Mastro Birraio

Non ho bevuto birra fino ai miei 32 anni. Quell’anno mi trovai di nuovo in fase di grandi cambiamenti. Decisi, vista la casa molto grande, di trovare un coinquilino.

Un mio amico cercava una sistemazione per un anno, il tempo che rifacesse casa sua. Non sapevo ancora che sarebbe diventato il mio migliore amico.

Una delle prime cose che fece fu rimproverarmi per l’assenza di luppolo nella mia vita, insieme al fatto che non mangiassi interiora animali, nè cose piccanti.

Mi fece cominciare a bere la Corona, la birra non birra, come la chiamava lui. Qualche tempo dopo, mi iniziò alle blanches, con la Hoegaarden. Ancora dopo le lager, poi la Chouffe.

Ci sono voluti 3 anni, ma alla fine abbiamo fatto un fine settimana nelle abbazie trappiste, in Belgio.

Quello che ha fatto con le birre è un po’la metafora della nostra amicizia, della nostra crescita insieme, come esseri umani, come uomo, come donna, come amici.

Adoro la birra, non tutta, ma adesso la riconosco, mangio piccante, ma non le interiora, veramente troppo per me. Ne ho fatta di strada, sono cresciuta, sono più forte, ma ho imparato anche ad appoggiarmi a qualcuno, con immensa fatica.

Ho capito che a volte, le persone non sono perfette, lui mica lo è, ma possono insegnarti e volerti bene e mettere un tassello di te, che mancava e che da sola non saresti riuscita a trovare.

Le cose non vanno sempre benissimo, ma almeno, oggi, sono orgogliosa del percorso che ho fatto e posso sempre stappare una birra e brindare a ciò che sarà, con chi sarà con me.

Cheers.

Settembre 2019

Agosto malinconico, si gira, sulla porta, come a volermi dire qualcosa.

Mi guarda solamente, lo fa in silenzio.

Ma io in quello sguardo rivivo emozioni, dolcezze, shottini e abbracci.

“Agosto se ne è andato, biondina, ito.”

La voce di Settembre è sempre maliziosa, colta, profonda, ma sempre abbastanza ambigua da renderlo affascinante. Settembre lo sa che non è tra i miei mesi preferiti, ma quest’anno ha un piglio che non ho mai visto in lui. Saranno le bretelle, i piedi scalzi o quell’aria leggera. “Soffierà il mio vento, sarai regina della montagna”. Forse Settembre è sbronzo, penso.

Mi tende la mano, io incerta la afferro e mi porta al mare. Seduta sugli scogli, chiudo gli occhi, ascolto le onde infrangersi, baciata dalla luna, li riapro solo quando mi sento sussurrare da dietro l’orecchio: “Goditi, biondina”, sento nascere un sorriso, mentre un brivido mi arriva alla testa.

Sì, mio caro Settembre, lo farò.

Baci a pioggia

Per molti andare ai matrimoni da soli dove non si conosce nessuno è motivo per declinare l’invito.

Non per me. Per questo fui felice di accettare, quando la mia amica disse che le avrebbe fatto piacere se io fossi stata lì a guardarla, splendida, innamorata, mentre andava all’altare.

Se qualcuno ti invita al suo matrimonio, è evidente che per quella persona sei importante, magari più di quanto realmente pensassi. Non l’avrei mai delusa, nonostante conoscessi solo la sposa.

Andare ad un matrimonio dove non conosci nessuno è una cosa assolutamente divertente, per una come me, che attaccherebbe bottone anche con i muri.

Poco dopo, infatti, chiacchieravo agilmente con questa e con quello.

Da lontano un Uomo Barbuto catturó la mia attenzione, in abito gilet e cappello. Un mix tra un dandy e uno dei membri dei Mumford & Sons, ma, subito dopo, attiró la mia attenzione la sua fidanzata che mi fissava con lo sguardo pazzoide. Le sorrisi. Non ricambió.

La festa andó avanti tra balli cibo e canti, quando uscii per fumare una sigaretta. Iniziai a parlare con un nuvolo di fumatori, anche l’Uomo Barbuto si unì a quel circolo di tabagisti. Via via che i fumatori finivano la loro sigaretta, rientravano. Rimanemmo soli, io e l’Uomo Barbuto. Parlammo in maniera circostanziale di musica, il suo outfit rispettava pienamente il suo stile musicale, lontano dal mio. Guardammo il cielo, minacciava pioggia, feci l’ultimo tiro e rientrai, incrociando la sua fidanzata che, come una iena inferocita attraversava la porta per andare, probabilmente, verso la sua preda da finire.

Fu inevitabile, per me, girarmi e sbirciare fuori dalla sala, dove si stava consumando un ring degno di scommesse, se solo avessi conosciuto qualcuno con cui poterle fare. Mi si avvicinó il fotografo, il quale sembrava uscito da un cartone animato: “hai fatto un bel casino!” Cosa?? Chi? Io? “Si, tu. Lei è gelosa.” No lei è pazza. È diverso.

Ci fu il taglio della torta, l’Uomo Barbuto era solo, ci mise poco ad avvicinarmi. “Fumi?”

“Si…”

“Tieni offro io.”

Uscimmo. Gli dissi che non avevo potuto fare a meno di notare che era rimasto solo. Pare che lei avesse preso l’auto e se ne fosse andata, nella notte, durante un matrimonio. Pare che fossero in crisi da tempo. La sigaretta finì, continuammo a parlare passeggiando. Ridemmo. I suoi occhi erano sereni, nonostante fosse stato appena piantato lì, i suoi occhi erano lieti ed era evidente che fossero così, perchè i suoi occhi stavano guardando me.

Sotto un cielo ottembrino che minacciava pioggia, l’Uomo Barbuto mi appoggió al muro del casolare e mi bació. Mi bació appassionatamente, mi bació con la brezza che si alzava lentamente, le nuvole che si accarezzavano, come lui accarezzava i miei capelli. Cominció a piovere, continuammo a baciarci. Aumentó sempre di più la pioggia su di noi. Eravamo quasi fradici quando si staccó dalle mie labbra per prendermi la mano e portarmi dietro l’angolo di quel casolare.

“Qui ci sono le stanze. La mia stanza. Sali?”

Pensai per un attimo. Pensai alla neo ex. Pensai che era stato il bacio più romantico della mia vita. Pensai alle beghe che ne sarebbero derivate.

Gli sorrisi, scossi il capo, gocciolando pioggia dalla testa.

Mi sorrise. “Capisco. Sei una tosta” disse apprezzandomi. Mi lasció il suo numero.

“Vado a casa” dissi. E feci una corsa sotto la pioggia, ridendo.

Non si videro mai più, ma ogni volta che piove, loro, ancora oggi, guardano fuori dalla finestra, sorridono e abbassano lo sguardo, sapendo che una bella serata di pioggia come quella, non la vivranno mai più.

C’è nessuno?

Ho scoperto da poco che esiste un atteggiamento che è quello di parlare con qualcuno, scambiarsi il numero, i contatti social, seguirsi, flirtare, iniziare a straparlare di qualcosa di molto simile ai sentimenti, fare sesso (altalenante, a tratti decisamente scarso, a tratti buono, ma comunque estremamente egoista-sì nel senso che una delle due parti non gode-), continuare successivamente a straparlare scomodando ancora emozioni e sentimenti e poi, di punto in bianco: SPARIRE.

Ora: ho scoperto che tutto questo nell’era difficile che stiamo vivendo è diventato un FENOMENO e questo FENOMENO prende il nome di “Ghosting”.

Il Ghosting è quel… FENOMENO che affligge una fascia d’età importante, pare che le persone che applicano il Ghosting abbiano problemi da ricercare in terapia, come abbandoni genitoriali e quindi non riescano ad assumersi la responsabilità di vedere soffrire qualcuno a causa loro e quindi, coscienziosamente, scelgono di fare come Dracula: puff e volare via. Pare che in qualche modo sia sempre esistito, ma che nell’era social-on line-visualizzo-e-non-rispondo sia amplificato.

Pare anche che le vittime di Ghosting, il…FENOMENO del Ghosting, ci rimangano sotto parecchio, non riuscendo a capire come mai il giorno prima andasse tutto bene e il giorno dopo l’altra parte sia sparita. E pare che sia una violenza psicologica importante da superare, molto più che un “no, guarda, finiamola qui perchè -segue motivo qualsiasi-“. Pare che ci siano persone che proprio non si danno pace per essere vittime di questo…. FENOMENO.

Dunque.

Mi sento sinceramente di rimanere profondamente basita davanti a tutto questo. Ma davvero viviamo in un’era dove una roba così viene definita un FENOMENO SOCIALE? Fatemi capire, chiamiamo Ghosting una roba che è mera maleducazione, mera viltà, incapacità totale di comunicare o assumersi le proprie responsabilità?

Ma davvero abbiamo trasformato in un FENOMENO un atteggiamento da stronzi? Davvero dobbiamo dare così tanta importanza da farne uno studio e dare un nome ad un atteggiamento che è semplicemente inqualificabile e maleducato?

Ragazzi miei, mi rendo conto che uno ci possa rimanere male, ma davanti ad una persona che smette di rispondervi senza spiegazioni, dall’oggi al domani, dovreste provare a capire che il problema non siete voi, ma che chi lo fa è una persona incapace di ESSERE UMANO. Restiamo umani, perchè questo ci rimane. E se qualcuno si permette di prendere i sentimenti altrui, ballarci sopra, per poi sparire nel nulla, beh, questo non è essere umani. E probabilmente, invece di farvi un torto, vi è stato fatto un gran favore, immaginatevi le beghe, se questo tipo di partner non fosse sparito.

“Non si videro nè sentirono mai più”. Probabilmente stavolta v’ha detto culo.

Le quattro stagioni

Erano lì, separati da un angolo di muro, lui nel locale di rito, lei nel suo. Li divideva un angolo. Un angolo soltanto. Si erano incrociati, ma non se ne erano nemmeno accorti. Mentre lei percorreva la strada principale, lui le veniva incontro, salutando questo e quello. Lei assorta al suo telefono gli è passata accanto, per girare l’angolo pochi metri dopo.

Si conobbero per caso, una notte di luna piena, si parlarono per gioco, cercavano la stessa cosa e la trovarono. Si innamorarono semplicemente, la prima volta che fecero l’amore si sentirono dentro un film romantico. Uscirono insieme verso nottate piene di magia, la loro cittá divenne Parigi, nonostante Parigi non fosse. Camminarono mano nella mano nelle sere d’estate. Abbracciati, invece, sotto la pioggia autunnale. L’inverno regaló loro un albero di Natale, un bel camino accesso, con la fiamma alta che bruciava, come loro; i film che lei amava, guardati abbracciati stretti sul divano. Il whisky che amava lui, bevuto a tarda notte, con la brace silenziosa che scoppiettava piano fino a spegnersi. Ma loro parlavano, ridevano, costruivano i loro riti, a volte fino all’alba. In primavera piantarono i loro fiori, potarono i vecchi. Si scaldavano al primo solicino, lei metteva il maglioncino all’imbrunire, lui si avvicinava e la scaldava nel suo abbraccio, che a lei sembrava tutto il mondo che desiderava. L’estate arrivó torrida, gli abbracci divennero fastidiosamente umidi e sudati, brució i loro fiori. Ridere sembró improvvisamente difficile, forse impossibile. Le loro strade, nell’estate che bruciava, si separono.

In quella sera di settembre, di nuovo mite, loro erano lì, separati da un angolo di muro. Divisi da un angolo. Di tutte le stagioni vissute non c’era più niente. Si erano sfiorati, non si erano visti. Così vicini, ma ormai così lontani.

Non si sarebbero visti mai più. Separati da quell’angolo di muro, che in realtà era diventata una fortezza inespugnabile.

Febbraio😊

Tra nobiltá e borghesia, spacciatori e professori, zombie e apocalittici, lupi e vampiri, spacciatori colombiani e adolescenti in crisi, rapita dalle mie serie tv sotto un bel plaid arancione, accoccolata al mio cane-Poldo, mentre fuori piove forte, assaporo la serenità.
Ed è in questo clima che dalla cucina esce Febbraio, con due tisane bollenti e un sorriso che rimette al mondo lo spirito. Metto la tv in pausa.
Febbraio si sdraia con la testa su di me e io lo accarezzo. “Stai bene?” Si, rispondo. E sprofondando un po’ la testa sul cuscino sento le labbra distendersi in un sorriso silenzioso e spontaneo. Premo play, curiosa di vedere una nuova puntata della mia serie preferita.

Lisbona, Lisbon, Lisboa

Quando arrivi a Lisbona capisci subito due cose. La prima è che il comune deve avere un’assicurazione molto vantaggiosa, poichè tutti i marciapiedi sono in sanpietrini lucidi in salita e discesa che San Francisco levate, infatti c’è un tasso di gente con le gambe rotte molto alto. Se piove è finita.

La seconda è la ginjinha, il liquore alla ciliegia che ti danno a shot a 1€ ad ogni portone.

Lisbona ha quel tipico sapore arabo, ma con un’eleganza propria portoghese. I borseggiatori sono zingari, ci dicono i locali, così come quelli che tentano di venderti hashish, marijuana e coca ad ogni angolo e ad ogni ora del giorno e della notte. “Non vi fidate, sono zingari che vendono rosmarino e zucchero, se volete dategli una sberla”. Ok. Anche a sto giro ci si droga domani e si manda avanti la rissa.

Un modo per girare rapidamente Lisbona sono i tuktuk tour. Con meno di 50€ (quindi 25€ a persona se siete in due, ancora meno se siete in tre) sali su un’ape Piaggio e per un’ora e mezza hai a disposizione una guida della città. Noi siamo stati molto fortunati, abbiamo trovato Sonny, padovano ormai a Lisbona da diversi anni. Una guida incredibile (con tanto di ginjinha nel mezzo).

Gli abitanti di Lisbona sono gentili, sempre disponibili ad aiutare il turista, parlano tutti inglese o spagnolo o francese, non cercano mai di fregare, ma anzi, mettono sempre in guardia dai pericoli in cui si puó incappare. Proprio come in Italia, insomma.

Sentono molto la fede cattolica, il loro santo è Antonio, da Padova, che in realtà ho scoperto essere di Lisbona, a Padova ci è solo morto. Nella seconda settimana di giugno c’è una festa in onore di sant’Antonio che riempie le strade di colori, griglie e tavoli, dove si puó mangiare in ogni angolo e dove anche gli abitanti delle case al piano terra servono la ginjinha.

I simboli di Lisbona sono: il gallo, il fado e le sardine. Sardine ovunque. Sardine in una quantità mai vista prima. Sardine che uno dei negozi di souvenir più importanti è come il negozio m&m’s a New York, ma pieno di scatole di sardine colorate.

Alfàma tra tutti rimane uno dei miei quartieri preferiti, piccoli vicoli in cui perdersi e ritrovarsi (sbronzi di ginjinha). Molto bello il museo Berardo, per chi ama l’arte moderna. Per una gita fuori porta Sintra è un capolavoro. C’ha ammazzato, ma ne valeva la pena.

Lisbona con le sue mattonelline sui palazzi (le azulejos), con le sue salite, con tutti quei cazzo di scalini, con la street art, ti conquista. Rimane un delizioso angolo di terra, un piccolo dono da scartare, per chi non ha più di 3/4 giorni da stare fuori.

Maggio 2.0

Con l’ombrello giallo corre verso di me Maggio, mentre Aprile va via lanciandomi un bacio da lontano.

Piove forte e io non ho come coprirmi.

Maggio mi raggiunge, mi cinge le spalle con il suo braccio e io mi sento al sicuro. Mi sorride, mi accarezza la testa, proprio come piace a me.

Sento il suo calore entrarmi nelle ossa, lo guardo dritto negli occhi e annuisco.

Sono pronta.

E iniziamo a correre, coperti dal suo ombrello. Il suo ombrello giallo.

Blu

Abbracciata dal buio, stretta nel piumone, sfoglio con le dita i miei pensieri.

Distratta dal tuo sonno, dal respiro profondo di chi sogna, discorro la giornata in ogni sua forma. Conosco questi sintomi, voli pindarici di pensieri. Spio il sonno dei cani, questa volta.

Sintomi di lieve ansia forse insonnia che fa capolino dall’oscurità e che cerco di respingere giù.

Il buio mi accarezza e io tocco ancora con le dita ogni singolo pensiero.

Canticchio silenziosamente una canzone. Pioggia battente. Chiudo questa giornata. Bastasse chiudere gli occhi. Presto o tardi sará domani.

Dicembre 2.0

Novembre è partito, ha messo in fila le carte per il suo collega Dicembre, che non tarda a battermi la mano sulla spalla. Dicembre è stato sempre “quello del Natale”. Quello del Grinch, quello di Scrooge.

Quest’anno Dicembre sorride. Quest’anno Dicembre, non spaventa, non angoscia, non ha più quel potere di farmi sentire sola. Ho costruito. Ho costruito cose buone e ho distrutto. Ho distrutto senza pietà ció che andava inesorabilmente distrutto. Mi sono circondata di bene. Ho scelto per me il meglio. Ho escluso ció che era tossico. Mi sono riedificata. Il benessere, è vero, non è altro che la volontà stessa di voler star bene, partendo da se stessi, destrutturandosi con dolore e fatica.

E l’albero di Natale, improvvisamente, non è più un nemico.