Proprio quella montagna

Oggi, dopo molto tempo, mi sono accesa una sigaretta, mi sono seduta in balcone e ho iniziato a parlare. Era da molto che non mi trovavo seduta davanti a Lui, un uomo così forte, così profondo. Mi sono seduta davanti a Lui e una boccata dietro l’altra di fumo ho parlato. Era tanto che non lo facevo, chissà perchè. Lui mi ha ascoltata, sono sicura. Ho parlato di come mi sentivo, di come la vita a volte ci allontani e nemmeno i momenti di intimità possano essere dati per scontati. Ho chiuso gli occhi, ho fatto una lunga pausa, di almeno due boccate. Ho ascoltato il vento come mi accarezzava, una leggera brezza primaverile, dolce tra i capelli. Ho aperto gli occhi e ho ripreso a raccontare la mia giornata, di quella mia amica in crisi esistenziale, dell’altro amico sempre dietro alle donne. E di me, che a fatica a volte mi agguanto, ma che comunque vado avanti, con molta più cognizione di quella che credo io stessa. Era tanto che non fumavo, all’imbrunire, l’ora solare è appena arrivata, sono i primi giorni lunghi di fine Marzo. E i miei occhi guardano, scrutano dal balcone. Lui mi sta ascoltando, perchè Lui è sempre stato un uomo di poche parole, ma di grandi abbracci. E ora io lo sento, stringermi se chiudo gli occhi. Lui è dappertutto, per questo decisi di spargere le sue ceneri, affinchè potessi scorgerlo nella natura, come se ogni grammo di lui potesse trasformarsi e generare altro.

La sigaretta è quasi finita. Un’ultima boccata. Un ultimo sguardo verso quella montagna che forte come Lui mi osserva ogni giorno, dandomi la forza di questo ultimo sorriso.

Dai baby

Erano gli anni dell’università fuori sede e come la maggior parte della gente condividevo la casa con altre persone. Veniva spesso un amico belloccio del mio inquilino. Quel pomeriggio ero sola a casa e suonò il campanello. Era Lui. Gli dissi che il suo amico non c’era, che sarebbe tornato dopo un paio d’ore, chiese se poteva aspettarlo lì, risposi di sì, di mettersi comodo, mentre io preparavo da bere.

Il tempo di prendere due birre dal frigo e un posacenere che tornai in salotto. Lui decisamente si era messo comodo, sdraiato sul divano come una dea greca, nudo come un verme, dalla testa ai piedi. Senza nemmeno un pelo addosso, totalmente depilato. In mostra la sua erezione, fiera, sicura e orgogliosa di essere lì, insieme a noi. Ahimè iniziai a ridere disperatamente, un po’ per il panico, un po’ per l’imbarazzo, un po’ immaginandomi in piedi, con due birre in mano davanti a questo David metrosuexual. Continuava a ripetermi “dai, vieni qui”, con una voce suadente e invitante che però non riuscivo a discostare da uno speaker di una pubblicità anni ’90. Ridevo in faccia a lui e al suo turgido affare che, attenzione, non si scomponeva nemmeno di una virgola. 

Adesso, lo so che è brutto da dire, ma pensai che di sicuro non avrei dato tutta me stessa, ma manco potevo mandarlo via a bocca asciutta, insomma, almeno il coraggio era da lodare. Inutile poi lamentarsi degli uomini che non prendono l’iniziativa se quando capita che lo fanno non li premi… no? Beh, si o no, io mi ci avvicinai, iniziai a baciarlo e insomma si, a fare quelle cose che piacciono agli uomini, nonostante il mio pensiero fosse ben lontano da quel divano, sicura di stare vivendo una situazione tragicomica. Ero lì che pensavo che non poteva andarmi peggio che lui se ne esce con “dai, baby, leccami il culo”.

D A I B A BY L E C C A M I I L C U L O.

Scoppiai a ridere nuovamente. Non so se per tutto il periodo, per la parola Baby o per la parola culo. Ma iniziai a ridere sincopaticamente, di quelle risa da lacrime e tosse. Cari lettori, care lettrici, lui e la sua turgida cosa non si scomposero e di nuovo disse “dai, baby, vieni qui”. Ovviamente nelle risate continuavo a dire di no, che non potevo davvero proseguire oltre, lo pregavo di rivestirsi senza riuscire a prendere fiato dalle risate. 

Il mio coinquilino cambiò casa dopo un paio di settimane e quel pazzo ragazzo depilato non lo rividi mai più. 

Bum Cha Bum Cha

Era una domenica di Giugno particolarmente calda. Era primo pomeriggio e io ero sul divano, le tapparelle abbassate che creavano la penombra. Ero persa nella mia fantasia, seguendo quel gioco di luci creato dai buchetti della persiana. Mentre giocavo scioccamente con i miei pensieri, ovattata, dal piano di sopra, una musica. Doveva essere il nuovo vicino, si era trasferito da poco, non l’avevo ancora conosciuto. Adesso peró sapevo che suonava il pianoforte. Neanche il tempo di registrare questa nozione che iniziò a cantare. La sua voce era profonda, calda, nitida, nonostante i muri. Il piede teneva il ritmo sul pavimento. La melodia era chiaramente di stampo cantautoriale, niente di eccessivamente melodico o pop. Una classe musicale che avrei accostato a Paolo Conte o Tom Waits. La musica ogni tanto si interrompeva, per poi ripartire. Magari prendeva appunti su quella o questa nota che non andava. Pensai che sicuramente sarebbe stato un cantutore. E con una voce cosi non poteva che essere bellissimo. Moro. Sicuramente era moro, alto, ma non troppo. Immaginavo una bellezza francese, di quegli uomini che portano il cappotto in inverno e che ti ci abbracciano dentro, se hai freddo. Il suo piede continuava a ritmare mentre io immaginavo i suoi occhi, verde trasparente, guardarmi e la sua bocca piccola ma definita sorridermi. Immaginai il nostro incontro per le scale, imbarazzante e ricco di erotismo. Di colpo la musica si interruppe, i suoi passi che si allontanavano, ma io non volevo lasciarlo andare in quel pomeriggio di Giugno, così misi su Lucio Dalla nell’mp3 e iniziai a canticchiare “disperato erotico stomp”, trovandomi pienamente in sintonia con questi cantautori che oggi mi allietavano la giornata.

“mi son steso sul divano, ho chiuso un poco gli occhi, e con dolcezza è partita la mia mano”.

Il giorno dopo andando a lavoro lo incrociai, scendeva le scale e sul mio pianerottolo eccolo, il cantautore che si presentava. Brutto, secco rachitico, biondo slavato, con le spalle a gruccia, vestito male e sudato come un caimano nel deserto. Mi porse la mano sudaticcia per presentarsi. Poi continuó a scendere.

Non lo rividi mai più quel bel moro, quell’incontro lo spazzó via, anche dalle mie fantasie.

Questa è la volta buona

Il Mioamico cominciò ad uscire con Lei. Una ragazza molto carina, seppur a mio dire un po’inquietante, un po’ alla Christina Ricci ma quando fa Mercoledì. Il Mioamico era convinto di volerla conquistare ad ogni costo. E così fu, si mise di grande impegno finchè un giorno di Settembre, aprendo facebook, pubblicò la foto un po’ hipster, del divano di casa sua da cui cadeva giù, come una cascata di petali colorati, una gonna gitana piena di disegni floreali.

Il Mioamico l’aveva conquistata, a furia di Sailor Moon, Lamú e altra roba giapponese che tanto li avvicinava.

Passavano le serate a  parlare di cinema, di letteratura orientale e di tutte quelle robe che piacevano tanto a loro, bevendo birra, fumando e facendo l’amore.

Lei la notte smontava da lavoro e correva da lui. Una volta lui si era addormentato, Lei suonò il campanello, ma il Mioamico non sentì perso nei suoi sogni, dove lei sicuramente era la protagonista. Lei gli portò il muso per una settimana per quella mancanza. Il Mioamico non vide in questo alcun segno di follia, ma anzi, lo fece ancor più innamorare e correrle dietro.

Passarono settimane, andarono al mare, andarono in montagna, andarono in collina. Parlavano, si baciavano, si amavano.

Passarono mesi e Lei cominciava a farsi sfuggente ma lui era sempre più innamorato e non ci dava peso. Una sera, il Mioamico la portò a cena fuori, in un posto romantico, di quelli dove il cameriere ti versa da bere e tutti ti danno del lei. La guardava convinto di aver trovato il diamante raro che aveva tanto cercato. Ordinarono del buon vino e un ottimo filetto alla Rossini, perchè loro prendevano sempre la stessa cosa al ristorante, avevano il solito gusto. Tornarono a casa, fecero l’amore sul divano di quella foto che con discrezione diceva ai suoi amici e al mondo che si stava innamorando, si coccolarono, poi Lei si rivestì e andò via sorridendogli.

“mandami un messaggio quando arrivi a casa”.

Non si videro mai più.

Il Mioamico seppe qualche giorno dopo che Lei si era trasferita a Tokio.

C’è qualcosa di grande, tra di noi

“Pronto? Ehi amica, si. Ieri sera.. eh, bomba. Sisì, certo, è stato molto gradevole, direi che va dritto al sodo… nonono, sono convinta.. solo che… no, non fare così, non sono io che cerco il pelo nell’uovo… smettila, sono convinta. È che… si, guarda è difficile anche dirtelo.. nono, lì sotto tutto ok, davvero.. è una cosa più….”

Eccomi li, al telefono con la mia amica, a cercare di raccontarle la mia ultima avventura sessuale. Ultimamente dice che sono diventata nevrotica nel trovare difetti difficili da percepire ai più. Ma sono certa che stavolta non possa non darmi ragione. Insomma, lui è un uomo decisamente avvenente, è vero che è un difetto che vedo solo io, ma appunto, io so che c’è. Non è mica poco. Mi vergogno anche a raccontarglielo, mi sento così superficiale… ma lui ha questo enorme..

“Si, amica, si, ha degli occhi molto belli, lo ammetto, ma non è questo il punto. Si, abbiamo cenato, mi ha portata in un posticino carino, molto intimo e romantico. Bello eh, niente da dire… senti non è vero che ho la voce di quella che non è convinta. Mi piace si. Solo che ha… lo so, anche il nome è molto bello..”Niente, lei rifiuta che uno come lui possa avere un difetto. Poco da fare. Io non riesco a dirlo e lei no mi aiuta… “insomma, Amica, Lui ha questa cosa.. sisi, ora te lo dico, insomma, lui ha questo… cioè, in testa, sulla nuca… lui ha….”

“Che vuol dire un bozzo?? Come un bozzo?? Un bozzo sulla nuca tipo un bernoccolo? Tipo un tumore? Ah…. oh che schifo, ma lo hai toccato? Certo, immagino, quando lo hai baciato… ma come è molliccio???? Sarà mica un’angioma? No vero? Ma non si vede al di fuori… insomma, per tutti sarà normale, se questa cosa è  sotto i capelli… Tesoro, lui è gentile, ti fa stare bene, davvero per un bozzo vogliamo fare saltare tutto? Nono, capisco. Certo che schifo. ma tipo gelatina? Bleah. Ohiohi, ma dai, non si sta a guardare queste cose. Tu mica sei perfetta.. lo so che non hai bozzi. lo so. Dobbiamo capire l’entità di questa cosa, magari è solo un bernoccolo. Magari si asciuga. Ah si, è vero, se non ha avuto dolore al tatto forse è una cosa che sta li da sempre. Magari si può togliere!!”

Eccola lì, la mia amica che tenta disperatamente di darmi torto, mentre io so bene, anzi benissimo che è atterrita quanto me. Che metafora di vita: a volte i difetti devi cercarli, devi tastare bene il terreno, non bisogna fermarsi alla struttura visibile. Come quello che aveva tre capezzoli. Non che io lo abbia visto, ma successe ad una mia amica. E che vuoi fare?  Vuoi dirle che invece non è un problema avere tre capezzoli? E ora lei si sta tanto affannando, per darmi contro, per non lasciare andare sto marcantonio, ma sappiamo entrambe che sta ringraziando i santi che non sia capitato a lei, il fico con la nuca bozzata. Perchè intendiamoci, quel difetto è li. IO lo so. E ora lo sa anche lei. E adesso questa cosa è reale, perchè ne stiamo parlando. Potevo fare finta di nulla prima, ma non certo adesso che c’è una testimone. Il difetto è lì. Molliccioso e bozzoloso.  Lei sta provando con molto amore a convincermi che quella cosa sta sotto i capelli e che nessuno lo vedrà mai. Ma è come avere un cadavere sotterrato in giardino. Nessuno lo vede, ma tu lo sai che è li. È una questione di coscienza.

“Amica io non lo so se si può asportare chiurgicamente, non so nemmeno se è un alien. Potremo fare che non ne parleremo mai più, ma sappiamo che in ogni discorso uscirebbe la parola bozzo, nascosta tra le righe. Tipo: -dovrei smetterla, magari l’ab..bozzo- oppure peggio -faccio la carbonara con il Barbozzo invece che con il guanciale… lo so che non useremmo mai la parola barbozzo, ma cerca di capire il punto! Onestamente non lo so. Mi ha fatto un po’senso. Mmmmmmmboh. Lo so che è sono una stronza, ma non credo lo rivedrò mai più”

L’amore al tempo di “petaloso”

Ne è passato di tempo, ormai quasi è un ricordo lontano, si parla di talmente tanto tempo fa che “petaloso” nemmeno esisteva come parola e, con tutta probabilità, nemmeno il suo inventore era nato.A quei tempi, tempi duri eh, si avevano molti amici, ovvero persone per definizione con cui ti confidi, ridi e con cui non vai a letto, perchè a quel tempo, nemmeno la parola “trombamico” esisteva. E si creavano amicizie davvero profonde che sarebbero durate negli anni.

Erano tempi molto noiosi, in cui a volte uscivi con gli amici, altre volte con quello che ti piaceva, altre ancora con quello a cui piacevi tu, e in rarissimi casi, con quello che ci si piaceva tutti e due.

Erano tempi duri, dove un amico era un amico e se all’amico poi piacevi, ma tu non te ne accorgevi e lo continuavi a trattare da amico nessuno poteva additarti, perchè la parola “friendzone” non esisteva, neppure quella.

E noi, poveri ragazzi, andavamo avanti, nelle nostre scoperte, nei nostri amori, nei nostri dolori, senza sapere che cosa ci stesse succedendo, perchè le parole per incasellare queste sensazioni non erano ancora state inventate. E succedeva, disgraziatamente che gli amici restavano amici, che quando l’amica ci faceva notare che lui si era innamorato di noi, noi non ci sentivamo libere di continuare a fargliela credere, perchè nessuno ci poteva dire “oh tranquilla, è friendzonato, affari suoi”. Succedeva che quello che ci portavamo a letto era quello che ci portavamo a letto, anche se non ci stavamo insieme, sentendoci così delle ragazzacce sovversive, che il fidanzato no, ma il sesso si.

Erano tempi difficili, senza zone di comfort, senza alibi emotivi, tempi duri, dove se si faceva le cretine con tutta la scuola, la mamma ti diceva che poi ti facevi una pessima nomea, che non si levava più di dosso. Averlo saputo che invece poi la parola “rizzacazzo”, che no, non esisteva allora, avrebbe sistemato tutto.

Erano tempi oscuri, quelli, tempi di grande incertezze, di timidezze, di lunghe, lunghissime telefonate, chè ancora la parola “chattare” non era nemmeno pensata.

Erano tempi difficili, dove si usciva con le amiche dopo la scuola e le minigonne o gli shorts non li mettevamo tutte in serie perchè la parola “fashion victim” ancora non sapevamo che sarebbe stata inventata.

Noi eravamo così, noi vestivamo come si stava comode e le lotte erano con la mamma perchè “non ti vesti mai da femminuccia”, non perchè “quella gonna è troppo corta”.

Erano davvero tempi difficili, si. Talmente difficili che non saprei proprio essere ragazzetta in questi anni qui.

Sogno o son desta?

Svegliarsi la mattina accanto ad un uomo. Un uomo con cui hai una relazione, magari. Indubbiamente è una cosa meravigliosa e qualsiasi donna, anche la più cinica, non può negare lo sia. Quell’uomo che hai voluto, desiderato, fino alla nottata passata insieme. Avete fatto l’amore, lo avete fatto bene, avete letto quella scintilla negli occhi ed è l’ultima cosa che avete fatto prima di cadere in un sonno profondo e giusto. Avete capito, no? La mattina aprite gli occhi, lui è ancora li e si sveglia in quel momento. Vi guardate un istante, vi avvicinate sotto il caldo del piumone fino a trovare la pelle dell’altro e vi stringete in un abbraccio che nel migliore dei casi diventa amore. Nulla sembra poter andare storto, nulla, nonostante non abbiate ancora bevuto il vostro caffè, sorridete, sorridete sul viso, nel cuore, nell’anima. Vi domandate cosa stia succedendo, è tutto rosa e profumato e sorridete. Avete presente, no?
Ecco, poi invece ci sono mattine come questa, dove tutto bene fino alla notte, ma poi vi svegliate. Vi svegliate immaginando di trovare i violini e il coro di angeli che suonano la lira, invece lui non ha dormito.

Aprite gli occhi, come prima, solo che davanti a voi lui è già sveglio, con la fronte corrucciata, nel dormiveglia provate a sussurrare qualcosa di dolce e vi viene risposto un gorgoglio che non capite ma che siete certe che sia una frase al contrario in pieno stile satanico. Sgranate gli occhi e sapete che nel migliore dei casi dovreste allontanarvi e non dire nulla, in silenzio, come non esistere, mettervi in un angolino, ridurvi a icona e, come farebbe un opossum, fare finta di essere morte. Ma ci sono mattine, dove il migliore dei casi diventa “ecco, ora non fare la permalosa”. E li, mie care, siete fottute.

La vostra giornata sarà compromessa. Ormai il giramento di palle è nelle vene e sì, anche nelle vostre, anche se non avete capito bene come, quando, o perchè è successo. Non fate in tempo a pensare che vi ritrovate con la fronte corrucciata e lo stomaco teso. Quel sabato tanto atteso, quel momento desiderato, sicuramente da entrambi, perso, sparito, nemmeno quasi lo ricordate.

La domanda a tutto questo è PERCHÈ.

È possibile secondo voi evitare che tutto ciò accada? È possibile secondo voi permettere all’amore e al benessere di stare fottutamente bene ed evitare la catastrofe mattutitna?

La risposta probabilmente è no. Ma sappiamo che non smetteremo mai di volerci sentire innamorate, aprendo gli occhi, nella speranza di non trovarlo corrucciato, che sia la mattina giusta per poter cadere insieme in un mondo solo nostro, solo vostro, tutto rosa e profumato, fosse anche per mezza mattina.

Re Magio

Erano più di otto anni che ci volevamo. Lo conoscevo dai tempi dell’università. Ogni festa, ogni serata, ogni passaggio nei corridoi l’ormone partiva, si giocava, si scherzava, si flirtava. E lo facevamo da professionisti, ogni volta che ci incrociavamo. Ma lui era fidanzato e non siamo mai andati oltre al mero gioco. Lo è stato fino a quando, una sera di Dicembre ci incontrammo. Il solito abbraccio, quell’attimo in cui io riuscivo ad immaginare tutta la filmografia di John Holmes. Le solite chiacchiere di circostanza, io ero tornata single da poco e glielo dissi. Con mio profondo stupore, rispose “anche io. Vediamoci. Mercoledì sono libero.” Lo guardai con gli occhioni della bambina alla quale finalmente veniva data la marmellata, mentre il mio amico da lontano mi faceva segno che mi stava aspettando per andare via: “scrivimi”, disse.

Uscii dal locale, presi il telefono e gli scrissi un sms: “Posso scrivere un sacco di cose. Sono pur sempre una donna libera, che non ha mai nascosto di subire il tuo fascino”.

Arrivò quel fatidico mercoledì senza che io mi facessi sentire, non un fiato da parte mia, doveva essere lui.

E lui mi chiamò, la telefonata fu surreale.

“ciao, allora, stasera ceniamo insieme? ti passo a prendere”

“si, certo, dunque ti spiego dove abito.” iniziai a spiegare nel dettaglio fino a quando dissi “poi all’incrocio se guardi in su ci sono le lucine natalizie sul terrazzo, ecco si, segui la luce.”

Avevo detto “segui la luce” all’uomo che desideravo da otto anni. Segui la luce. Natalizia. Avevo appena trasformato quell’uomo in un cazzo di Re Magio.

Andammo a cena, con grande stupore ci trovammo intimi, complici, nervosi dall’emozione di essere li, insieme, finalmente. Più “finalmente” di quanto realmente noi stessi immaginassimo. La cena proseguì con molte buone chiacchiere, qualche confessione su come io ai suoi occhi fossi sempre stata “sconveniente”, questo il termine usato. “sconveniente”. Nessuno mi aveva mai detto una cosa così bella. Ma non fu la cosa PIÙ bella che mi disse quella sera. Finita la cena, domandò dove andare a proseguire la serata. Dopo otto anni a me invece pareva parecchio ovvio dove saremmo dovuti andare e lo invitai a casa mia. Parlammo ancora, bevemmo un bicchiere, ci giravamo attorno, i nostri occhi verdi erano persi, come ad assaporare quel momento magico, che non sarebbe mai più tornato. Attese, attese fino davanti alla porta, con la sciarpa già addosso, fece per uscire, per poi rientrare, avvicinarsi e baciarmi. Le nostre labbra incollate nel bacio migliore mai ricevuto, un bacio dolce e atteso, passionale e rispettoso, voluto, come si vuole tirare una boccata d’aria quando sei sott’acqua, che per quanto è bello stare nel silenzio del blu marino, dopo un po’ l’ossigeno diventa vitale. Si staccò un attimo, solo per dirmi che lo aspettava da otto anni, solo per dirmi che mai aveva desiderato tanto qualcosa, senza nemmeno saperlo. Lo strinsi a me e lo baciai io, questa volta.

“se continui così succede che poi facciamo l’amore”. Non dovremmo, dopo tutto questo tempo? Ingorda ragazzina che non sono altro. “Solo se mi prometti che ci rivedremo ancora. Che non sarà solo questa volta.”

E quando un uomo dagli occhi verde mare ti guarda e ti parla così, come puoi pensare di non rivederlo mai più?

Dr Jackie e Mr Hyde

Ero in vacanza. Anche lui era in vacanza. Si sa che quando due persone si conoscono in ferie succede un casino, soprattutto se queste persone scoprono di abitare nella stessa città: fa subito magia, fa subito “le cose che abbiamo in comune sono quattromilaottocentocinquanta”. Mi affascinò il suo… non lo so che cosa, ma aveva un nonsochè che non so e che credetimi, oggi, dopo i fatti che sono a raccontare, proprio non so.

Passeggiammo per la città, il sole settembrino scaldava l’aria senza aggredire. Tutto, ma proprio tutto suonava la melodia del “tempo delle mele”. Lui si mostrava premuroso, gentile, educato e soprattutto un gran signore, nonostante non mi offrì mai nemmeno un caffè. Con questo non voglio certo dire, da donna emancipata e indipendente, che sia un problema che un uomo si faccia offrire cene e aperitivi da una donna, ma non prendiamoci in giro, almeno un caffè fa piacere che venga offerto.

Passammo dei giorni idilliaci, di piacere, di risate e divertimento. Lo presentai all’amica che era in vacanza con me, la quale lo vide come una persona estremamente piacevole, anche se notò immediamente che le scroccò le sigarette con la scusa del “poi le compro e te le ridò”. Ma chi è che si fa ridare le sigarette? E soprattutto ma chi è che restituisce le sigarette??

La vacanza finì, tornammo a casa. L’aria di fine estate si fece autunnale, la nostra frequentazione proseguiva, con sempre più interrogativi. Si mostrava una persona estremamente gelosa di ogni mio amico, mostrava una punta di aggressività talvolta.

Arrivò presto il giorno fatidico, quel giorno dove un mio carissimo amico tornò da un viaggio durato mesi. La voglia di reincontrarlo e abbracciarlo era forte. Ne parlai con Lui, gli diedi appuntamento al solito locale, dove poi avrei incontrato il mio amico di vecchia data. Storse il naso, mi avvertì che non avrei dovuto essere gelosa semmai lui avesse avuto strani comportamenti. Non capii, ma annuii.

Quella sera arrivò rapida, ricordo nitidiamente il mio amico, che aspettavo come si aspetta la primavera dopo un freddo inverno. Parlammo un sacco. Li presentai. Superata la mezzanotte Lui dette il meglio di sè come i Gremlins, cominciando a trasformarsi in un essere immondo ed estremamente ridicolo. Preso da un impeto di gelosia tentò la carta del fare ingelosire me. Iniziò dunque a fare il marpione con una donna, famosa per essere la poverina del locale, perennemente ubriaca. Mentre io e il mio amico ridevamo attoniti alla vista di tale spettacolo imbarazzante (un tango barcollante), Lui si innervosiva ancora di più. E più si innervosiva più si rendeva ridicolo, assecondando ogni attimo questa pantomima.

Ora io non voglio entrare nel merito della scelta di fare ingelosire una donna in questo modo, perchè per quanto immaturo possa essere è una scelta del singolo. Ma caro uomo che mi stai leggendo, il mio consiglio è di scegliere almeno una donna all’altezza del compito, o quanto meno che sappia camminare dritta.

Ormai Lui aveva ai miei occhi le sembianze di un mostriciattolo verde, aggrappato alla sua liana decisamente precaria. Non mi rimaneva che finire la serata a quattrocchi portandomi dietro le cesoie.

Seguì una discussione raccapricciante, dove urlò molte cose davanti alla mia faccia annoiata. Non mi mosse di un passo, la stima nei suoi confronti ormai era solo un ricordo di una stagione passata.

Capii però che io ero diversa, capii che per me esistevano cose imprescindibili su cui mai poter passare sopra. Capii soprattutto che avevo imparato ad amarmi e che la stima che provavo per me stessa non poteva essere messa in discussione da nessuno. Capii che meritavo.

Meritavo di non vederlo mai più.

Bolla di sapone

Sono stata sospesa. Oggi non lo sono, ma temo che riaccadrà. Le Donne lo sono ciclicamente. Le Donne si pongono problemi, corrono dietro al cuore, a volte lo bloccano, vivono di ormoni ballerini.

So che prima o poi saró di nuovo sospesa. Come una bolla di sapone.

Sono stata sospesa quando ho dovuto capire di essere una trentenne. Sono stata sospesa quando la vita mi ha messo di fronte al fatto che dovevo essere Donna e affrontare cose. Cose che mai avrei pensato di dover affrontare. Cose che una ragazzina pocopiùcheventenne non sa nemmeno che esistono. E invece di fronte ai trenta, mentre una chiappa pareva scendere, mentre “ma questa è una ruga d’espressione?”, mentre “si, ok, la compro la crema per il contorno occhi”, ho dovuto prendere atto che stava cambiando qualcosa, ma io volevo essere solo una ragazzina spensierata. Il tutto andava bilanciato il prima possibile, prima di far danni irreparabili a me stessa. Tipo quelle che sembrano quindici anni più vecchie “perchè ormai ho trentanni” e quelle che dietro museo davanti mausoleo “perchè non accetto che si invecchia.”

Così ho vissuto due anni di grandi cambiamenti. Due anni in cui mi sono sentita adulta, ma volevo essere ragazzina, due anni dove dovevo affrontare burocrazia, avvocati, cose da gestire e anche la morte.

Ma io volevo esser ragazzina. Spensierata, fresca, che pensa a ridere, che pensa a far gola, che pensa a con chi farebbe l’amore.

E invece sono cresciuta. Mi sono lentamente allineata. Mente e corpo si son presi la mano con fatica e poi hanno cominciato a camminare insieme. E la sospensione è sparita da un attimo all’altro. Ora ci sto proprio comoda in questi trent’anni. Ci sto proprio che c’ho fatto la forma del sedere come nei divani comodi che non vuoi buttare via.

E in fin dei conti, anche se so che tra dieci anni saró di nuovo sospesa per poi sentirmi di nuovo in equilibrio, son convinta che sia il più bel gioco del mondo vivere.