Immobilismo

La staticità è qualcosa che mi ha sempre provocato un certo grado di invidia. L’essere in così perfetto equilibrio con tutte le proprie parti da essere immobile, in quiete, dove niente ti può turbare. Avere la capacità di essere immutabile nonostante forze contrarie.
Sarebbe molto bello essere statici anche nella vita, sarebbe tutto più facile. Qualsiasi cosa accada io mi ritroverò nello stesso posto, con le stesse convinzioni e con gli stessi pensieri di prima, ma sarò lì, statico, fermo. Certo, non metto in dubbio che così facendo smarriremmo il senso della vita, perdendo quei bellissimi colori emozionali che proviamo quando ci relazioniamo con le persone che inevitabilmente ci cambiano, nel bene o nel male. Ma è proprio questo il punto. Il male.
Quanto dobbiamo aspettare che il male ci abbatta, ci affossi, ci spinga sempre di più verso il basso prima di ricevere un feedback? Quando dobbiamo essere statici e fermi aspettando che le forze si plachino e quando invece dobbiamo reagire, prendere coscienza di noi, muoverci e diventare dinamici??
L’emozioni che proviamo sono come i maglioni di lana che indossiamo. Se indossi un maglione che ti piace, comodo, che ti fa stare bene è giusto rimanere immobile. Quando però quel maglione inizia a diventare stretto, scomodo, pungente, beh, è meglio toglierselo senza aspettare che ci procuri un eritema. Il male serve, proprio come serve il bene, ma non deve prendere campo. Non dobbiamo tergiversare aspettando che le cose migliorino. Spogliamoci, buttiamo via i maglioni stretti, strappati, ispidi e prendiamone di nuovi. È molto difficile buttare via un maglione a cui siamo affezionati perché ci ha dato calore quando ne avevamo bisogno, ci ha protetto dalle intemperie del tempo, ci faceva sentire al sicuro.
Ma basta sedersi, prendere un lungo respiro e muoversi.
Tanto, alla fine, siamo i maglioni che indossiamo.

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Dentro all’anima soltanto

E ancora non sai come potrai trovare lungo i muri un’esperienza; sapere vorrai, ma ti troverai due anni dopo al punto di partenza.

Si era rinfighettato a dovere. Profumo copioso su giacca nuova appena acquistata spendendo metà del suo salario, capelli appena tagliati da barbiere di fiducia pagato a nero, orologio di lusso al polso rubato al babbo (che dopo averlo preso in regalo per la pensione non se l’era più messo), mocassino Frau in tinta col resto dopo un’ora, un’ora e mezzo di consigli della sorella, pantaloni con risvolt… no, quando è troppo è troppo.

Arrivò in centro in anticipo. “Cinque minuti, dai! Cinque minuti…”. Glielo diceva sempre la sua ex. Perché doveva pensarla in quel momento? Che poi “ex”… dopo due anni si è ancora ex? E’ un titolo a vita? Non per rinnegare niente eh, ci mancherebbe, ma non c’è un nomignolo meno vincolante? Tipo “la ragazza con cui prima ho passato diverso tempo” o “quella che mi diceva che non mi avrebbe messo mai le c…” “Ciao!” “Porca putt…” Eh, era proprio bella. Quando si conosce qualcuno virtualmente si ha sempre paura che dal vivo sia un cesso senza catenella. Queste giovincelle d’oggi sanno come barare con le foto: faccia a papero, scatto dall’alto per non far vedere il gozzo, filtri da applicare con quella macchina infernale che è Instagram. Ma lei era bella davvero. E gli parte la sudorazione tremenda alle mani. Ora che si dice? Che si fa? Girellano chiaccherando molto tranquillamente in realtà, e nota con piacere che pure lei si è agghindata come se andasse ad un matrimonio. Il che, come insegna l’esperienza, di solito è segno buono. Capelli biondi lisci che paiono fatti di fili dorati ma leggermente rasati ai lati per dargli quel tocco di porcume che serve, occhioni con ampio trucco (perché gli uomini non devono sapere il nome tecnico del trucco agli occhi, per noi è “trucco agli occhi”) che le danno un aspetto a gattona soriana ammaliatrice, seno giusto su quel tipo di corpo (una quinta sarebbe stata ridicola), giubbotto di pelle che cadeva sui fianchi, sinuoso come un rigagnolo lungo le valli del fiordo di Bergen, il culo

(stacco immagine: appare san Pietro col volto di Antonio Zequila che apre il cancello del Paradiso e si avvicina illuminato da una luce aurea attorno al corpo, sussurrandogli: “Il culo!”. Fine stacco)

Bevono in un pub. Lui meno del solito. Anche perché finire a vomitare su una panchina può non essere un ottimo incentivo per un successivo appuntamento. Escono, altri due passi, altre due chiacchere. La notte scura li abbraccia amorevolmente. Si siedono sugli scalini del Duomo, che da dietro li vigila austero come una suora dell’anteguerra con un bambino all’asilo. “Sono stata bene” “Anche io…” “Hai la macchina distante?” “Il residuo bellico? No, è qua al Serraglio” “Io in piazza Mercatale, dall’altra parte” “Devi andare?” “Cinque minuti, dai! Cinque minuti…”

(Stacco scena: il pakistano che passeggia davanti butta a terra le rose e estrae una scimitarra dai calzoni, corre e gliela pianta nel cuore).

Camminando verso la macchina si accorse che tutto questo darsi da fare con altre ragazze non lo stava portando da nessuna parte. Tutto questo impegnarsi in profumi e belle giacche non lo rappresentava, non poteva guarire da ciò che era. Aveva voglia di gettare via tutto, di spogliarsi nudo e correre. Ma il poliziotto lì accanto non l’avrebbe presa bene. Quindi, malinconico nonostante la bella serata, si mise al volante, si accese una sigaretta, alzò la radio e si inoltrò nella notte pratese.

E senti ancora quelle voci di mezzi amori e mezze vite accanto; non sai però se sono vere o sono dentro all’ anima soltanto

 

 

Bio: Chiorbaciov nasce negli Stati Uniti nel 1988. Da bambino viene notato dalla Disney, che lo fa diventare una piccola pop star e lo inizia al culto di Satana. Il calco delle sue gambe viene usato per i manichini di Calzedonia. Attualmente è uno dei redattori di Lercio.it

Lei, Sandra

Lei Sandra, che troia. Direte, t’ha fregato il ragazzo. Ma chi se ne frega del ragazzo. Direte sparla di te con le amiche, o nel cesso mentre si trucca quella faccia a vacca in calore.

No, non è così semplice. È una questione di agonismo. Di sudore di blocchi e pick and roll. Non vi agitate. Scrivo in Italiano e la sola parola che so in inglese è la parola chiave del mio sport. La pallacanestro. Che sport, che disciplina meravigliosa. Una partita significa sudore, come una corsa campestre nel fango, combattuta con l’agilità di un’ astacolista e la reattività di un saltatore in altro. E la testa di un giocatore di scacchi. Una testa perfetta, che vede tutte le mosse per arrivare alla vittoria, ma capisce anche tutte quelle che porteranno alla sconfitta. La testa è importante sempre. A parte quando c’è lei : Sandra.

Ci incontriamo due volte l’anno. Una volta da noi, una volta da loro. Non c’è ninete da fare. Come entro in campo, il mio primo sorriso è per lei. E il suo è per me. Io tengo lei e lei tiene me. Non puo’ essere altrimenti. Ed inizia una sfida fisica, un uno contro uno interminabile. Che goduria. Meglio di una scopata. Sotto canestro gli spazi si restringono i contatti divengono violenti. Lo spazio va difeso o conquistato. Poi ci sono i tiri liberi e tiriamo il fiato e ci insultiamo esaltandoci i difetti fisici. –ti vedo un po’ sovrappeso- – Ti si sono sgonfiate le puppe- -Ti sei depilata eh, troiona, chi ti sbatte stanotte ?-

È un gioco al massacro, è la mia nemica ideale. Ed io sono la sua. Siamo fatte l’una per l’altra, nell’odio agonistico. Siamo così simili che mi faccio paura! A fine partita ci diamo la mano con apparente sportività. E ci diamo appuntamento alla prossima sfida, sudate, grondanti piene di graffi. I suoi, i miei.

Ieri l’ho vista, la troia. Era in un pub. Era la prima volta che la vedo fuori da un campo di Basket.

Lei mi ha visto. Ma fa finta di niente. Io pure. Bevo, lei beve. Lei beve, io bevo. È una comunicazione irreale. Devo pisciare. Mi dirigo al bagno. Lei è lì davanti a me. Mi guarda. La guardo. -Non sarai mica lesbica?- mi chiede – no e tu?.

Si avvicina. – Neppure io- La sua bocca è vicina alla mia. Il suo alito sa di birra. Mi bacia. A lungo. Gli infilo una mano sotto la gonna. –Sei bagnata, troia !-  gli dico

Lei scoppia a ridere – Anche tu-

La sua mano era velocemente scivolata tra le mie gambe

La ritira, con calma

Se ne va

-Alla prossima, tra tre settimane ! Mi urla da lontano

La guardo

Poi vado a pisciare.

Maurizio Mistretta.

 

 

Biografia

Maurizio Mistretta nasce a Firenze, sceneggiatore, regista e attore di teatro e cinema da vent’anni. Lavora a Bologna per la maggior parte della sua carriera al Conservatorio di teatro e insegna molti master in tutta Italia. Dal 1993 al 2001 dirige la compagnia attori-inanimati al carcere di Pisa e porta il progetto in scuole pubbliche e private italiane e thailandesi (1990-2008). Nel 2001, in collaborazione con Rai 3 produce un documentario riguardante il teatro nelle carceri: “Pisa’s Tower”. Nel 2004 crea una casa di produzione e dirige, legando il linguaggio tra cinema e teatro cinque cortometraggi “Black Jealousy” ispirati all’ Othello di W. Shakespeare selezionati per il festival di Venezia nel 2011. Dal 2000 al 2006 organizza workshops nell’istituto di correzione di Bangkok in collaborazione con UNICEF-Bangkok realizzando “Pinocchio in Siam” (Melampo Documentary Production, La7 TV, 2007).

FILMOGRAPHY
2017 EGO (feature-writing)
2017 THE MAN WHO SELLS NOTHING (feature-writing)
2016 THE RED IRON DOOR (feature – post production)
2015 FATIMA’S SECRET (feature – distribution)
2014 FUFU, 99 minutes of life (poetic short – post production)
2006 BLACK JALEAUSY (5 short movies about Othello of Shakespeare)
2004 PINOCCHIO IN SIAM (documentary LA7)
2001 THE PISA’S TOWERS (documentary RAI3)