La mia primavera

Avevo da poco compiuto 18 anni, da due anno ero perdutamente innamorata di un ragazzo molto più grande di me, che per limiti di legge non mi aveva chiesto mai di uscire. Un bel giorno di aprile, lo incontrai nel solito bar in cui lo pedinavo, si avvicinò, mi salutò, mi offrì un caffè e d’improvviso, come il sole che esce dopo un temporale, mi chiese un appuntamento per la domenica successiva. Non stavo nella pelle, passai i tre giorni prima della data X a pianificare con le amiche ogni dettaglio: come vestirmi, come pettinarmi, come truccarmi, cosa avrei detto e quando. Il sabato sera non riuscivo a prendere sonno, agitata ed emozionata com’ero. Finalmente, quel giorno tanto agognato era arrivato. Mi sembrava di essere Cenerentola che sognava il ballo al castello, mi mancavano solo i topini e gli uccelletti. Caddi in un sonno profondo e al mio risveglio purtroppo fui colta da una acerrima nemica: l’allergia.

Occhi gonfi, starnuti e tossina malefica. Erano le 10 e alle 15 avrei dovuto vedermi con l’uomo che pensavo sarebbe stato il mio principe azzurro (avevo diciotto anni, non sottovalutatelo). Cercai di mantenere la calma e prima di pranzo presi un antistaminico. Si. povera bimba innocente. Presi un antistaminico. Intorno alle 14.30 ero in stato catatonico.

Dove mi appoggiavo dormivo. Mia madre provò a suggerirmi di non uscire, ma giammai, avrei spostato QUELL’appuntamento.

Lui arrivò puntualissimo sotto casa, scesi, convinta che l’eccitazione mi avrebbe svegliata, da qualche parte le mie endorfine avrebbero dato scossoni neurologici agli effetti collaterali dell’allergia. Ne ero certa.

Sbagliavo.

Mi portò in un parco, sdraiati sull’erba lui mi parlava e io pensavo solo a come fare a non dormire. Pensavo che meno male che avevo preso l’antistaminico, circondata da ogni albero e fiore com’ero. Cercavo di elargire grandi sorrisi ma non risucivo davvero a seguire il discorso.

ma tutto bene?” “ sisisisisiisi benissimo, perchè?” “no… mi sembri strana… ti annoi?” non ricordo altro.

Signori, mi addormentai.

Mi risvegliai non so quanto dopo con lui seduto accanto a me, ricordo nitidamente che disse sorridente “ammazza quanto russi!” e quel che è peggio aggiunse “dai piccolina, ti riporto a casa dalla tua mamma, è bene che dormi” con un tono terribilmente da fratello maggiore.

Mi sentii una bambina scema, con lui tanto grande e tanto uomo, ai miei occhi.

Lo rividi, lo rividi eccome, al bar, ma non lo rividi mai più da sola, in un prato, durante un appuntamento.

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