L’importanza di chiamarsi Elfo

Ci conoscevamo da molto tempo, ci trovammo vicini nel dolore, ci piacemmo. Era un uomo diverso, mi supportava. Mi aiutava. Era gentile. Mi baciò una sera d’autunno, dopo avermi salvata da una nottata di quelle hard core.

Ci andava piano, Lui, pianissimo, come me, che rifiutavo ogni idea di relazione. Non sbagliò nulla. Né una parola, né un gesto. Scalfì il mio scudo. Scherzavo sul fatto di essere un piano B. Sapevo che non era il momento per nessuno dei due di essere un piano A, ma il piano B era un buon compromesso. Mi dava il suo coltello se il mio non tagliava, senza che lo chiedessi. Mi telefonava, solo per sapere come andava la giornata. Bevevamo vino e ridevamo. Mi ascoltava e mi ammoniva: “basta con i disagiati, abbiamo detto basta. Abbiamo detto che meritiamo di più”. Gli credetti. E nell’istante in cui lo feci sparì.

Non si videro mai più, perché lo presi davvero in parola. “Basta con i disagiati”.

Gli abitanti del mio cuore

Era il periodo natalizio, lavoravo in un negozio chic nel centro storico della mia città. Parcheggiavo lontano, fuori dalle mura, così da non spendere tutto quel che guadagnavo in parcheggio.

La passeggiata dalla macchina al negozio era piacevole, attraversavo una delle parti della città che preferivo.

Era un pomeriggio grigio, aveva nevicato nelle vicinanze, ma non in città. Il clima era freddo, il Natale si avvicinava, insieme al senso di solitudine che lo pervade.

Passando davanti al teatro, poco prima del mio arrivo, un ragazzo davanti a me lasciò la scia di quello che è il profumo forte e deciso di mio fratello (di diritto ma non di sangue, ora dall’altra parte dell’emisfero, impegnato nella sua carriera). Chiusi gli occhi e inspirai a pieni polmoni. Prese forma davanti a me mio fratello (di diritto ma non di sangue), con mia cognata camminanti mano nella mano. Li immaginai fermarsi e baciarsi, come nella foto che gli feci in vacanza a Venezia, che tengo sull’orologio tecnologico che una volta era suo e che ha dato a me come tutte le volte, quando ne compra uno nuovo; io lo uso non per necessità, ma per sentirlo più vicino.

Li immaginai felici vicini a me. Belli, splendenti. Li immaginai ridere nei loro cappotti.

Pochi passi più tardi, l’uomo dal profumo fraterno cambiò strada, rispetto alla mia. L’odore svanì, ma non l’immagine di casa, di cui avevo tanto bisogno in questo Natale che come un’ombra si stava avvicinando, portando luci e canzoni e regali per taluni, ma una punta di dolore e malinconia per altri.

Mi resi conto però di come a volte basti un profumo forte e deciso per curare le assenze di chi risiede di diritto nel proprio cuore e che il dolore e la malinconia erano sempre meno protagoniste dei miei dicembre.

Sorrisi, giunta a destinazione. Aprii la porta e accesi tutte le lucine e i carillon natalizi del negozio chic nel centro della mia città.

Mastro Birraio

Non ho bevuto birra fino ai miei 32 anni. Quell’anno mi trovai di nuovo in fase di grandi cambiamenti. Decisi, vista la casa molto grande, di trovare un coinquilino.

Un mio amico cercava una sistemazione per un anno, il tempo che rifacesse casa sua. Non sapevo ancora che sarebbe diventato il mio migliore amico.

Una delle prime cose che fece fu rimproverarmi per l’assenza di luppolo nella mia vita, insieme al fatto che non mangiassi interiora animali, nè cose piccanti.

Mi fece cominciare a bere la Corona, la birra non birra, come la chiamava lui. Qualche tempo dopo, mi iniziò alle blanches, con la Hoegaarden. Ancora dopo le lager, poi la Chouffe.

Ci sono voluti 3 anni, ma alla fine abbiamo fatto un fine settimana nelle abbazie trappiste, in Belgio.

Quello che ha fatto con le birre è un po’la metafora della nostra amicizia, della nostra crescita insieme, come esseri umani, come uomo, come donna, come amici.

Adoro la birra, non tutta, ma adesso la riconosco, mangio piccante, ma non le interiora, veramente troppo per me. Ne ho fatta di strada, sono cresciuta, sono più forte, ma ho imparato anche ad appoggiarmi a qualcuno, con immensa fatica.

Ho capito che a volte, le persone non sono perfette, lui mica lo è, ma possono insegnarti e volerti bene e mettere un tassello di te, che mancava e che da sola non saresti riuscita a trovare.

Le cose non vanno sempre benissimo, ma almeno, oggi, sono orgogliosa del percorso che ho fatto e posso sempre stappare una birra e brindare a ciò che sarà, con chi sarà con me.

Cheers.

Baci a pioggia

Per molti andare ai matrimoni da soli dove non si conosce nessuno è motivo per declinare l’invito.

Non per me. Per questo fui felice di accettare, quando la mia amica disse che le avrebbe fatto piacere se io fossi stata lì a guardarla, splendida, innamorata, mentre andava all’altare.

Se qualcuno ti invita al suo matrimonio, è evidente che per quella persona sei importante, magari più di quanto realmente pensassi. Non l’avrei mai delusa, nonostante conoscessi solo la sposa.

Andare ad un matrimonio dove non conosci nessuno è una cosa assolutamente divertente, per una come me, che attaccherebbe bottone anche con i muri.

Poco dopo, infatti, chiacchieravo agilmente con questa e con quello.

Da lontano un Uomo Barbuto catturó la mia attenzione, in abito gilet e cappello. Un mix tra un dandy e uno dei membri dei Mumford & Sons, ma, subito dopo, attiró la mia attenzione la sua fidanzata che mi fissava con lo sguardo pazzoide. Le sorrisi. Non ricambió.

La festa andó avanti tra balli cibo e canti, quando uscii per fumare una sigaretta. Iniziai a parlare con un nuvolo di fumatori, anche l’Uomo Barbuto si unì a quel circolo di tabagisti. Via via che i fumatori finivano la loro sigaretta, rientravano. Rimanemmo soli, io e l’Uomo Barbuto. Parlammo in maniera circostanziale di musica, il suo outfit rispettava pienamente il suo stile musicale, lontano dal mio. Guardammo il cielo, minacciava pioggia, feci l’ultimo tiro e rientrai, incrociando la sua fidanzata che, come una iena inferocita attraversava la porta per andare, probabilmente, verso la sua preda da finire.

Fu inevitabile, per me, girarmi e sbirciare fuori dalla sala, dove si stava consumando un ring degno di scommesse, se solo avessi conosciuto qualcuno con cui poterle fare. Mi si avvicinó il fotografo, il quale sembrava uscito da un cartone animato: “hai fatto un bel casino!” Cosa?? Chi? Io? “Si, tu. Lei è gelosa.” No lei è pazza. È diverso.

Ci fu il taglio della torta, l’Uomo Barbuto era solo, ci mise poco ad avvicinarmi. “Fumi?”

“Si…”

“Tieni offro io.”

Uscimmo. Gli dissi che non avevo potuto fare a meno di notare che era rimasto solo. Pare che lei avesse preso l’auto e se ne fosse andata, nella notte, durante un matrimonio. Pare che fossero in crisi da tempo. La sigaretta finì, continuammo a parlare passeggiando. Ridemmo. I suoi occhi erano sereni, nonostante fosse stato appena piantato lì, i suoi occhi erano lieti ed era evidente che fossero così, perchè i suoi occhi stavano guardando me.

Sotto un cielo ottembrino che minacciava pioggia, l’Uomo Barbuto mi appoggió al muro del casolare e mi bació. Mi bació appassionatamente, mi bació con la brezza che si alzava lentamente, le nuvole che si accarezzavano, come lui accarezzava i miei capelli. Cominció a piovere, continuammo a baciarci. Aumentó sempre di più la pioggia su di noi. Eravamo quasi fradici quando si staccó dalle mie labbra per prendermi la mano e portarmi dietro l’angolo di quel casolare.

“Qui ci sono le stanze. La mia stanza. Sali?”

Pensai per un attimo. Pensai alla neo ex. Pensai che era stato il bacio più romantico della mia vita. Pensai alle beghe che ne sarebbero derivate.

Gli sorrisi, scossi il capo, gocciolando pioggia dalla testa.

Mi sorrise. “Capisco. Sei una tosta” disse apprezzandomi. Mi lasció il suo numero.

“Vado a casa” dissi. E feci una corsa sotto la pioggia, ridendo.

Non si videro mai più, ma ogni volta che piove, loro, ancora oggi, guardano fuori dalla finestra, sorridono e abbassano lo sguardo, sapendo che una bella serata di pioggia come quella, non la vivranno mai più.

C’è nessuno?

Ho scoperto da poco che esiste un atteggiamento che è quello di parlare con qualcuno, scambiarsi il numero, i contatti social, seguirsi, flirtare, iniziare a straparlare di qualcosa di molto simile ai sentimenti, fare sesso (altalenante, a tratti decisamente scarso, a tratti buono, ma comunque estremamente egoista-sì nel senso che una delle due parti non gode-), continuare successivamente a straparlare scomodando ancora emozioni e sentimenti e poi, di punto in bianco: SPARIRE.

Ora: ho scoperto che tutto questo nell’era difficile che stiamo vivendo è diventato un FENOMENO e questo FENOMENO prende il nome di “Ghosting”.

Il Ghosting è quel… FENOMENO che affligge una fascia d’età importante, pare che le persone che applicano il Ghosting abbiano problemi da ricercare in terapia, come abbandoni genitoriali e quindi non riescano ad assumersi la responsabilità di vedere soffrire qualcuno a causa loro e quindi, coscienziosamente, scelgono di fare come Dracula: puff e volare via. Pare che in qualche modo sia sempre esistito, ma che nell’era social-on line-visualizzo-e-non-rispondo sia amplificato.

Pare anche che le vittime di Ghosting, il…FENOMENO del Ghosting, ci rimangano sotto parecchio, non riuscendo a capire come mai il giorno prima andasse tutto bene e il giorno dopo l’altra parte sia sparita. E pare che sia una violenza psicologica importante da superare, molto più che un “no, guarda, finiamola qui perchè -segue motivo qualsiasi-“. Pare che ci siano persone che proprio non si danno pace per essere vittime di questo…. FENOMENO.

Dunque.

Mi sento sinceramente di rimanere profondamente basita davanti a tutto questo. Ma davvero viviamo in un’era dove una roba così viene definita un FENOMENO SOCIALE? Fatemi capire, chiamiamo Ghosting una roba che è mera maleducazione, mera viltà, incapacità totale di comunicare o assumersi le proprie responsabilità?

Ma davvero abbiamo trasformato in un FENOMENO un atteggiamento da stronzi? Davvero dobbiamo dare così tanta importanza da farne uno studio e dare un nome ad un atteggiamento che è semplicemente inqualificabile e maleducato?

Ragazzi miei, mi rendo conto che uno ci possa rimanere male, ma davanti ad una persona che smette di rispondervi senza spiegazioni, dall’oggi al domani, dovreste provare a capire che il problema non siete voi, ma che chi lo fa è una persona incapace di ESSERE UMANO. Restiamo umani, perchè questo ci rimane. E se qualcuno si permette di prendere i sentimenti altrui, ballarci sopra, per poi sparire nel nulla, beh, questo non è essere umani. E probabilmente, invece di farvi un torto, vi è stato fatto un gran favore, immaginatevi le beghe, se questo tipo di partner non fosse sparito.

“Non si videro nè sentirono mai più”. Probabilmente stavolta v’ha detto culo.

Le quattro stagioni

Erano lì, separati da un angolo di muro, lui nel locale di rito, lei nel suo. Li divideva un angolo. Un angolo soltanto. Si erano incrociati, ma non se ne erano nemmeno accorti. Mentre lei percorreva la strada principale, lui le veniva incontro, salutando questo e quello. Lei assorta al suo telefono gli è passata accanto, per girare l’angolo pochi metri dopo.

Si conobbero per caso, una notte di luna piena, si parlarono per gioco, cercavano la stessa cosa e la trovarono. Si innamorarono semplicemente, la prima volta che fecero l’amore si sentirono dentro un film romantico. Uscirono insieme verso nottate piene di magia, la loro cittá divenne Parigi, nonostante Parigi non fosse. Camminarono mano nella mano nelle sere d’estate. Abbracciati, invece, sotto la pioggia autunnale. L’inverno regaló loro un albero di Natale, un bel camino accesso, con la fiamma alta che bruciava, come loro; i film che lei amava, guardati abbracciati stretti sul divano. Il whisky che amava lui, bevuto a tarda notte, con la brace silenziosa che scoppiettava piano fino a spegnersi. Ma loro parlavano, ridevano, costruivano i loro riti, a volte fino all’alba. In primavera piantarono i loro fiori, potarono i vecchi. Si scaldavano al primo solicino, lei metteva il maglioncino all’imbrunire, lui si avvicinava e la scaldava nel suo abbraccio, che a lei sembrava tutto il mondo che desiderava. L’estate arrivó torrida, gli abbracci divennero fastidiosamente umidi e sudati, brució i loro fiori. Ridere sembró improvvisamente difficile, forse impossibile. Le loro strade, nell’estate che bruciava, si separono.

In quella sera di settembre, di nuovo mite, loro erano lì, separati da un angolo di muro. Divisi da un angolo. Di tutte le stagioni vissute non c’era più niente. Si erano sfiorati, non si erano visti. Così vicini, ma ormai così lontani.

Non si sarebbero visti mai più. Separati da quell’angolo di muro, che in realtà era diventata una fortezza inespugnabile.

Lisbona, Lisbon, Lisboa

Quando arrivi a Lisbona capisci subito due cose. La prima è che il comune deve avere un’assicurazione molto vantaggiosa, poichè tutti i marciapiedi sono in sanpietrini lucidi in salita e discesa che San Francisco levate, infatti c’è un tasso di gente con le gambe rotte molto alto. Se piove è finita.

La seconda è la ginjinha, il liquore alla ciliegia che ti danno a shot a 1€ ad ogni portone.

Lisbona ha quel tipico sapore arabo, ma con un’eleganza propria portoghese. I borseggiatori sono zingari, ci dicono i locali, così come quelli che tentano di venderti hashish, marijuana e coca ad ogni angolo e ad ogni ora del giorno e della notte. “Non vi fidate, sono zingari che vendono rosmarino e zucchero, se volete dategli una sberla”. Ok. Anche a sto giro ci si droga domani e si manda avanti la rissa.

Un modo per girare rapidamente Lisbona sono i tuktuk tour. Con meno di 50€ (quindi 25€ a persona se siete in due, ancora meno se siete in tre) sali su un’ape Piaggio e per un’ora e mezza hai a disposizione una guida della città. Noi siamo stati molto fortunati, abbiamo trovato Sonny, padovano ormai a Lisbona da diversi anni. Una guida incredibile (con tanto di ginjinha nel mezzo).

Gli abitanti di Lisbona sono gentili, sempre disponibili ad aiutare il turista, parlano tutti inglese o spagnolo o francese, non cercano mai di fregare, ma anzi, mettono sempre in guardia dai pericoli in cui si puó incappare. Proprio come in Italia, insomma.

Sentono molto la fede cattolica, il loro santo è Antonio, da Padova, che in realtà ho scoperto essere di Lisbona, a Padova ci è solo morto. Nella seconda settimana di giugno c’è una festa in onore di sant’Antonio che riempie le strade di colori, griglie e tavoli, dove si puó mangiare in ogni angolo e dove anche gli abitanti delle case al piano terra servono la ginjinha.

I simboli di Lisbona sono: il gallo, il fado e le sardine. Sardine ovunque. Sardine in una quantità mai vista prima. Sardine che uno dei negozi di souvenir più importanti è come il negozio m&m’s a New York, ma pieno di scatole di sardine colorate.

Alfàma tra tutti rimane uno dei miei quartieri preferiti, piccoli vicoli in cui perdersi e ritrovarsi (sbronzi di ginjinha). Molto bello il museo Berardo, per chi ama l’arte moderna. Per una gita fuori porta Sintra è un capolavoro. C’ha ammazzato, ma ne valeva la pena.

Lisbona con le sue mattonelline sui palazzi (le azulejos), con le sue salite, con tutti quei cazzo di scalini, con la street art, ti conquista. Rimane un delizioso angolo di terra, un piccolo dono da scartare, per chi non ha più di 3/4 giorni da stare fuori.

Blu

Abbracciata dal buio, stretta nel piumone, sfoglio con le dita i miei pensieri.

Distratta dal tuo sonno, dal respiro profondo di chi sogna, discorro la giornata in ogni sua forma. Conosco questi sintomi, voli pindarici di pensieri. Spio il sonno dei cani, questa volta.

Sintomi di lieve ansia forse insonnia che fa capolino dall’oscurità e che cerco di respingere giù.

Il buio mi accarezza e io tocco ancora con le dita ogni singolo pensiero.

Canticchio silenziosamente una canzone. Pioggia battente. Chiudo questa giornata. Bastasse chiudere gli occhi. Presto o tardi sará domani.

Eccomi a casa

Non si può piacere a tutti. Io ho avuto la sfortuna di non piacere alla maggior parte della mia famiglia. Ci sono voluti molti anni per superare questa cosa. Quando non piaci a qualcuno a cui dovresti piacere di default ti senti sempre l’esclusa e l’abbandonata. E giù complessi che non ti permettono di vivere serenamente. Fortunatamente però, io una famiglia me la sono costruita nel tempo, un branco sgangherato, che mi ha fatta sentire protetta, che mi sostiene ogni giorno e che mi sceglie ogni giorno. Fortunatamente (e lo dico oggi, con leggerezza) le persone tossiche, quelle che ti fanno sentire sbagliata, quelle che ti fanno sentire sempre giudicata e mai libera di esprimere te stessa, perché te stessa non gli piace proprio, se ne sono andate da sole. Come una magia, dove all’inizio rimani perplessa, dove ti senti spaesata, ma poi, giorno dopo giorno, ti rendi conto che erano come un veleno che ti entrava nelle vene, con la loro rabbia, la loro perfidia, il loro opportunismo costante e incontrollato.

Successivamente la loro sparizione graduale io sono migliorata. Questo mi ha portata a riflettere su una cosa importante. L’ambiente. Il nostro ambiente. Quello che viviamo tutti i giorni. Per essere sereni (sereni, non felici, perché è la serenità quella che va conquistata ogni giorno) è necessario partire dalla pulizia del proprio ambiente. Finchè non si avrà il coraggio di rendersi conto che alcune persone sono tossiche, non si riuscirà mai a vivere serenamente, poiché il loro male invaderà e toccherà ciò che tentiamo di costruire.

Pulire il proprio ambiente è fondamentale, riuscire a distaccarsi da chi ci fa male, schermare chi ci fa sentire inadeguati. Questa, a mio parere, è la base per poter mettere fondamenta solide per la nostra esistenza, per la nostra serenità, per quei picchi di felicità che ci meritiamo.

Ho messo i primi mattoncini. Sarò una casa bellissima. Sarò la casa che voglio essere.

L’inverno è arrivato

Durammo il tempo di una stagione. Un autunno bellissimo pieno di cose meravigliose. Durammo il tempo di una stagione anche se il tempo sembró fermarsi, qualche volta, sdraiati nel letto per 48 ore, senza che l’uno volesse lasciare l’altra. Festeggiammo il suo compleanno con una torta che mai si consuma e lo portai persino a Parigi, al Mouline Rouge, ma tra le nostre lenzuola. Lui invece mi portó indietro nel tempo, con un uomo a cavallo che correva e navigava e io contenta e felice avevo tutto quello che volevo. Lui lo sapeva, lo vedeva e si sentiva un re, uomo accanto ad una donna.

Durammo il tempo di una stagione, una stagione in cui sperimentammo un sacco di cucine perchè ci divertiva ed era una cosa nostra. Mi fece un nido, dove io mi sentivo in pace. Non mi spaventava mai, nonostante di tanto in tanto un temporale affligesse i suoi pensieri, ma mai, mai, i suoi lampi e i suoi tuoni mi spaventarono. E questo lo rasserenava, lo vedevo il sole tornare. Condivideva i suoi cieli e io i miei, per farlo sentire più a casa, più vicino, quando era lontano e perso. Costruí una casa tutta nostra, solo per noi, viola e piena di palloncini, perchè sapeva che mi mettevano gioia. Mi teneva al sicuro, al sicuro anche da sè, ma io non capivo perchè. Le cose belle si sa, durano il tempo di una stagione e come spesso (mi) accade quando si sale così in alto bisogna voler volare e lui non volle. Non volle salire di più. E io sono una che porta parecchio su nel cielo, diceva. Soffriva di vertigini pare e la mia mano non la volle più afferrare, seppur ci pensasse constantemente, seppur in fondo al cuore volesse me. Cominció, mattoncino lego dopo mattoncino lego a fare un muro bellissimo e coloratissimo, che nemmeno mi pareva un muro vero, divertente e allegro, ma sempre un muro era. E noi non eravamo più alla fine degli anni 80, dove i muri venivano buttati giu. Noi eravamo alla fine degli anni 10 dei 2000, dove muri ne mettevamo ovunque, ad ogni confine.

Fu così che arrivó il solstizio d’inverno e quella luna lo portó via.

Non lo vidi mai più ma resta il fatto che fu una stagione bellissima.