OUT IS ME una normale storia atipica

Oggi è una giornata di luglio fresca e piovosa. Ed è da tutta la mattina che non riesco a togliermi di dosso lo spettacolo teatrale che ho visto ieri sera.
Con grande coraggio la produzione di Casazoo mette in scena lo spettacolo scritto da Lorenzo Clemente, Francesco Gori e Yuri Tuci (anche unico interprete), con l’intento di raccontare una storia in due atti, sulla vita di Yuri.

Yuri Tuci rappresenta la sua vita sul palco, una vita atipica. Sì, perché Yuri Tuci è autistico, ad alto funzionamento, come ci spiega nel suo monologo, ricco di ironia, sarcasmo e informazioni. Non è mai facile mettersi a nudo, ancora più difficile farlo su un palco. Ma Yuri lo fa, racconta il suo rapporto con l’autismo, ci rende partecipi delle difficoltà che ha affrontato, delle fobie, dell’autolesionismo, del disturbo ossessivo compulsivo. Lo fa facendoci ridere, con una risata amara, accompagnata da un nodo in gola e a volte una lacrima, per quanto mi riguarda.
Ci racconta della sessualità, dell’amore, degli psicofarmaci, della solitudine.
Tra una battuta e l’altra ci parla di come i suoi genitori abbiano saputo essere lì, per lui.
Quando si arriva ai ringraziamenti finali e agli applausi che scrosciano lunghi e intensi, i tre autori ci chiedono soltanto una cosa: di raccontare a più persone possibili dell’esistenza di questo spettacolo, che si autofinanzia dal merchandising, che va in giro in tutta Italia con orgoglio, perché il progetto è bello, è interessante ed è divertente.

Per cui, quando nelle vostre città troverete la locandina o l’evento su facebook di Out Is Me, fatevi questo regalo e andate: “Perché c’è un conflitto in ogni cuore umano tra il razionale e l’irrazionale… però non sempre il razionale trionfa. A volte le cattive tentazioni hanno la meglio su quelli che sono i migliori angeli della nostra indole, i buoni istinti morali. Ogni uomo ha un punto di rottura. Alcuni sono più fragili, altri meno.”
Lasciatevi toccare, lasciatevi coinvolgere da questa straordinaria storia atipica.

Immersa

Passeggiavo dentro al bosco, in una bella giornata di fine febbraio, che profuma di primavera. Ero immersa nella mia musica, nei miei pensieri, nelle mie sconfitte e nei miei successi. Era una giornata di quelle che fai i conti personali, di quelle dove fai i bilanci. Ricercavo momenti felici, ricercavo nella memoria quegli istanti per cui vale la pena vivere. Li pesavo, insieme a quelli terribili, a quelli di sconforto. E camminavo, tra il sole che abbronzava il mio viso e gli alberi che germogliavano. Sentivo il calore del sole, così assente negli ultimi tempi. Mi mancava.

Dopo diversi chilometri, diversi pensieri scartabellati nelle fila principali della mia mente aggrovigliata, sulla strada del ritorno incontro un ragazzo, un bel tipo che correva. La strada era dritta per un po’ per cui ho potuto fare caso al suo cane accanto, un lupoide felice con in bocca un bastoncino, che correva vicino al suo amico. Mi sono accorta di stare sorridendo, quando quasi incrociati, il ragazzo mi guarda, ricambia per un attimo il mio sorriso e abbassa subito lo sguardo al suo cane. A quel punto, il sorriso gli si spalanca. Ho potuto vedere in un attimo la loro amicizia, la loro gioia di correre insieme, l’orgoglio del ragazzo verso il suo amico, così allo stesso passo, così attento a non fare un galoppo in più. Erano insieme. Erano amici. Avrei fatto di tutto per immortalare quello sguardo, quella gioia, quell’amore. Erano così solidi e belli.

L’attimo è passato, ci siamo incrociati, ho sorriso ancora di più. Ho guardato il cielo, così azzurro. Il fiume, così brillante.

Non li vedrò mai più, il ragazzo e il suo cane, ma di sicuro resteranno nella mia storia, nella mia memoria come un momento di quelli belli.

A volte basta così poco per stare bene.

Maschere

Un sorriso che fa cadere immantinente la maschera costruita per nascondere le cicatrici. Sensazione di libertà in quella curva, vispa, dolce e curiosa. Due occhi che ridono, perché interessati a quelle cicatrici non alla maschera ben fatta per celarle.

Occhi verdi che ti guardano e vanno a scrutare l’orizzonte dei pensieri, vanno a leggere il ricciolo di quel sorriso, accarezzare il cuore facendogli il solletico per poi tornare, occhi negli occhi.

Sorriso leggero che si perde, passeggiando soli in mezzo alla gente, per assaporare un po’di più quell’intimità che non è per tutti.

Senza nemmeno sapere il perché, senza che importi realmente un perché, cercano scuse per passeggiare insieme.

Occhi verdi che ti guardano, sempre sorridenti, leggeri e sempre curiosi, regalano sensazioni sospese, incomprese, gentili.

Occhi verdi che ti guardano e vanno troppo in fondo. Dove per te, troppo non è mai abbastanza.

L’ onda

Ho attraversato periodi difficili nella mia vita, periodi che mi hanno portato lontano, che mi hanno portata qui, ad essere la donna che sono. Credo di essere stata abbastanza brava nel riuscire a non perdermi d’animo davanti alle intemperie della vita, ma ancor di più a non perdere mai di vista me stessa. Ho lavorato molto su di me, sempre, in ogni occasione, per tentare di essere la donna che avrei voluto.

Ho fatto molta strada, eppure adesso mi sembra di essere tornata al punto di partenza. Mi sono scervellata su questa cosa, presa dal panico del non aver imparato nulla. Poi ho guardato la mia vita in maniera macroscopica e ho capito che molte cose che ho voluto imparare, molti atteggiamenti di me stessa sono effettivamente cambiati, altri invece ancora no. Ho capito di essere un’onda.

Ecco. Io sono un’onda. Sono nata in mezzo al mare, strada ne ho fatta molta, spinta dalla volontà di migliorarmi. Mi sono infranta sulla sabbia, sono arrivata lontana. Ma poi: la risacca. Non sono tornata al punto di partenza, semplicemente delle cose le ho interiorizzate (la strada sull’acqua) altre invece le ho capite senza farle mie (la strada sulla sabbia e il ritorno al mare).

Presto sarò di nuovo onda che nasce nel mare. Imparerò ancora. Migliorerò ancora.

Sperando un giorno di diventare un mare estivo, calmo, caldo e rilassato.

La mini me

Scrollavo annoiata instagram, quando vedo la foto di una mia amica con una bambolina che la raffigurava precisamente e nei dettagli. La contatto subito. Mi dice che si tratta della “mini-me” e di contattare Giuliana nel caso ne volessi una.

A breve sarebbe stato il compleanno della mia migliore amica. La mia migliore amica ha due soprannomi:

Bambolina

Mini-me

Avrei sbancato tutto con il migliore dei regali al mondo.

Contatto senza indugi Giuliana via whatsApp, all’inizio molto fredda. Era subito dopo Natale, quante ne avrà avuti di contatti finiti nel silenzio? Quando capisce che davvero sono intenzionata ad avere la Mini-me si scioglie. Inizia a riempirmi di domande su di me sulla mia amica, come se ci dovesse mettere l’anima in quella rappresentazione, inizia a chiedermi le foto per la riproduzione. Giorno dopo giorno mi scrive, per farmi vedere i progressi e iniziamo a chattare come due vecchie amiche. E poi dice una frase bellissima. Poi dice “La cosa che mi piace di più (a parte fare le Mini-Me) è conoscervi. Studiando a fondo le foto mi sembra di conoscervi da sempre”.

E lì, Giuliana mi conquista definitivamente, inizio ad immaginarla tra le righe che mi racconta di sè, perché Giuliana ormai, è come se mi conoscesse. Immagino lei, il foglio primogenito adolescente, e il secondo che ancora se lo gode in fase preadolescenziale, il marito. La immagino mamma, la immagino moglie, la immagino inventarsi un lavoro perché “sono una donna e ho un dono, saper usare le mani” e Giuliana lo fa. Lo fa con il cuore. La immagino costruire la Mini-me per la mia migliore amica, guardandola con un po’ di dolore, perché ha subito una perdita e il suo dolore ha attraversato una chat, ha attraversato 1400 km e mi ha invasa. L’avrei abbracciata Giuliana. Perché Giuliana ci mette se stessa nelle sue creazioni. Quello che crea non è una bambola, ma coglie l’essenza di ognuno di noi e lo trasforma in un mini noi, così carini e così simili. E questo può farlo grazie alla sua grande empatia.

Nel caso in cui vogliate ritrovarvi bamboline o bambolini, ricordatevi che Giuliana esiste, si trova nel suo “piccolo angolo di lavoro” per regalarvi un grande sorriso.

L’importanza di chiamarsi Elfo

Ci conoscevamo da molto tempo, ci trovammo vicini nel dolore, ci piacemmo. Era un uomo diverso, mi supportava. Mi aiutava. Era gentile. Mi baciò una sera d’autunno, dopo avermi salvata da una nottata di quelle hard core.

Ci andava piano, Lui, pianissimo, come me, che rifiutavo ogni idea di relazione. Non sbagliò nulla. Né una parola, né un gesto. Scalfì il mio scudo. Scherzavo sul fatto di essere un piano B. Sapevo che non era il momento per nessuno dei due di essere un piano A, ma il piano B era un buon compromesso. Mi dava il suo coltello se il mio non tagliava, senza che lo chiedessi. Mi telefonava, solo per sapere come andava la giornata. Bevevamo vino e ridevamo. Mi ascoltava e mi ammoniva: “basta con i disagiati, abbiamo detto basta. Abbiamo detto che meritiamo di più”. Gli credetti. E nell’istante in cui lo feci sparì.

Non si videro mai più, perché lo presi davvero in parola. “Basta con i disagiati”.

Gli abitanti del mio cuore

Era il periodo natalizio, lavoravo in un negozio chic nel centro storico della mia città. Parcheggiavo lontano, fuori dalle mura, così da non spendere tutto quel che guadagnavo in parcheggio.

La passeggiata dalla macchina al negozio era piacevole, attraversavo una delle parti della città che preferivo.

Era un pomeriggio grigio, aveva nevicato nelle vicinanze, ma non in città. Il clima era freddo, il Natale si avvicinava, insieme al senso di solitudine che lo pervade.

Passando davanti al teatro, poco prima del mio arrivo, un ragazzo davanti a me lasciò la scia di quello che è il profumo forte e deciso di mio fratello (di diritto ma non di sangue, ora dall’altra parte dell’emisfero, impegnato nella sua carriera). Chiusi gli occhi e inspirai a pieni polmoni. Prese forma davanti a me mio fratello (di diritto ma non di sangue), con mia cognata camminanti mano nella mano. Li immaginai fermarsi e baciarsi, come nella foto che gli feci in vacanza a Venezia, che tengo sull’orologio tecnologico che una volta era suo e che ha dato a me come tutte le volte, quando ne compra uno nuovo; io lo uso non per necessità, ma per sentirlo più vicino.

Li immaginai felici vicini a me. Belli, splendenti. Li immaginai ridere nei loro cappotti.

Pochi passi più tardi, l’uomo dal profumo fraterno cambiò strada, rispetto alla mia. L’odore svanì, ma non l’immagine di casa, di cui avevo tanto bisogno in questo Natale che come un’ombra si stava avvicinando, portando luci e canzoni e regali per taluni, ma una punta di dolore e malinconia per altri.

Mi resi conto però di come a volte basti un profumo forte e deciso per curare le assenze di chi risiede di diritto nel proprio cuore e che il dolore e la malinconia erano sempre meno protagoniste dei miei dicembre.

Sorrisi, giunta a destinazione. Aprii la porta e accesi tutte le lucine e i carillon natalizi del negozio chic nel centro della mia città.

Mastro Birraio

Non ho bevuto birra fino ai miei 32 anni. Quell’anno mi trovai di nuovo in fase di grandi cambiamenti. Decisi, vista la casa molto grande, di trovare un coinquilino.

Un mio amico cercava una sistemazione per un anno, il tempo che rifacesse casa sua. Non sapevo ancora che sarebbe diventato il mio migliore amico.

Una delle prime cose che fece fu rimproverarmi per l’assenza di luppolo nella mia vita, insieme al fatto che non mangiassi interiora animali, nè cose piccanti.

Mi fece cominciare a bere la Corona, la birra non birra, come la chiamava lui. Qualche tempo dopo, mi iniziò alle blanches, con la Hoegaarden. Ancora dopo le lager, poi la Chouffe.

Ci sono voluti 3 anni, ma alla fine abbiamo fatto un fine settimana nelle abbazie trappiste, in Belgio.

Quello che ha fatto con le birre è un po’la metafora della nostra amicizia, della nostra crescita insieme, come esseri umani, come uomo, come donna, come amici.

Adoro la birra, non tutta, ma adesso la riconosco, mangio piccante, ma non le interiora, veramente troppo per me. Ne ho fatta di strada, sono cresciuta, sono più forte, ma ho imparato anche ad appoggiarmi a qualcuno, con immensa fatica.

Ho capito che a volte, le persone non sono perfette, lui mica lo è, ma possono insegnarti e volerti bene e mettere un tassello di te, che mancava e che da sola non saresti riuscita a trovare.

Le cose non vanno sempre benissimo, ma almeno, oggi, sono orgogliosa del percorso che ho fatto e posso sempre stappare una birra e brindare a ciò che sarà, con chi sarà con me.

Cheers.

Baci a pioggia

Per molti andare ai matrimoni da soli dove non si conosce nessuno è motivo per declinare l’invito.

Non per me. Per questo fui felice di accettare, quando la mia amica disse che le avrebbe fatto piacere se io fossi stata lì a guardarla, splendida, innamorata, mentre andava all’altare.

Se qualcuno ti invita al suo matrimonio, è evidente che per quella persona sei importante, magari più di quanto realmente pensassi. Non l’avrei mai delusa, nonostante conoscessi solo la sposa.

Andare ad un matrimonio dove non conosci nessuno è una cosa assolutamente divertente, per una come me, che attaccherebbe bottone anche con i muri.

Poco dopo, infatti, chiacchieravo agilmente con questa e con quello.

Da lontano un Uomo Barbuto catturó la mia attenzione, in abito gilet e cappello. Un mix tra un dandy e uno dei membri dei Mumford & Sons, ma, subito dopo, attiró la mia attenzione la sua fidanzata che mi fissava con lo sguardo pazzoide. Le sorrisi. Non ricambió.

La festa andó avanti tra balli cibo e canti, quando uscii per fumare una sigaretta. Iniziai a parlare con un nuvolo di fumatori, anche l’Uomo Barbuto si unì a quel circolo di tabagisti. Via via che i fumatori finivano la loro sigaretta, rientravano. Rimanemmo soli, io e l’Uomo Barbuto. Parlammo in maniera circostanziale di musica, il suo outfit rispettava pienamente il suo stile musicale, lontano dal mio. Guardammo il cielo, minacciava pioggia, feci l’ultimo tiro e rientrai, incrociando la sua fidanzata che, come una iena inferocita attraversava la porta per andare, probabilmente, verso la sua preda da finire.

Fu inevitabile, per me, girarmi e sbirciare fuori dalla sala, dove si stava consumando un ring degno di scommesse, se solo avessi conosciuto qualcuno con cui poterle fare. Mi si avvicinó il fotografo, il quale sembrava uscito da un cartone animato: “hai fatto un bel casino!” Cosa?? Chi? Io? “Si, tu. Lei è gelosa.” No lei è pazza. È diverso.

Ci fu il taglio della torta, l’Uomo Barbuto era solo, ci mise poco ad avvicinarmi. “Fumi?”

“Si…”

“Tieni offro io.”

Uscimmo. Gli dissi che non avevo potuto fare a meno di notare che era rimasto solo. Pare che lei avesse preso l’auto e se ne fosse andata, nella notte, durante un matrimonio. Pare che fossero in crisi da tempo. La sigaretta finì, continuammo a parlare passeggiando. Ridemmo. I suoi occhi erano sereni, nonostante fosse stato appena piantato lì, i suoi occhi erano lieti ed era evidente che fossero così, perchè i suoi occhi stavano guardando me.

Sotto un cielo ottembrino che minacciava pioggia, l’Uomo Barbuto mi appoggió al muro del casolare e mi bació. Mi bació appassionatamente, mi bació con la brezza che si alzava lentamente, le nuvole che si accarezzavano, come lui accarezzava i miei capelli. Cominció a piovere, continuammo a baciarci. Aumentó sempre di più la pioggia su di noi. Eravamo quasi fradici quando si staccó dalle mie labbra per prendermi la mano e portarmi dietro l’angolo di quel casolare.

“Qui ci sono le stanze. La mia stanza. Sali?”

Pensai per un attimo. Pensai alla neo ex. Pensai che era stato il bacio più romantico della mia vita. Pensai alle beghe che ne sarebbero derivate.

Gli sorrisi, scossi il capo, gocciolando pioggia dalla testa.

Mi sorrise. “Capisco. Sei una tosta” disse apprezzandomi. Mi lasció il suo numero.

“Vado a casa” dissi. E feci una corsa sotto la pioggia, ridendo.

Non si videro mai più, ma ogni volta che piove, loro, ancora oggi, guardano fuori dalla finestra, sorridono e abbassano lo sguardo, sapendo che una bella serata di pioggia come quella, non la vivranno mai più.

C’è nessuno?

Ho scoperto da poco che esiste un atteggiamento che è quello di parlare con qualcuno, scambiarsi il numero, i contatti social, seguirsi, flirtare, iniziare a straparlare di qualcosa di molto simile ai sentimenti, fare sesso (altalenante, a tratti decisamente scarso, a tratti buono, ma comunque estremamente egoista-sì nel senso che una delle due parti non gode-), continuare successivamente a straparlare scomodando ancora emozioni e sentimenti e poi, di punto in bianco: SPARIRE.

Ora: ho scoperto che tutto questo nell’era difficile che stiamo vivendo è diventato un FENOMENO e questo FENOMENO prende il nome di “Ghosting”.

Il Ghosting è quel… FENOMENO che affligge una fascia d’età importante, pare che le persone che applicano il Ghosting abbiano problemi da ricercare in terapia, come abbandoni genitoriali e quindi non riescano ad assumersi la responsabilità di vedere soffrire qualcuno a causa loro e quindi, coscienziosamente, scelgono di fare come Dracula: puff e volare via. Pare che in qualche modo sia sempre esistito, ma che nell’era social-on line-visualizzo-e-non-rispondo sia amplificato.

Pare anche che le vittime di Ghosting, il…FENOMENO del Ghosting, ci rimangano sotto parecchio, non riuscendo a capire come mai il giorno prima andasse tutto bene e il giorno dopo l’altra parte sia sparita. E pare che sia una violenza psicologica importante da superare, molto più che un “no, guarda, finiamola qui perchè -segue motivo qualsiasi-“. Pare che ci siano persone che proprio non si danno pace per essere vittime di questo…. FENOMENO.

Dunque.

Mi sento sinceramente di rimanere profondamente basita davanti a tutto questo. Ma davvero viviamo in un’era dove una roba così viene definita un FENOMENO SOCIALE? Fatemi capire, chiamiamo Ghosting una roba che è mera maleducazione, mera viltà, incapacità totale di comunicare o assumersi le proprie responsabilità?

Ma davvero abbiamo trasformato in un FENOMENO un atteggiamento da stronzi? Davvero dobbiamo dare così tanta importanza da farne uno studio e dare un nome ad un atteggiamento che è semplicemente inqualificabile e maleducato?

Ragazzi miei, mi rendo conto che uno ci possa rimanere male, ma davanti ad una persona che smette di rispondervi senza spiegazioni, dall’oggi al domani, dovreste provare a capire che il problema non siete voi, ma che chi lo fa è una persona incapace di ESSERE UMANO. Restiamo umani, perchè questo ci rimane. E se qualcuno si permette di prendere i sentimenti altrui, ballarci sopra, per poi sparire nel nulla, beh, questo non è essere umani. E probabilmente, invece di farvi un torto, vi è stato fatto un gran favore, immaginatevi le beghe, se questo tipo di partner non fosse sparito.

“Non si videro nè sentirono mai più”. Probabilmente stavolta v’ha detto culo.