La nave fantasma 

Ci sono quei periodi dove non hai voglia realmente di una storia, ma allo stesso tempo non credi nei trombamici, ma uno che ti piace c’è. Immaginiamo la situazione idilliaca, che l’altro si trovi nel medesimo mood.

Ecco. Oltre a rivoltarsi nelle lenzuola (e dove più vi ispira) come ricci, cos’altro si può fare? Riflettevo sulle categorie di cose che rendono una frequentazione più virata alla relazione invece che alla semplice conoscenza.

Insomma, la cena è evidentemente una cosa impegnativa, una cosa che ci va un po’ stretta, che un pochino mette il cappio al collo. Si va a cena insieme quando due hanno mire coppiesche, non di conoscenza mera e semplice. Dividere un pasto è una roba intima. Intima ma condivisa con gli altri. Perché sei allo scoperto. Diversamente potrebbe essere dormire insieme. Sicuramente la cosa più intima mai inventata, ma se la relazione sessuale va avanti  reiteratamente potrebbe essere una prolunga per poi rifare sesso nuovamente. Io sono una fautrice del dopo ognuno a casa sua, ho chiuso inizi di frequentazioni a causa di uomini già pronti con lo spazzolino la prima sera. Ma diciamo che se due prendono una buona intimità, perché no?

Assolutamente niente smancerie in pubblico, questo va diretto sotto la categoria “relazione”. Ci si dovesse incontrare casualmente nei soliti posti, saluti, baci, tre chiacchiere. Poi ognuno alla sua serata. Questo tra l’altro gonfia a dismisura la libido perché a fine serata niente vi vieta di trovarvi da qualche parte e scopare come conigli, dopo esservi mandati segnali in incognito, dipende sempre dal grado di complicità tra le parti.

Mostre ed eventi culturali: dipende. Dipende da quanta gente conoscete che frequenta musei. Se si ha poca possibilità di incontrare persone allora perché no?  Il cinema lo immagino già più impegnativo.

Ed eccoci all’essenza della questione: la frequentazione virata al semplice stare bene, senza secondi fini, solo per allegria e senza pensieri deve necessariamente essere tenuta all’oscuro. Deve essere assolutamente protetta da sguardi esterni, social e chiacchiericci. Questo passaggio è F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E. Due individui che non hanno voglia di finalità coppiesche non vogliono domande. Nè fatte per sé, né tanto meno fatte dagli altri. Riuscire a mantenere proprio quell’angolo di spensieratezza umana risulta la carta vincente per far sì che la cosa vada avanti. Inevitabilmente questo sotterfugio bianco aumenterà il desiderio rendendo tutto un gioco divertente, allegro e leggero. Giocare è così sottovalutato in questi ultimi anni, è tutto sempre così serio e grave. Ma giocare con la libido è gioia pura. Credetemi. Come lasciarsi andare a un sano, intenso, violento orgasmo mentre stai scriv

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La prima volta

Adoro le prime volte. Le prime volte sono esplosioni di gioia. Le prime  volte sono quelle esperienze che fai una sola volta nella vita e naturalmente la persona con cui le condividi o il momento in cui le fai rimarrano indelebili per sempre. POTENTE.

Un’altra specialità delle prime volte è che crescendo diventano rare.

La prima volta per antonomasia ovviamente è quella sessuale. Ma non penso sia per una questione etica. Penso piuttosto che sia perchè hai (o almeno dovresti avere) un’età in cui sei cosciente di quello che fai. Insomma, è decisamente più importante la prima volta che hai camminato o che hai parlato, ma non te lo ricordi, eppure per i tuoi genitori sarà un momento indelebile. Invece la prima volta che fai l’amore con qualcuno lo decidi. Lo scegli. È la prima volta che decidi di donare qualcosa di te a qualcuno. E sarà solo e per sempre di quel qualcuno.

Sono importante anche, ad esempio, il primo giorno di scuola o di lavoro. Ma io preferisco di gran lunga le prime volte “emotive”. Perchè quest’ultime diventano sempre più rare crescendo.

Mi piace vivere prime volte, ma io, preferisco essere la prima volta di qualcuno. Mi fa sentire speciale. Mi piace diventare parte della storia di un essere umano. È una sorta di egocentrismo, o forse più probabilmente, una scappatella per sopperire al senso di abbandono. Se sarò la prima volta per qualcuno non mi dimenticherà mai. Però è così, io porto con me tutte le persone con cui ho avuto prime volte e anche se molte non so che fine abbiano fatto, mi piace pensare di essere nel cassetto dei ricordi legata alle prime volte che ho regalato.

Poi ci sono le prime volte personali, quelle che non saranno mai di nessuno, ma solo tue. La prima volta che hai visto un quadro di cui ti innamori, la prima volta che hai fatto l’amore con te stessa, la prima volta che ti è battuto il cuore per qualcuno, la prima volta che hai superato un ostacolo e sei stata fiera di te.

Le prime volte sono belle. E più diventano rare più diventano importanti. Perchè quando sarai adulto chi riuscirà a regalarti una prima volta, automaticamente meriterà attenzione.

E allora, adesso, giochiamo, facciamoci questa domanda: quand’è l’ultima volta che hai fatto o provato qualcosa per la prima volta?

C’ eravamo tanto sbagliati

Venivo fuori da un periodo di quelli che la vita un po’ ti piega. Era da diverso tempo che non avevo voglia di frequentare nessun omaccione. E ovviamente, per la legge che in amor vince chi fugge, ero piena di pretendenti.

Ma io non ne volevo sapere. Io uscivo con il mio migliore amico, ridevo, mi sbronzavo e pogavo.

Una sera provammo un locale nuovo. Non feci in tempo a fare tre passi lì dentro che vidi il barman.

BADABAM! Fu incredibile. Improvvisamente il cuore ricominciò a battere, dopo un anno e mezzo di torpore. Sentii nuovamente il calore del sangue sul viso, nel petto, tutto addosso. Sentii l’anima vibrare e cinque o sei farfalle volare nello stomaco. Fu incredibile.

Da sotto il suo cesto di capelli mori, il barman barbuto mi offrì uno shottino, senza nemmeno chiedermi se lo volevo. Era la cosa più schifosa che avessi mai tracannato, che per sentirla schifosa nello stato emotivo in cui ero vuol dire che doveva essere proprio distillato di schifo. Gli sorrisi. Lui spostò a malapena l’angolo della bocca e alzò il sopracciglio in modo accattivante. Vabbè era evidente che fossi di fronte al mio primo colpo di fulmine. I sintomi erano quelli, ne ero sicura, ne avevo sentito parlare spesso dalle amiche, ero convinta di esserne immune e invece eccomi lì cotta come un fegatino.

Il locale si riempì, ma lui trovò la scusa per uscire dal bancone, venirmi incontro e presentarsi. Tornata a casa lo cercai immediatamente su fb.

Chattammo. Mi chiese di uscire. Il nostro primo appuntamento fu da un paninaro. Un baracchino. Lo adorai. Il secondo invece da un kebabbaro. Disse che aveva questa sensazione che non importava dove fossimo, ma bastava esserci insieme. Mi abbracciava. Mi abbracciava tantissimo, disse che i baci sono scontati ormai, ma gli abbracci, quelli sono intimi, nessuno si abbraccia in pubblico.

Persi letteralmente la testa per Lui. Iniziammo a frequentarci, iniziamo a fare l’amore, iniziammo a stare insieme. Iniziammo a convivere.

Furono due anni bellissimi, di viaggi, risate, concerti, musei. Imparai da lui moltissimo. Mi insegnó la calma, la pace, la musica indie, mi insegnó a dormire dopo anni di insonnia. Gli insegnai la riflessione, le emozioni, ad essere se stesso, i film. Lui diceva sempre che io ero l’unica a saperlo guardare.

Siamo stati davvero felici insieme, pieni di interessi, di diversitá che trovavano spesso il punto comune. Entrambi stavamo davvero bene insieme. Ma. Ma ad entrambi mancava qualcosa, senza che nessuno dei due riuscisse a focalizzare cosa. Provammo a parlarne, come sempre riuscivamo a fare. Tranne per quel qualcosa che peró doveva fare la differenza. Eravamo diventati comodi l’uno per l’altra. Eravamo diventati una safety room da quello che ci spaventava fuori da casa e questo non ci permetteva di evolvere e crescere. Incredibilmente ci stavamo vicendevolmente castrando. Avevamo sbagliato da qualche parte, non abbiamo mai capito dove. Ma mai con cattiveria.

C’eravamo tanto sbagliati” come dice Lo Stato Sociale e decidemmo quindi di non vedersi mai più.

A distanza di tempo ancora non ricordo giorno in cui mi sia annoiata con lui. E ancora oggi gli sono grata  ogni volta che mi addormento.

Inquietudine

Avete presente quei periodi in cui se potessimo ci staccheremmo la pelle di dosso? In cui tutto ci infastidisce un po’. Quei periodi in cui tutto è il contrario di tutto e sentiamo costantemente il fastidio di ognisacrosantacosa ci tocchi? In cui tu ti senti pure bene, forte, ma intorno vedi solo macerie e cose da rimettere in ordine. Quei periodi in cui noi stessi siamo irritanti, periodi in cui si sbuffa, ci si rigira nel letto ci si appiccicano le cose addosso e noi proviamo a staccarcele con rabbia e foga. Bene: allora avete presente l’INQUIETUDINE.

inquietùdine s. f. [dal lat. tardo inquietudodĭnis, der. di inquietus «inquieto»]. – L’essere inquieto; stato d’animo turbato, senso di apprensione, di ansia provocato soprattutto da incertezza, timore, preoccupazione: sentirsi oppresso da profonda i.; provocare i., essere causa d’i.; non potrò liberarmi da questa i. finché non avrò sue notizie; è una situazione che desta inquietudine (anche al plur.: gravi inquietudini). Meno com., irrequietezza psichica, come stato abituale d’insoddisfazione, di intimo travaglio.

Sembrerò pazza, ma io credo sia un sentimento estremamente positivo.

L’inquietudine è quel campanello che ci fa capire che non siamo sulla strada giusta. Che ci dice che non stiamo bene, che però ancora ammonisce, prima di trasformarci in qualcosa che non ci piace e perderci completamente nel buio.

L’inquietudine ci è amica, per quanto ci rompa i coglioni. Ci spinge a metterci davanti ad uno specchio. Ci spinge ad alzarci sul divano e fare cose. Ma in fin dei conti, se uno si ferma un secondo, diventa lampante che non è ciò che vogliamo quello che l’inquietudine ci sta costringendo a fare, come una marionetta che ci tiene i fili delle giornate.

Ed è quello l’istante in cui ci mettiamo davanti allo specchio. E vediamo noi stessi. Bruttini diciamolo. Malconci almeno. Il primo istinto è girare la faccia e continuare a fare ciò che stavamo facendo. E vabè, a quel punto sei diventato uno dei tanti. L’inquietudine si trasforma in malessere e mai, mai riusciremo a trovare la pace. Nulla ci soddisferá più, nulla ci toccherá più. Saremo tutti uguali in un mondo tutto uguale. Game over.

Ma se invece, dopo aver girato la faccia troviamo il coraggio di guardarci, piano piano e senza fretta allora saremo di nuovo padroni di noi stessi. Saremo noi a dettare legge su quello che ci deve fare male e quello che non deve. Se avremo il coraggio di affrontarci, pulirci, pettinarci, sistemarci e improfumarci raggiungeremo realtá a noi sconosciute, dove un sorriso ci cambia la giornata, dove ascoltare qualcuno che si fida di te ti fa stare bene. Scoprire il significato pieno della vita. E il nostro piccolo mondo sará un mondo di qualità.

Novembre

Non mi piace mai veder fare le valigie ad Ottobre, così esco dalla stanza. Anche se quest’anno l’ho trovato un po’rigido è pur sempre il mio mese preferito e mi dispiace sempre quando se ne va.

Immersa nei miei pensieri ottembrini arriva un vento freddo, ma gentile. È Novembre, con i pantaloni blu e le bretelle, la camicia, il gilet e un cappello buffo. Ci accomodiamo in cucina, dove gli offro una cioccolata calda con la cannella che acquista più sapore nelle sue domeniche. La beviamo, parliamo e scherziamo. “Ehi, ti va di uscire?”

Braccio sotto braccio passeggiamo. Il cielo è azzurro, l’aria è fredda e gli alberi si spogliano ad ogni folata di questa fredda brezza di novità.

“Posso dirti il futuro, se vuoi, sará più semplice.”

“No. Va bene così. Sorprendimi”

E continuiamo a camminare, godendo del silenzio, tra una foglia e l’altra, scrivendo passo dopo passo ogni piccola curiosità.