Lo spazio nel mezzo

Era una caldissima giornata estiva, raggiungevo Firenze per un appuntamento lavorativo, mentre mi spostavo in treno la persona da incontrare mi dette clamorosamente buca. Era un periodo molto strano della mia esistenza, le cose non andavano mai bene, nonostante mi impegnassi costantemente, gli eventi sfuggivano come anguille al mio controllo. Più provavo a rimontare in sella, più la vita mi teneva a terra. Adesso anche questa. Ormai avevo prenotato l’albergo e il treno di ritorno per il giorno successivo. Arrivai in stazione, desolata, ma decisa ancora una volta a cambiare a mio favore questo mood di maiunagioia che si stava accanendo nei miei confronti. Il caos di turisti mi fece sentire subito a disagio, come un pesce controcorrente che nuotava in mezzo a banchi e banchi di sardine. Individuai forse l’unico uomo solitario come me e gli andai incontro per chiedere delle informazioni su dove andare. “non lo so, mi spiace, non sono di qua, purtroppo anzi, ci sono per caso, ho perso la coincidenza con l’altro treno” sorrisi, dicendogli che anche io mi trovavo a vagare per questa città che tutti sanno essere bellissima ma che a me pareva solo torrida. “vuoi un caffè?”

Bevemmo il caffè ridendo sarcasticamente delle coincidenze. Stavamo bene, venne quasi da sè pensare di fare i turisti anche noi, almeno fino al tardo pomeriggio, ora in cui Lui avrebbe dovuto prendere il suo treno.

Tra Santa Maria del Fiore e piazza della Repubblica ridemmo un sacco, era un tipo decisamente sicuro di sè. Non era di quelli belli canonici, diceva Lui, perchè io lo trovavo decisamente molto più affasciante di tanti altri belli che però sono solo belli. La fierezza di quello sguardo intelligente, il sorriso cristallino che cambiava i suoi occhi rendendoli timidi e gioiosi, la postura così sicura, con quelle spalle aperte, come a dire “eccomi, accoglietemi e io vi accoglierò”.

Ad ogni passo i nostri discorsi diventavano sempre più intimi, ad ogni parola sembrava di specchiarsi nell’altro, sembrava di leggere il libro di se stessi. È possibile tutto questo con uno sconosciuto? Camminando sotto il sole torrido anche il contatto fisico aumentava esponenzialmente, sempre più vicini, così come vicino era il momento di salutarsi.

ma senti, è una follia, ma se il treno lo prendessi domani, anche io

La bellezza di quella frase, risuonò nel mio cervello come un notturno di Chopin. “io ho una camera pagata, insomma, è una doppia, si ecco, se ti va potremmo andarci, sono ore che camminiamo..”

Il suo sguardo mostrò il lato malizioso e ludico.

Salimmo in camera, ci docciamo entrambi per poi sdraiarci rivolti l’uno verso l’altro in questo letto blu, dai cuscini soffici. Si avvicinò alle mie labbra, continuando a parlarmi di questo e quello, che onestamente non seguivo, concentrata sul suo odore, sul suo fiato addosso. Sulla forma delle sue labbra, sui suoi occhi profondi, che raccontavano sincerità e serenità, questa volta.

Facemmo l’amore, si, ovviamente lo facemmo, va bene la spiritualità, ma qui siamo fatti di carne, non scordiamocelo. Ma per la prima volta non fu quello ad avere importanza, bensì tutto quello che ci fu successivamente. Abbracci, baci, tenerezze, come se entrambi aspettassimo l’altro per poter riposare dalle nostre battaglie quotidiane, come se entrambi avessimo bisogno di riposarci abbandonati addosso a qualcuno che potesse comprendere il nostro io più profondo. Rimanemmo così tutta la notte.

Entrambi permettemmo all’altro di scavalcare ogni difesa creata ad arte da noi stessi per proteggerci. Non ce ne accorgemmo nemmeno, ma eravamo nudi, eravamo stati in grado di spogliarci o di farci spogliare, da ogni sovrastruttura, da ogni strategia, eravamo solo noi. Stretti. In pace. Sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa, noi eravamo lì, nudi, indifesi e mai come in quell’istante forti e protetti.

Fu sublime, quella notte.

La mattina successiva, ci svegliammo ancora in quell’abbraccio, lo godemmo ancora un po’ con il sole del mattino, che ancora non bruciava, ma che con semplicità illuminava.

Andammo alla stazione, il suo treno era li, pronto per portarlo alla sua vita. Mi abbracciò, forte, mi ringraziò per averlo arricchito, per tutto questo bene, per tutto QUESTO.

Salì sul treno. Improvvisamente mi accorsi di non avere nessun suo contatto, la realtà mi aveva presa alla sprovvista, fu tutto talmente bello da non esserci lasciati nè un numero nè un contatto facebook. Corsi lungo tutto il treno, dal binario, per ritrovarlo, il treno stava partendo, lui si affacciò trafelato da un finestrino “non ho il tuo numero” urlò.

Ma ormai il treno era in corsa.

Non lo rividi mai più.

Sai io credo che se esistesse un qualsiasi Dio, non sarebbe in nessuno di noi. Né in te, né in me. Ma solo in questo piccolo spazio nel mezzo. Se c’è una qualsiasi magia in questo mondo, deve essere nel tentativo di capire qualcuno condividendo qualcosa. Lo so, è quasi impossibile riuscirci, ma che importa in fondo? La risposta deve essere nel tentativo.” 

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Abel

Era Luglio. Io e la mia amica eravamo state al mare, prima di riprendere l’autostrada, per tornare a casa, lei nota due autostoppisti e mi chiede se li carichiamo. Rimango incerta, se ne sentono tante e l’istinto di sopravvivenza fa capolino nello stomaco. Più che l’auto si avvicina a loro più mi rendo conto che sono due ragazzini, con il viso pulito

si. fermati”.

Accostiamo l’auto poco più avanti a loro i quali corrono immediatamente verso di noi, quasi increduli che finalmente qualcuno si sia fermato.

Loro sono Abel.1 e Abel.2 sono due amici poco più che ventenni che hanno deciso dall’Ungheria di attraversare mezza Europa in autostop. Immediatamente siamo diventate parte della loro avventura.

Abbiamo cominciato a parlare con questi due ragazzi che in realtà a vent’anni ci arrivano a malapena. Da poco l’Isis ha rivendicato l’attentato a Nizza e il mio pensiero, naturalmente, forse per il decennio che ci separa, vola alle loro mamme e domando come abbiano preso l’idea di questo viaggio itinerante fatto tutto in autostop. Le loro mamme non lo sanno. Ecco come fanno a dormire, le loro mamme. Ignare. Abel.2 ci spiega che suo padre, quando era fidanzato con sua madre aveva fatto un viaggio in autostop e mandava una cartolina alla sua amata da ogni tappa con su scritto solo “I’m alive”.

Poi parliamo della loro vita, dei loro sogni, di quanto viaggiare sia caro, delle tre lingue che parlano, di come inaspettatamente al sud Italia le persone sono più scostanti di quelle al nord. Parliamo della voglia matta di mangiarsi il mondo, di come nonostante il clima terroristico loro abbiano voglia di scoprire e vedere, perchè solo così riescono a crescere. E mi ricordo che, tra tutta la musica che amo, un gruppo punk folk ungherese lo conosco e lo metto su spotify. Appena sentono i Puddy and the rats  Abel.1 e Abel.2 si gasano, perchè qualcosa di familiare sta viaggiando con loro insieme a due sconosciute che gli hanno dato un passaggio.

Abel.1 e Abel.2 sono belli, entrambi, con la faccia da bambini che credono nel mondo. Abbiamo fatto bene a fermarci, abbiamo fatto bene a dargli un passaggio, perchè se mai un giorno sarò madre e se mai un giorno i miei figli dovessero cercare un’ avventura senza dirmi nulla, spero dal profondo dell’anima che qualcuno se ne prenda cura, anche solo per 80 chilometri. Li abbiamo portati fino alla stazione della città dopo la nostra, ma questi ragazzi non li avremmo mai lasciati senza essere sicure che sarebbero arrivati alla tappa prefissata. Siamo scesi dall’auto. Ci siamo abbracciati. Ci hanno detto che siamo state le migliori compagne di viaggio. Con un filo di vergogna ho guardato quegli occhi pieni di giovinezza, quegli occhi pieni di vita e con tutta l’anzianità che avevo nel cuore ho detto loro “per favore, mandateci una cartolina per dirci che siete arrivati sani e salvi a casa. Come faceva tuo padre con tua madre”. Hanno riso e hanno promesso.

Passano Luglio e Agosto. Arriva Settembre. Apro la posta. “we are alive. Abel&Abel”.

Non li rividi mai più. Ma resteranno sempre nel mio cuore.

Come un palloncino

Ho sempre desiderato volare, come un palloncino. Non volare. Ma volare leggera. Non volare leggera, ma grazie alla mia aria.

Io ho sempre desiderato volare come un palloncino, soffiata su nell’aria, facendo le capriole, perchè qualcuno mi facesse sentire tanto in alto da dominare la città, vedere le cose da un’altra prospettiva e perchè gli altri mi guardassero e pensassero “guarda come vola leggero, quel palloncino”.

Ho sempre desiderato sentirmi tanto speciale da essere soffiata in alto, tra le risa e i raggi del sole. Essere abbracciata dal vento, travolta, tanto che poi lo stomaco ti fa urlare, come quando cadi e senti dentro il vuoto che però si riempie subito di un’emozione bellissima e fortissima, perchè stai volando. E sei talmente parte di quel vento, talmente un tutt’uno che sai che se dovesse smettere di soffiare, precipiti. Ma non te ne importa, perchè il momento è ora.

E ora so di voler volare leggera, come un palloncino. Mi piacerebbe. Mi piacerebbe sentire addosso, sulla pelle, il vento che sta soffiando.

Settembre

Agosto tiranno, ha chiuso i battenti salutando con la sua maledetta manina abbronzata, riempiendo la valigia di pensieri, conti e ricordi. Settembre come un generale arriva puntuale, con l’odore di cambiamento a circondarlo, riportando ordine e disciplina in un caos generato dai colleghi Luglio e Agosto. Progetti, idee, cose da fare, Settembre mi inchioda al divano e mi riempie la testa di obiettivi e volontà. Mentre mi disegna alla lavagna bianca i piani strategici ammiro in lui il ligio entusiasmo, quello tipico di un gatto curioso nello scoprire il mondo. Mi alzo, gli picchietto sulla spalla. Si gira, prende fiato, sicuramente per dirmi di tornare a sedere. Lo fermo con la mano sulla bocca, lo abbraccio, sento che sorride, piano. E lo faccio anche io, poi torno al mio posto e gli faccio segno di continuare. Adesso si fa sul serio.