Eccomi a casa

Non si può piacere a tutti. Io ho avuto la sfortuna di non piacere alla maggior parte della mia famiglia. Ci sono voluti molti anni per superare questa cosa. Quando non piaci a qualcuno a cui dovresti piacere di default ti senti sempre l’esclusa e l’abbandonata. E giù complessi che non ti permettono di vivere serenamente. Fortunatamente però, io una famiglia me la sono costruita nel tempo, un branco sgangherato, che mi ha fatta sentire protetta, che mi sostiene ogni giorno e che mi sceglie ogni giorno. Fortunatamente (e lo dico oggi, con leggerezza) le persone tossiche, quelle che ti fanno sentire sbagliata, quelle che ti fanno sentire sempre giudicata e mai libera di esprimere te stessa, perché te stessa non gli piace proprio, se ne sono andate da sole. Come una magia, dove all’inizio rimani perplessa, dove ti senti spaesata, ma poi, giorno dopo giorno, ti rendi conto che erano come un veleno che ti entrava nelle vene, con la loro rabbia, la loro perfidia, il loro opportunismo costante e incontrollato.

Successivamente la loro sparizione graduale io sono migliorata. Questo mi ha portata a riflettere su una cosa importante. L’ambiente. Il nostro ambiente. Quello che viviamo tutti i giorni. Per essere sereni (sereni, non felici, perché è la serenità quella che va conquistata ogni giorno) è necessario partire dalla pulizia del proprio ambiente. Finchè non si avrà il coraggio di rendersi conto che alcune persone sono tossiche, non si riuscirà mai a vivere serenamente, poiché il loro male invaderà e toccherà ciò che tentiamo di costruire.

Pulire il proprio ambiente è fondamentale, riuscire a distaccarsi da chi ci fa male, schermare chi ci fa sentire inadeguati. Questa, a mio parere, è la base per poter mettere fondamenta solide per la nostra esistenza, per la nostra serenità, per quei picchi di felicità che ci meritiamo.

Ho messo i primi mattoncini. Sarò una casa bellissima. Sarò la casa che voglio essere.

Annunci

L’inverno è arrivato

Durammo il tempo di una stagione. Un autunno bellissimo pieno di cose meravigliose. Durammo il tempo di una stagione anche se il tempo sembró fermarsi, qualche volta, sdraiati nel letto per 48 ore, senza che l’uno volesse lasciare l’altra. Festeggiammo il suo compleanno con una torta che mai si consuma e lo portai persino a Parigi, al Mouline Rouge, ma tra le nostre lenzuola. Lui invece mi portó indietro nel tempo, con un uomo a cavallo che correva e navigava e io contenta e felice avevo tutto quello che volevo. Lui lo sapeva, lo vedeva e si sentiva un re, uomo accanto ad una donna.

Durammo il tempo di una stagione, una stagione in cui sperimentammo un sacco di cucine perchè ci divertiva ed era una cosa nostra. Mi fece un nido, dove io mi sentivo in pace. Non mi spaventava mai, nonostante di tanto in tanto un temporale affligesse i suoi pensieri, ma mai, mai, i suoi lampi e i suoi tuoni mi spaventarono. E questo lo rasserenava, lo vedevo il sole tornare. Condivideva i suoi cieli e io i miei, per farlo sentire più a casa, più vicino, quando era lontano e perso. Costruí una casa tutta nostra, solo per noi, viola e piena di palloncini, perchè sapeva che mi mettevano gioia. Mi teneva al sicuro, al sicuro anche da sè, ma io non capivo perchè. Le cose belle si sa, durano il tempo di una stagione e come spesso (mi) accade quando si sale così in alto bisogna voler volare e lui non volle. Non volle salire di più. E io sono una che porta parecchio su nel cielo, diceva. Soffriva di vertigini pare e la mia mano non la volle più afferrare, seppur ci pensasse constantemente, seppur in fondo al cuore volesse me. Cominció, mattoncino lego dopo mattoncino lego a fare un muro bellissimo e coloratissimo, che nemmeno mi pareva un muro vero, divertente e allegro, ma sempre un muro era. E noi non eravamo più alla fine degli anni 80, dove i muri venivano buttati giu. Noi eravamo alla fine degli anni 10 dei 2000, dove muri ne mettevamo ovunque, ad ogni confine.

Fu così che arrivó il solstizio d’inverno e quella luna lo portó via.

Non lo vidi mai più ma resta il fatto che fu una stagione bellissima.

Alla pugna!

Viviamo in un’ epoca strana. Viviamo in un’ epoca dove la paura è padrona. In ogni campo. Abbiamo paura di non arrivare a fine mese, abbiamo paura del terrorismo, abbiamo paura delle persone diverse da noi, abbiamo paura di rimanere soli, abbiamo paura di stare con qualcuno.

La paura ci paralizza. Questa paralisi, spesso ci fa perdere un sacco di opportunità. Abbiamo paura di essere felici, di stare bene perchè in passato non lo siamo stati, abbiamo sofferto, siamo caduti e rialzarci è stato doloroso. Ma come si fa a non avere coraggio davanti alle cose belle? Può essere davvero che la paura di fallire ci condizioni a tal punto da non rischiare più? Il passato e le cose che ci sono successe possono davvero rischiare di compromettere il futuro? Non sono convinta di voler stare a guardare la mia vita come se fosse un film, senza viverla davvero, senza sentire il freddo e il calore sulla pelle. È doloroso? Si, certo che lo è, mettersi in gioco lo è sempre, ma se una determinata cosa dovesse essere bella, piuttosto che tragica, non perderei molto di più che non viverla? Le armature pesano, ci affaticano e ci rallentano. Le campane di vetro sotto cui ci mettiamo si rompono, si sgretolano, perchè che lo vogliamo o no, la vita ci inonda e quando l’onda è più alta, non ci sfiora solamente, ma ci porta via, che ci piaccia o no. Con o senza protezioni. Forse sarebbe più utile pensare ad un salvagente, piuttosto che a delle zavorre, ad un giubbottino che ci sappia tenere a galla, ma nel mare, riuscire a nuotarci. Perchè poi, quando siamo lì, a fare il morto a galla, con il sole che ci accarezza l’anima, cavolo se si sta bene. E vale la pena, per paura di affogare, non provare questa sensazione? No.

Sbagliamo protezioni. Preferiamo evitare una cena, che magari ci avrebbe portato delle risate; un viaggio, che ci avrebbe arricchiti; una conoscenza lontana da noi, che ci avrebbe fatto conoscere una cultura diversa; una storia d’amore che per chissà quanto tempo ci avrebbe fatto sentire i re del mondo.

Preferiamo le armature pesanti ai braccioli.

E allora, io sono le mie scelte. Io sono padrona di me stessa. Non la paura, ma io.

Io voglio nuotare, voglio rischiare di essere felice, piuttosto che rischiare di essere paralizzata e apatica. Voglio rischiare di stare bene, anche se questo mi potrebbe procurare dei lividi, anzi, anche se questo mi provocherà sicuramente dei lividi. Ma almeno ci avrò provato. Almeno, guardandomi allo specchio vedrò me stessa e non il mio fantasma.

Io voglio avere coraggio. Perchè un cavaliere non è fatto di armatura, bensì del suo cuore impavido.

Alla pugna!

Come Milord e Bunny

Era qualche mese che ci si girava intorno, che ci si annusava da lontano. Qualche bevuta offerta, qualche sorriso, qualche sigaretta come scusa per fare due chiacchiere. I suoi occhi erano dolci, sempre sorridenti, neri e scuri, impenetrabili. Una sera qualcosa fu diverso, chissà, forse una bevuta di troppo, forse il mio scollo più profondo, forse quel rossetto rosso, forse la pioggia battente:

“vorrei baciarti”.

“qui?”

“si, qui”

“ok”

Mi prese il viso tra le mani con dolcezza, mi guardò. Rimase immobile per un secondo, vicino al mio viso, senza parlare, ma continuando a guardarmi. Poi si incollò a me, con delicatezza, baciò le mie labbra come fossero petali di un fiore raro, lentamente passò una mano tra i miei capelli, l’altra non perdeva il contatto con la mia guancia. Mi baciò con gentilezza, con armonia, fu un valzer di bocche. Sembravamo Milord e Bunny di Sailor Moon.

“Perchè solo oggi dopo tanto tempo?”

“Perchè non ero sicuro che tu lo volessi”

“Io non sapevo di volerlo, fino a che non me lo hai proposto”

“Che scemo eh?”

E continuò a baciarmi, continuò anche a casa mia, e continuò quella volta a casa sua.

“Sei bella, con questa luce del mattino”

La sua tenerezza, le sue carezze per così poca intimità, le sue parole, così piene di affetto che non capivo proprio da dove venisse. Fu inaspettato e piacevole. Fu piacevole perchè fu del tutto inaspettato.

Non lo rividi più, se non per qualche bevuta offerta, qualche sorriso, qualche sigaretta come scusa per fare due chiacchiere.

Non ci fu un perchè. Lui un giorno smise di cercarmi. Io lo stesso giorno smisi di cercare Lui.

Certe cose sono belle se rimangono inaspettate.

Equivoci fotovoltaici

Lui era matto. Matto di quelli belli. Quel tipo di matto che si lascia guidare, perchè lo sa che è matto. Un matto di quelli che attraggono e che lo sanno, ma per cui non è sempre stato così e se lo ricordano. Faceva l’artista, non specificherò che tipo di artista fosse, non ha importanza. Lui era un Artista a tutto tondo. Ed era fico. Occhi enormi verde acqua, capelli mossi scuri, labbra del dio dei baci.

Eravamo conoscenti social da un bel po’, in seguito ad un evento che lo vide protagonista, mi aggiunse su fb. Poi instagram. Qualche like, nulla di più. Quasi un anno dopo lo sognai. Sì, sognai un perfetto sconosciuto. Fu talmente strano che mi venne naturale dirglielo. Iniziammo una chat estremamente brillante, che non si fermò nemmeno quando lui disse “vado ad un concerto con IL MIO FIDANZATO”.  Pensai che fosse molto bella la naturalezza del suo essere innamorato di un uomo. La chat si stoppò per un periodo, un periodo per me faticoso, altrettanto per lui, tanto da non sentirci. Poi una domenica brillò il telefono. Il simpatico Artista mi bussava dallo schermo. Gli raccontai dei miei pretendenti, che mi inseguivano in quel periodo e che annoiata rifuggivo, gli chiesi di vedersi quel martedì, lo avrei raggiunto dopo la palestra, mi piaceva, volevo assolutamente conoscerlo fuori dal social, nella realtà.

Quel martedì però iniziarono ad accavallarsi problemi lavorativi. Persone. Cose. Dovetti contattarlo per rimandare. Immantinente chiese allora di vedersi il giorno dopo. Ricordo distintamente che mi chiesi se questo fidanzato abitasse fuori zona, vista la disponibilità ad incontrarmi. Per caso domandai: “ma l’ho sognato o hai detto di essere fidanzato?

“Io sono single da due anni.”

Ripercorsi la nostra chat a ritroso. Gli avevo detto di tutto. Lui intendeva “il suo fidanzato” come il suo migliore amico, forte di una sua eterosessualità che, per chi non ci aveva mai parlato, era praticamente impossibile da scorgere. Gli avevo detto veramente di tutto, risposi anche alle sue domande più maliziose con estrema naturalezza e ora mi ritrovavo con un appuntamento che non volevo. Vibra il telefono. Un video. Lui, che mi fa vedere se stesso e le colline dove sta correndo. Un calore mi salì dallo stomaco fino alla radice del capello, sgranai gli occhi. PER NIENTE MALE QUA IL RAGAZZO. Bello come il sole, sorridente, scazzato. E MATTO. E io stavo per presentarmi all’appuntamento in tuta dopo la palestra. Tanto era gay. La fortuna era dalla mia, per una volta.

Ci vedemmo, parlammo, mangiammo, parlammo. Mi baciò, bene. Mi baciò bene fino a mattina. Ci salutammo, ma ci rivedemmo svariate volte. Il sesso era una gioia, sempre diverso, sempre vario, sempre allegro. Ero attratta da lui per questo suo essere qualcosa che lasciava appena intravedere, per quello che la fragilità di uno sguardo o la sincerità di una carezza urlano nonostante ciò che si dà a vedere. Ero curiosa di quello che c’era da scoprire. E lui lo era di me. Ci tuffammo, giocammo sott’acqua ma pure sopra. Adoravo spostargli i capelli dagli occhi e scoprirli così pieni di munificienza. Adorava accarezzarmi le gambe e fare disegni con le dita sulla mia pelle.

Come tutte le volte non lo rividi mai più, perchè le vita è questa, perchè è tutto in ciclo, perchè va bene così.

Un giorno aprimmo gli occhi e ci svegliammo da quel sogno.

Suona la sveglia. Apro gli occhi. Ma pensa tu chi sono andata a sognare. Quasi quasi glielo scrivo.

Sentenze

Oggi è la festa del papà. “Mi sono scordata, scusami, lo sai che non sto dietro a queste festività.”
“Non preoccuparti filliola” così mi chiamava, filliola “ti prendo in giro”.
Dopo 14 giorni mio padre è morto. Sono sei anni, adesso, che la festa del papà è una sentenza, non un giorno, non una cosa a cui non badare, che passa come una brezza sciocca e leggera. É una mancanza, un pizzicotto, che qualsiasi cosa io stia facendo, ad un certo punto stringe. E fa male. A volte di più, a volte di meno. Eppure non faccio caso a queste feste. Sono feste nate per il commercio e per chi, come me, ha un motivo per sentire la mancanza.
Non la sentiamo sempre, la sentiamo a volte, quando siamo in difficoltà o particolarmente felici. E per queste cazzo di feste comandate. Grazie Marketing, grazie davvero.
Marzo comincia con gli sms delle varie profumerie piene di sconti per il tuo papà, con pubblicità in tv che propongono regali per il tuo papá e cartelloni di offerte in città, sempre per il tuo papà.
Entri lentamente in questo miglio verde, giorno dopo giorno. Fino alla sentenza. Oggi.

D I C I A N N O V E M A R Z O

Mai come quando non puoi più festeggiare una cosa, anche la più cretina, ti rendi conto di quanto ogni occasione sia stata persa, di quanto basti così poco, fare una telefonata o dare un abbraccio, per far sentire quella persona felice. Peró sei una ragazzina, vai controcorrente e sei sovversiva, no, io queste feste non le festeggio. Beh ecco, si, lo credo ancora che siano feste idiote, ma non c’è anno in cui io non vada sulla foto profilo di mio padre, che mise proprio oggi sei anni fa, a lasciare un commento. Noi due, io bimbetta sulle sue spalle, lui capellone anni 80. “Foto da festa del papà”, scrisse.

Brava testona, ogni occasione è persa, ahimè non lo rividi mai più.

Flash tutto sommato è un supereroe

Avevo appena 25 anni, ho sempre avuto l’attitutidine ai toy boy, infatti, quella sera dovevo vedere un 22enne. Non ero granchè convinta, anche perchè per raggiungere l’oggetto del mio desiderio (?!?) dovevo fare più di quaranta minuti di macchina. Mi faceva profondamente fatica, ma poi, non poteva venire lui? Ma siccome era un periodo di magra sessuale, pensai di non essere nella posizione di tirarmela. Pensai che alla fine un po’ di sana salsiccia non mi avrebbe fatto male. Per cui mi misi in auto, con l’idea di tornare presto.
Lui non era questo granchè, ma da una rapida liaison, lasciata a metà tempo addietro, sapevo che era ben messo, che poi era l’unico motivo per cui avrei affrontato quei quaranta minuti di auto e musica di mercoledì.
Arrivai nel parcheggio dell’appuntamento alle 21 spaccate, mi infilai nella sua scomodissima auto e come un gatto mi zompò addosso. “niente male, proprio niente male” pensai durante i preliminari spinti, “ci siamo, mi levo qualche soddisfazione, sisi, bravo proprio così. Oh ci siamo” entrò dentro di me, con una gran bella soddisfazione iniziai a lasciarmi andare, iniziai ad ascoltare il mio corpo, che, in festa, stava cominciando a divertirsi sul serio.

“AH.OTTIMO -.-”

Dunque:è vero che volevo tornare presto, ma così era decisamente troppo presto. Due minuti. Due. La durata dell’atto sessuale fu più breve di una canzone di Tenco.
Iniziò a scusarsi, a dire che non sapeva proprio come poteva essere successo -certo, come no- che gli dispiaceva -beh, almeno datti da fare diversamente- quando squillò il suo telefono. Sua madre. “non allarmarti tesoro” iniziai a tirare su gli slip “siamo al pronto soccorso perchè tuo padre urina sangue” iniziai ad allacciare i pantaloni “cerca di venire, ma vedrai non sarà grave” scossi i capelli e misi il rossetto.
“Sarà il caso che tu vada. Io torno verso casa, oh, fammi sapere eh, ma vedrai che saranno calcoli ai reni”.
“E se è un tumore?”
“Ma no, stai tranquillo.”
Scesi dall’auto. Rimontai sulla mia. Accesi la radio. Quaranta minuti dopo ero a casa. Imprecai. Andai a letto.

Erano calcoli ai reni.
Non lo vidi mai più.

Principe o Principessa?

Maledetta Disney, quante volte lo abbiamo detto e ripetuto?
Siamo state bambine e come bambine abbiamo visto i cartoni della Disney. Tutte queste principesse in attesa del principe azzurro.
Maledetta Disney, siamo cresciute, ma non abbiamo smesso di sognare, di sperare, di innamorarci e di rimanere deluse perchè Lui non si comportava proprio per nulla come questo o quell’altro principe.
Nessuno che ci abbia salvate, nessuno che abbia combattuto contro alcun drago, ma anzi spesso, nemmeno il guizzo di prenotare un ristorante.
Povere noi, povere principesse deluse.
Ebbene, superati i 30 ho capito che no. Non sono una principessa, nè tantomeno esiste il mio principe. Però, c’è un però.
Potrebbe essere che abbiamo sbagliato prospettiva? Ovvero, non è tanto quanto noi ci sentiamo la principessa, ma quanto ci piaccia il principe?
Magari la donna che da bambina adorava Biancaneve è una donna che ama stare in cucina e attende un uomo che non muove un dito per lei, eccezion fatta per il ciuccione che la rianima.
O forse la bambina che agognava di essere Cenerentola (esistono bambine che adorassero pulire e lavare per le sorellastre? è una favola un pò sfigata no?) aspetta un uomo che non ha alcuna voglia di cercarla, ma anzi, manda addirittura il valletto a far provare la famigerata scarpetta.
E di Ariel? che mi dite della Sirenetta? La prima principessa crocerossina, con un principe da salvare che si fa circuire da un’altra sciacquetta.
Comunque, l’unico principe emancipato, che faccia davvero qualcosa per la propria principessa è e rimane Filippo.
L’unico tra tutti i principi a correre in mezzo ai rovi, brandendo la spada contro il drago. Un principe pronto a sposare una contadinella, anche se poi gli dice culo che è proprio la principessa.
Filippo è il principe che non ha paura dei propri sentimenti e non ha paura di affrontare i pericoli per arrivare a limonare la sua donna sopita.
Ovviamente la mia principessa preferita è Aurora, de La bella addormentata nel bosco.
E mi sono resa conto poco prima di scrivere questo pezzo, che il mio uomo ideale è proprio il principe Filippo, impavido, buffo, fuori dagli schemi, ma che sa quello che vuole e se lo prende.
Può, dunque essere, che io abbia sempre saputo quale fosse il mio uomo ideale, fin dalla tenera età, ma che non avendolo associato alla mia favola preferita sia uscita con una schiera di principi di qualcun altra?
Ovviamente ancora il mio Filippo non l’ho trovato, starà forse danzando in un bosco con la principessa sbagliata?
Nel frattempo io, me ne sto qua a sonnecchiare, prendendo di tanto in tanto qualche pesce, da ributtare dopo in mare per non rivederlo mai più.

A.A.A

Mi piace quello. Ma mi piace un sacco.
Da qui segue quasi sempre un selvaggio stalking sul profilo fb, su whatsapp, su instagram. Guarda ha fatto questo, guarda è andato li, guarda ha scritto quello. Ora gli scrivo, non mi ha risposto, controllo, ha letto, non ha letto, visualizza e non risponde: OHHH! Calmi!
Non ci rendiamo conto che ne diventiamo dipendenti, ancora prima di entrare in contatto realmente con quella persona. La comunicazione distorta a cui siamo abituati diventa una totale dipendeza, non tanto dalla persona, ma dalla comunicazione stessa. Lo trovo drammatico. L’ho fatto e quando mi sono resa conto di farlo mi sono sentita una dipendenza addosso. Poi l’ho analizzata e mi sono accorta che nemmeno mi importava di Lui ma bensì che Lui mi rispondesse. È una sottile differenza, ma credo sia fondamentale.
Oggi conosciamo le persone prima on line che di presenza. Iniziamo un rapporto con il loro modo di scrivere di pubblicare, di fare foto. E spesso questo periodo dura più del necessario. Ci creiamo un’immagine di quella persona che magari è solo apparenza, magari è realtà, magari si, magari no. Ma iniziamo a creare storie su questa persona, iniziamo a immaginare. Scusate e la realtà?
Mentre ci imparanoiamo nel “OHMIODIO NON MI SCRIVE, MA È ON LINE OPPURE NO?” e giù a cercare su ogni social, perdiamo di vista una cosa stupida e semplice: vedersi.
Ora, forse qualcuno obietterà che Lui (o Lei) è molto impegnato e non può proprio trovare il tempo, per questo ci sentiamo per sms, ma mi ha scritto ed è una cosa buona, no? NO. Ragazzi non lo è. Se una persona non trova il tempo per noi, va lasciata stare, anche perchè come potrete confermare voi stessi dallo stalking selvaggio, la persona in questione trova il tempo per fare molte altre cose. E scrivere un messaggio non è trovare del tempo. Ma abbiamo chattato tutto il pomeriggio. E perchè non vi siete visti? Perchè si continua a rimanere nell’irreale? Facile. Perchè non vogliamo metterci in gioco o sbilanciarci. Ovviamente sto parlando dei rapporti in nascita, sono una fan delle chattate dure, a patto che siano con persone con cui mi vedo anche. Usciamo a mangiare un boccone, a prendere un caffè, a ballare, a fare una passeggiata. Poi si chatta. Cambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia eccome.

Quindi, ciao, sono Sandra e sono 29 giorni che non cado nella dipendenza. Non sono sicura che non ci ricadrò. Ma per il momento ho guardato il problema e mi pare proprio che il primo passo per affrontare un problema sia proprio ammettere di avere un problema.

Immobilismo

La staticità è qualcosa che mi ha sempre provocato un certo grado di invidia. L’essere in così perfetto equilibrio con tutte le proprie parti da essere immobile, in quiete, dove niente ti può turbare. Avere la capacità di essere immutabile nonostante forze contrarie.
Sarebbe molto bello essere statici anche nella vita, sarebbe tutto più facile. Qualsiasi cosa accada io mi ritroverò nello stesso posto, con le stesse convinzioni e con gli stessi pensieri di prima, ma sarò lì, statico, fermo. Certo, non metto in dubbio che così facendo smarriremmo il senso della vita, perdendo quei bellissimi colori emozionali che proviamo quando ci relazioniamo con le persone che inevitabilmente ci cambiano, nel bene o nel male. Ma è proprio questo il punto. Il male.
Quanto dobbiamo aspettare che il male ci abbatta, ci affossi, ci spinga sempre di più verso il basso prima di ricevere un feedback? Quando dobbiamo essere statici e fermi aspettando che le forze si plachino e quando invece dobbiamo reagire, prendere coscienza di noi, muoverci e diventare dinamici??
L’emozioni che proviamo sono come i maglioni di lana che indossiamo. Se indossi un maglione che ti piace, comodo, che ti fa stare bene è giusto rimanere immobile. Quando però quel maglione inizia a diventare stretto, scomodo, pungente, beh, è meglio toglierselo senza aspettare che ci procuri un eritema. Il male serve, proprio come serve il bene, ma non deve prendere campo. Non dobbiamo tergiversare aspettando che le cose migliorino. Spogliamoci, buttiamo via i maglioni stretti, strappati, ispidi e prendiamone di nuovi. È molto difficile buttare via un maglione a cui siamo affezionati perché ci ha dato calore quando ne avevamo bisogno, ci ha protetto dalle intemperie del tempo, ci faceva sentire al sicuro.
Ma basta sedersi, prendere un lungo respiro e muoversi.
Tanto, alla fine, siamo i maglioni che indossiamo.