C’era una volta

Primo appuntamento: una bomba. E nemmeno ero sicura  di volerci uscire.

Lavoratore fuori sede, moro, taurino, TANTO taurino.  Mi portò su un promontorio con la sua moto, prima di salire gli dissi che avevo paura “andrò piano, così non ti spaventi”. Ciao.

Arrivammo e guardammo la luna, parlammo, le sue dita mi spostarono i capelli dal volto, si avvicinò lentamente, mi accarezzò il viso e poi mi baciò. Dalla valle, in quel momento, esplosero dei fuochi di artificio a rendere tutto perfetto, non li ho immaginati soltanto, c’erano davvero, così come quelli che mi esplosero nel cuore, o forse un po’ più in basso visto che lo pregai di portarmi a casa sua per fare l’amore. Risaltammo in moto, le mie mani erano diventati tentacoli sul suo petto.

ehi, smettila, devo andare piano o tu hai paura”.

Mi prese di peso, mi appoggiò sul letto, mi salì sopra. Lo presi, mi prese, mi ebbe. Mi guardò come si guarda una principessa, ma porca, mi fece sentire donna. Tre volte. In tre modi diversi.

Mi rivestii, avevo la macchina poco distante da casa sua “puoi rimanere” preferii andare. “ti accompagno, non ti lascio camminare da sola per la città“. Ciao.

Per il secondo appuntamento decise invece di portarmi una giornata in un paesino magico, senza luogo e senza tempo. Mi venne a prendere sotto casa.

Pranzammo, bevemmo, ridemmo. Ogni suo gesto sembrava uscito da un libro di favole e non quelle di Andersen, che sono sempre un po’ inquietanti, ma di quelle belle, di quelle su cui tutte le bambine sognano il proprio futuro. Mi sentivo bene, felice. Mi esplodeva il cuore in gola. All’imbrunire tornammo verso le città, si ruppe il cavalletto della moto, di cui non avevo più paura tanto Lui riusciva a farmi sentire al sicuro. Ridemmo ancora, il cuore era leggero, un cavalletto ci stava regalando altro tempo da trascorrere insieme, come se quella giornata non dovesse mai finire. Ma poi arrivammo a casa, preparò una cena improvvisata, ci baciammo, mi acchiappò e mi fece felice. Altre tre volte. Ormai era tardi per tornare a casa, mi chiese di rimanere li. Accettai, questa volta. Parlammo. Parlammo. Parlammo troppo. O parlammo troppo poco prima. Non so dire adesso e non credo nemmeno abbia importanza. Ma nessuno dei due rise.

Non ci vedemmo mai più. Era sposato con tanto di Hansel e Gretel a chiamarlo papà.

Maledetto Andersen.

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