invece senza batter ciglio, come un soldatino, prende il mattarello e comincia a stendere la pasta delle lasagne. Mentre io scacciavo il pensiero “ma anche a letto sarà così?”

A quel punto ho deciso che fosse cosa saggia andarmi a fare una doccia, magari anche fredda.

In perfetto orario arrivano le commensali ed in perfetto orario la cena è pronta. L’Ust ci serve un piatto dopo l’altro con garbo, e spiegazione tecnica. Non c’è che dire, una delle migliori cene mai mangiate.

Insomma, uno chef a domicilio ti fa capire il lavoro che c’è dietro ad ogni pietanza, la fatica di un lavoro che non è possibile fare senza profondo amore, senza curiosità e capacità di entrare nel cuore della gente. Mangiare può diventare un’esperienza da raccontare, oltre che da condividere, quindi gente, lasciatevi tentare, adottate anche voi L’uomo senza tonno per qualche ora, sono certa che non ve ne pentirete. Contattatelo qui: chiedimi@uomosenzatonno.com, ma poi, con una mail così, come non amarlo?

Vostra,

Sandra

Il boia del cuore

Non è facile lasciare. C’è chi dice che è molto più facile di essere lasciati. Ma se ci pensate bene, lasciare ti mette già nella condizione di essere la merda, la stronza o molto più spesso la troia. Spesso si creano fazioni di pro e contro, tu ascolti tutti, ma sai già la risposta. La fine di una storia importante la vivi lentamente, capisci da tanti piccoli segnali che Lui  non è più tra le tue priorità, tra le tue attenzioni. Lo senti scivolare via piano piano. Sono le piccole cose di cui non ti vuoi accorgere ma che esistono. Improvvisamente un complimento fatto da uno sconosciuto diventa una bolla d’aria, la distrazione di un attimo ti porta nuovamente a sognare e ti rendi conto che non ridi da quanto? E, ancora peggio, da quant’è che non ridi con Lui? Ma no, sarà solo un momento di crisi. Aspetta, ma quand’è stata l’ultima volta in cui abbiamo fatto l’amore.. e che mi è piaciuto? E allora con grande coraggio ti guardi l’anima, capisci che stai per smontare tutto quello che hai desiderato e costruito, per ripartire da zero, lo affronti e come un kamikaze fai brillare tutto quello che ti sembrava di avere.

Altra storia è lasciare qualcuno dopo un po’ di frequentazione che proprio non ce l’ha fatta a scoccare la freccia, lo fai a cuore più leggero, personalmente con un pizzico di insofferenza, si dai, sono tre mesi e mi annoio. di cosa stiamo ancora qui a parlare?

Poi ci sono le storie vorrei ma non posso, dove tutto era perfetto sulla carta, ma nella realtà non c’è proprio una sega di perfetto. Magari fisicamente va una favola, i presupposti ci sono tutti, è quasi tutto perfettto e meraviglioso ma niente, alla lunga vi detestate in egual misura. La tiri avanti, perchè in cuor tuo quella carta canta e canta tutte le canzoni della Disney, ma puntalmente la realtà ti rutta addosso la cipolla del giorno prima. Ci provi fino alla fine, ma niente, arriverai a dover fare i conti con il granchio che hai preso, lo guarderai negli occhi e ci farai le pennette.

Infine ci sono le volte in cui tu vuoi solo fare del sano sesso e Lui invece no. Decide di volere di più, di provarci e corteggiarti e tu non fai altro che pensare “ma può essere che sempre al momento sbagliato l’uomo perfetto?” perchè tu proprio non ne vuoi sapere, ma capisci presto che se fosse davvero l’uomo giusto non ci sarebbe momento che tenga, ti travolgerebbe e ti lasceresti servire da tutto questo corteggiamento folle. Dunque, a malincuore, perchè scopava proprio bene e in un momento diverso forse… lo guardi negli occhi spezzandogli il cuore, soprattutto togliendogli quel romanticismo, quella voglia di corteggiare che ha dimostrato, praticamente, sai che lo stai rompendo definitivamente per quella che si innamorerà di lui e che patirà le pene dell’inferno.

Dire addio non è mai facile, nè da una nè dall’altra parte, ma essere il boia di una storia lunga o breve che sia è sempre una gran rottura di cuore.

Ma del resto si sa, dopo non si videro mai più.

La mia primavera

Avevo da poco compiuto 18 anni, da due anno ero perdutamente innamorata di un ragazzo molto più grande di me, che per limiti di legge non mi aveva chiesto mai di uscire. Un bel giorno di aprile, lo incontrai nel solito bar in cui lo pedinavo, si avvicinò, mi salutò, mi offrì un caffè e d’improvviso, come il sole che esce dopo un temporale, mi chiese un appuntamento per la domenica successiva. Non stavo nella pelle, passai i tre giorni prima della data X a pianificare con le amiche ogni dettaglio: come vestirmi, come pettinarmi, come truccarmi, cosa avrei detto e quando. Il sabato sera non riuscivo a prendere sonno, agitata ed emozionata com’ero. Finalmente, quel giorno tanto agognato era arrivato. Mi sembrava di essere Cenerentola che sognava il ballo al castello, mi mancavano solo i topini e gli uccelletti. Caddi in un sonno profondo e al mio risveglio purtroppo fui colta da una acerrima nemica: l’allergia.

Occhi gonfi, starnuti e tossina malefica. Erano le 10 e alle 15 avrei dovuto vedermi con l’uomo che pensavo sarebbe stato il mio principe azzurro (avevo diciotto anni, non sottovalutatelo). Cercai di mantenere la calma e prima di pranzo presi un antistaminico. Si. povera bimba innocente. Presi un antistaminico. Intorno alle 14.30 ero in stato catatonico.

Dove mi appoggiavo dormivo. Mia madre provò a suggerirmi di non uscire, ma giammai, avrei spostato QUELL’appuntamento.

Lui arrivò puntualissimo sotto casa, scesi, convinta che l’eccitazione mi avrebbe svegliata, da qualche parte le mie endorfine avrebbero dato scossoni neurologici agli effetti collaterali dell’allergia. Ne ero certa.

Sbagliavo.

Mi portò in un parco, sdraiati sull’erba lui mi parlava e io pensavo solo a come fare a non dormire. Pensavo che meno male che avevo preso l’antistaminico, circondata da ogni albero e fiore com’ero. Cercavo di elargire grandi sorrisi ma non risucivo davvero a seguire il discorso.

ma tutto bene?” “ sisisisisiisi benissimo, perchè?” “no… mi sembri strana… ti annoi?” non ricordo altro.

Signori, mi addormentai.

Mi risvegliai non so quanto dopo con lui seduto accanto a me, ricordo nitidamente che disse sorridente “ammazza quanto russi!” e quel che è peggio aggiunse “dai piccolina, ti riporto a casa dalla tua mamma, è bene che dormi” con un tono terribilmente da fratello maggiore.

Mi sentii una bambina scema, con lui tanto grande e tanto uomo, ai miei occhi.

Lo rividi, lo rividi eccome, al bar, ma non lo rividi mai più da sola, in un prato, durante un appuntamento.

Dentro all’anima soltanto

E ancora non sai come potrai trovare lungo i muri un’esperienza; sapere vorrai, ma ti troverai due anni dopo al punto di partenza.

Si era rinfighettato a dovere. Profumo copioso su giacca nuova appena acquistata spendendo metà del suo salario, capelli appena tagliati da barbiere di fiducia pagato a nero, orologio di lusso al polso rubato al babbo (che dopo averlo preso in regalo per la pensione non se l’era più messo), mocassino Frau in tinta col resto dopo un’ora, un’ora e mezzo di consigli della sorella, pantaloni con risvolt… no, quando è troppo è troppo.

Arrivò in centro in anticipo. “Cinque minuti, dai! Cinque minuti…”. Glielo diceva sempre la sua ex. Perché doveva pensarla in quel momento? Che poi “ex”… dopo due anni si è ancora ex? E’ un titolo a vita? Non per rinnegare niente eh, ci mancherebbe, ma non c’è un nomignolo meno vincolante? Tipo “la ragazza con cui prima ho passato diverso tempo” o “quella che mi diceva che non mi avrebbe messo mai le c…” “Ciao!” “Porca putt…” Eh, era proprio bella. Quando si conosce qualcuno virtualmente si ha sempre paura che dal vivo sia un cesso senza catenella. Queste giovincelle d’oggi sanno come barare con le foto: faccia a papero, scatto dall’alto per non far vedere il gozzo, filtri da applicare con quella macchina infernale che è Instagram. Ma lei era bella davvero. E gli parte la sudorazione tremenda alle mani. Ora che si dice? Che si fa? Girellano chiaccherando molto tranquillamente in realtà, e nota con piacere che pure lei si è agghindata come se andasse ad un matrimonio. Il che, come insegna l’esperienza, di solito è segno buono. Capelli biondi lisci che paiono fatti di fili dorati ma leggermente rasati ai lati per dargli quel tocco di porcume che serve, occhioni con ampio trucco (perché gli uomini non devono sapere il nome tecnico del trucco agli occhi, per noi è “trucco agli occhi”) che le danno un aspetto a gattona soriana ammaliatrice, seno giusto su quel tipo di corpo (una quinta sarebbe stata ridicola), giubbotto di pelle che cadeva sui fianchi, sinuoso come un rigagnolo lungo le valli del fiordo di Bergen, il culo

(stacco immagine: appare san Pietro col volto di Antonio Zequila che apre il cancello del Paradiso e si avvicina illuminato da una luce aurea attorno al corpo, sussurrandogli: “Il culo!”. Fine stacco)

Bevono in un pub. Lui meno del solito. Anche perché finire a vomitare su una panchina può non essere un ottimo incentivo per un successivo appuntamento. Escono, altri due passi, altre due chiacchere. La notte scura li abbraccia amorevolmente. Si siedono sugli scalini del Duomo, che da dietro li vigila austero come una suora dell’anteguerra con un bambino all’asilo. “Sono stata bene” “Anche io…” “Hai la macchina distante?” “Il residuo bellico? No, è qua al Serraglio” “Io in piazza Mercatale, dall’altra parte” “Devi andare?” “Cinque minuti, dai! Cinque minuti…”

(Stacco scena: il pakistano che passeggia davanti butta a terra le rose e estrae una scimitarra dai calzoni, corre e gliela pianta nel cuore).

Camminando verso la macchina si accorse che tutto questo darsi da fare con altre ragazze non lo stava portando da nessuna parte. Tutto questo impegnarsi in profumi e belle giacche non lo rappresentava, non poteva guarire da ciò che era. Aveva voglia di gettare via tutto, di spogliarsi nudo e correre. Ma il poliziotto lì accanto non l’avrebbe presa bene. Quindi, malinconico nonostante la bella serata, si mise al volante, si accese una sigaretta, alzò la radio e si inoltrò nella notte pratese.

E senti ancora quelle voci di mezzi amori e mezze vite accanto; non sai però se sono vere o sono dentro all’ anima soltanto

 

 

Bio: Chiorbaciov nasce negli Stati Uniti nel 1988. Da bambino viene notato dalla Disney, che lo fa diventare una piccola pop star e lo inizia al culto di Satana. Il calco delle sue gambe viene usato per i manichini di Calzedonia. Attualmente è uno dei redattori di Lercio.it

Da Tolkien al Santo Graal

Ci sono molti vantaggi per noi donne con i tempi moderni, certo, la storia della parità dei sessi ci ha rese piccoli cyborg tuttofare, mogli-madri-uomini-lavoratrici e, forse quel che è peggio ha trasformato il ruolo dell’uomo, ormai confuso su come approcciarsi a noi. Ma è vero che ci sono molti vantaggi prettamente femminili, come dicevo. Due su tutti sono la coppetta  e l’anello entrambi vaginali. Ebbene si.

L’anello vaginale è in vendita in farmacia ed è  in soldoni un sostituto della pillola anticoncezionale “un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli.”. Ha la stessa dose di ormoni che agiscono localmente, quindi il sangue e tutti gli altri organi non ne risentono. La retenzione idrica, quella ahimè resta soggettiva. Io ho iniziato ad usarla quando dovevo andare a New York, un viaggio -bellissimo- con un fuso orario importante, quindi il pensiero fu “ma la pillola, come faccio a prenderla rispettando l’orario italiano?”. E dunque inserii questo anello. È talmente comodo che la prima settimana lo cercavo ogni volta che facevo la pipì, non si sente, sparisce, fin tanto che lo devi levare.

Durante i rapporti ci sono due possibilità. Se Lui è decisamente importante, lo si può togliere, fino ad un massimo di cinque ore al giorno. Suvvia, cinque ore vi bastano per Dio! Se Lui è normodotato non se ne accorgerà nemmeno, se non magari il primo giorno in cui l’avete inserito (l’anello, non il pisello), ma dopo un paio di spinte, state serene che si posizionerà laddove non darà noia. Immagino sia inutile dirvi che per i rapporti occasionali bisogna comunque usare il preservativo, già lo sapete e siete attrezzate con scatole e scatole di condom nei cassetti dei comodini.

La coppetta vaginale esiste di più marche, la potete trovare in alcune farmacie, nei negozi bio oppure on line. Cos’è questa coppetta? È un contenitore per il ciclo che inserirete e svuoterete più volte al giorno liberandovi dell’assorbente, dei cattivi odori e delle pipì splatter. La prima volta che l’ho usata è stato facile inserirla, anche questa se messa correttamente non la sentirete minimamente, altrimenti qualcosa non va. Bene, toglierla la prima volta è stato un po’ più tragicomico. Essendo retta dai muscoli vaginali chiaramente se siete agitate la vostra vagina non la sputerà mai fuori. Io nel panico chiamai l’amica che me l’aveva consigliata che mi disse di rilassarmi, accucciarmi come i cinesi che aspettano il bus e praticamente partorirla. Funzionò e dalle volte successive sono stata in grado di levarla e metterla nelle situazioni anche più d’emergenza, come nel bagno della palestra. Esistono due misure, la A e la B che si differenziano per pochi millimetri. la A è per le adolescenti al primo ciclo fino ai 30 anni, la B per i 30 in su e per chi prima ha partorito.

I vantaggi sono molteplici, oltre a non inquinare, essere anallergica, riutilizzabile almeno per quattro anni, essere più pulite, c’è anche la questione sesso. Molti maschietti non amano il sesso pulp, ma la coppetta tenendovi la zona clitoridea immacolata e preservandovi da ogni cattivo odore, gli permetterà quanto meno di giocare con le mani, non rinunciando così al piacere per cinque giorni.

Sperando di esservi stata utile, vi auguro un felice giro nelle modernità degli anni dieci del 2000

Sandra.

Amorevolmente social

Avevo litigato con il mio ragazzo, per l’ennesima volta, una discussione feroce, dopo sei anni di fidanzamento, l’ultimo era diventato un inferno. Ricordo che dopo la discussione piansi, mi misi su una panchina in un giardinetto, al sole che scalda, anche quando dentro è tutto freddo. Presi il telefono e aprii Instagram, per distrarmi. Incappai nelle foto di un ragazzo, moro e con gli occhi pieni di vita. Un like tira l’altro e presto scoprii che c’era una chat anche su Instagram. Lo scoprii perchè apparve un sorrisino, un sorrisino che a me parve il paradiso. Da lì nemmeno ce ne accorgemmo che ci trovammo vicini e complici tanto da passare un anno a condividere foto solo perchè l’altro potesse capire che ci stavamo pensando. La libreria cresceva, così come la voglia di incontrarci. Il mio fidanzato era sempre più algido e io anche, ma sei anni non si buttano così alle spalle solo per uno sconosciuto che ci cresce nel cuore. Litigavamo, facevamo pace e ci affezionavamo, ma io avevo paura, paura di buttare via tutto e di rimanere con nulla. Il mio terrore trovava sempre pace, in quella chat. Sapeva tranquillizzarmi e sapeva come farmi sentire speciale.

“Un giorno mi sono riscoperto a guardare la forma delle nuvole, e mi sono accorto che gli alberi perdevavano le foglie e guardavo quelle che restavano appese ai rami. Ho pensato che gli alberi l’hanno sempre fatto e io non me ne sono mai accorto. Grazie Sandra”.

Questo mi disse quando in preda al panico gli spiegai che non volevo fargli del male, ma che davvero non potevo buttare tutto all’aria per un capriccio. Lui era perfetto, valeva la pena tentare e decisi che dovevamo incontrarci. Da UOMO qual era, non se lo fece dire due volte raggiungendomi nella mia città. Il cuore mi batteva, quando lo vidi da lontano arrivare e mi esplose in gola quando le sue braccia mi avvolsero. Ero confusa, mi sentivo colpevole, mi sentivo sbagliata e infame nei confronti di tutti. Rimanemmo abbracciati tutte le tre ore passate insieme, in quell’abbraccio trovai la forza per tornare a casa e chiudere con il mio fidanzato. Lo accompagnai alla stazione, lo vidi partire, tornai a casa piena di speranza e forza, aprii la porta e trovai il mio fidanzato seduto sul divano in lacrime.

“mi manchi, per favore, siediti vicino a me e riproviamoci”.

Entrai nel panico, non sapevo cosa fare, ma alla fine, decisi di investire le mie energie in quel rapporto lungo e duraturo, chiudendo il cuore a quel bel giovane principe che provava a portarmi via da quel castello fatto di insicurezze e vigliaccheria, paure e morale. 

Inesorabilmente mi allontanai da Lui, che capì senza proferire parola, senza che dovessi spiegare. Disse soltanto che non abbiamo un manuale che ci dice cose fare in certe situazioni. Bisogna solo prendere coraggio e buttarsi. E io quel coraggio non lo avevo. Presi il mio vestito da principessa e lo chiusi in soffitta, dove probabilmente ho lasciato anche il mio cuore. 

Non lo rividi mai più. E ogni giorno della mia vita me ne pento. 

Questioni di Misure

Ero una poco più che ventenne, non ero arrivata ancora al quarto di secolo. Stavo con un ragazzo molto apatico, da un paio d’anni. Sapevo che la storia stava volgendo al termine, anche perchè avevo messo gli occhi su un altro.. Insomma, segnali abbastanza forti che la mia relazione era agli sgoccioli. Eravamo vicino a Natale, ma nonostante ciò decisi di prendere coraggio per parlargli. Quella sera mi invitò a casa sua, disse che i genitori non c’erano e ne fui sollevata.

Arrivai dopo un lungo training autogeno e anche qualche respirazione nel sacchetto di carta.

Tolsi il cappotto, bagnato dalla neve e la sciarpa, anch’essa umida. Lui era nervoso, pensai che sicuramente stesse aspettando il fatidico discorso, visto quanto ero stata fredda nei mesi trascorsi.

Mi schiarii la voce, per iniziare a parlare, ma Lui disse che doveva dirmi una cosa.

Sgranai gli occhi: non poteva essere, ma stava mettendo la mano in tasca, per prendere qualcosa, che non poteva essere quello che stavo pensando. E invece, tirò fuori una scatolina, si, proprio di quelle con dentro gli anelli. Ricordo nitidamente quello che pensai in quel momento, una parola sola, ma decisamente eloquente: MERDA.

Aprii la scatolina, da ameba quale era nemmeno si era preparato un discorso, me la sventolò sotto al naso. In preda al panico presi l’anello, che grazie a Dio era enorme. Mi sembrò la mia via di uscita quell’anello così fuori taglia per il mio dito. Lui sembrò mortificato, non volle sentire ragioni e saltò in macchina subito per andare al centro commerciale e cambiarlo, lasciandomi in casa sua con le mani tra i capelli, senza sacchetto di carta, cercando di riagguantare i miei pensieri e tirarne fuori un piano che includesse un trasferimento estero rapido e indolore. Ma nulla. Lui tornò prima che ci riuscissi dicendomi che l’anello non si poteva stringere- meno male- e che prima di marzo non lo avrebbero cambiato. “marzo?! e chi ci arriva a marzo???” esplosi, tappandomi subito dopo la bocca. Mi chiese in che senso. Sperò che fosse per l’impazienza di indossarlo. Ma abbassai la testa, presi il cappotto, la sciarpa e me ne andai, senza nemmeno tentare di raccogliere i suoi pezzi di cuore sul tappeto.

Non lo rividi mai più, più per vergogna che per reale mancanza di volontà.

Lei, Sandra

Lei Sandra, che troia. Direte, t’ha fregato il ragazzo. Ma chi se ne frega del ragazzo. Direte sparla di te con le amiche, o nel cesso mentre si trucca quella faccia a vacca in calore.

No, non è così semplice. È una questione di agonismo. Di sudore di blocchi e pick and roll. Non vi agitate. Scrivo in Italiano e la sola parola che so in inglese è la parola chiave del mio sport. La pallacanestro. Che sport, che disciplina meravigliosa. Una partita significa sudore, come una corsa campestre nel fango, combattuta con l’agilità di un’ astacolista e la reattività di un saltatore in altro. E la testa di un giocatore di scacchi. Una testa perfetta, che vede tutte le mosse per arrivare alla vittoria, ma capisce anche tutte quelle che porteranno alla sconfitta. La testa è importante sempre. A parte quando c’è lei : Sandra.

Ci incontriamo due volte l’anno. Una volta da noi, una volta da loro. Non c’è ninete da fare. Come entro in campo, il mio primo sorriso è per lei. E il suo è per me. Io tengo lei e lei tiene me. Non puo’ essere altrimenti. Ed inizia una sfida fisica, un uno contro uno interminabile. Che goduria. Meglio di una scopata. Sotto canestro gli spazi si restringono i contatti divengono violenti. Lo spazio va difeso o conquistato. Poi ci sono i tiri liberi e tiriamo il fiato e ci insultiamo esaltandoci i difetti fisici. –ti vedo un po’ sovrappeso- – Ti si sono sgonfiate le puppe- -Ti sei depilata eh, troiona, chi ti sbatte stanotte ?-

È un gioco al massacro, è la mia nemica ideale. Ed io sono la sua. Siamo fatte l’una per l’altra, nell’odio agonistico. Siamo così simili che mi faccio paura! A fine partita ci diamo la mano con apparente sportività. E ci diamo appuntamento alla prossima sfida, sudate, grondanti piene di graffi. I suoi, i miei.

Ieri l’ho vista, la troia. Era in un pub. Era la prima volta che la vedo fuori da un campo di Basket.

Lei mi ha visto. Ma fa finta di niente. Io pure. Bevo, lei beve. Lei beve, io bevo. È una comunicazione irreale. Devo pisciare. Mi dirigo al bagno. Lei è lì davanti a me. Mi guarda. La guardo. -Non sarai mica lesbica?- mi chiede – no e tu?.

Si avvicina. – Neppure io- La sua bocca è vicina alla mia. Il suo alito sa di birra. Mi bacia. A lungo. Gli infilo una mano sotto la gonna. –Sei bagnata, troia !-  gli dico

Lei scoppia a ridere – Anche tu-

La sua mano era velocemente scivolata tra le mie gambe

La ritira, con calma

Se ne va

-Alla prossima, tra tre settimane ! Mi urla da lontano

La guardo

Poi vado a pisciare.

Maurizio Mistretta.

 

 

Biografia

Maurizio Mistretta nasce a Firenze, sceneggiatore, regista e attore di teatro e cinema da vent’anni. Lavora a Bologna per la maggior parte della sua carriera al Conservatorio di teatro e insegna molti master in tutta Italia. Dal 1993 al 2001 dirige la compagnia attori-inanimati al carcere di Pisa e porta il progetto in scuole pubbliche e private italiane e thailandesi (1990-2008). Nel 2001, in collaborazione con Rai 3 produce un documentario riguardante il teatro nelle carceri: “Pisa’s Tower”. Nel 2004 crea una casa di produzione e dirige, legando il linguaggio tra cinema e teatro cinque cortometraggi “Black Jealousy” ispirati all’ Othello di W. Shakespeare selezionati per il festival di Venezia nel 2011. Dal 2000 al 2006 organizza workshops nell’istituto di correzione di Bangkok in collaborazione con UNICEF-Bangkok realizzando “Pinocchio in Siam” (Melampo Documentary Production, La7 TV, 2007).

FILMOGRAPHY
2017 EGO (feature-writing)
2017 THE MAN WHO SELLS NOTHING (feature-writing)
2016 THE RED IRON DOOR (feature – post production)
2015 FATIMA’S SECRET (feature – distribution)
2014 FUFU, 99 minutes of life (poetic short – post production)
2006 BLACK JALEAUSY (5 short movies about Othello of Shakespeare)
2004 PINOCCHIO IN SIAM (documentary LA7)
2001 THE PISA’S TOWERS (documentary RAI3)