#15
Lui ” Come stai?”
Lei “Mah, insomma…”
Lui ” Guarda non me ne parlare! Sapessi io! Oggi proprio nera! Sono stanco, mi fa male tutto e sono triste. Ah alla cena ci pensi te, vero?”
Lui ” Come stai?”
Lei “Mah, insomma…”
Lui ” Guarda non me ne parlare! Sapessi io! Oggi proprio nera! Sono stanco, mi fa male tutto e sono triste. Ah alla cena ci pensi te, vero?”
Avevo da poco compiuto 18 anni, da due anno ero perdutamente innamorata di un ragazzo molto più grande di me, che per limiti di legge non mi aveva chiesto mai di uscire. Un bel giorno di aprile, lo incontrai nel solito bar in cui lo pedinavo, si avvicinò, mi salutò, mi offrì un caffè e d’improvviso, come il sole che esce dopo un temporale, mi chiese un appuntamento per la domenica successiva. Non stavo nella pelle, passai i tre giorni prima della data X a pianificare con le amiche ogni dettaglio: come vestirmi, come pettinarmi, come truccarmi, cosa avrei detto e quando. Il sabato sera non riuscivo a prendere sonno, agitata ed emozionata com’ero. Finalmente, quel giorno tanto agognato era arrivato. Mi sembrava di essere Cenerentola che sognava il ballo al castello, mi mancavano solo i topini e gli uccelletti. Caddi in un sonno profondo e al mio risveglio purtroppo fui colta da una acerrima nemica: l’allergia.
Occhi gonfi, starnuti e tossina malefica. Erano le 10 e alle 15 avrei dovuto vedermi con l’uomo che pensavo sarebbe stato il mio principe azzurro (avevo diciotto anni, non sottovalutatelo). Cercai di mantenere la calma e prima di pranzo presi un antistaminico. Si. povera bimba innocente. Presi un antistaminico. Intorno alle 14.30 ero in stato catatonico.
Dove mi appoggiavo dormivo. Mia madre provò a suggerirmi di non uscire, ma giammai, avrei spostato QUELL’appuntamento.
Lui arrivò puntualissimo sotto casa, scesi, convinta che l’eccitazione mi avrebbe svegliata, da qualche parte le mie endorfine avrebbero dato scossoni neurologici agli effetti collaterali dell’allergia. Ne ero certa.
Sbagliavo.
Mi portò in un parco, sdraiati sull’erba lui mi parlava e io pensavo solo a come fare a non dormire. Pensavo che meno male che avevo preso l’antistaminico, circondata da ogni albero e fiore com’ero. Cercavo di elargire grandi sorrisi ma non risucivo davvero a seguire il discorso.
“ma tutto bene?” “ sisisisisiisi benissimo, perchè?” “no… mi sembri strana… ti annoi?” non ricordo altro.
Signori, mi addormentai.
Mi risvegliai non so quanto dopo con lui seduto accanto a me, ricordo nitidamente che disse sorridente “ammazza quanto russi!” e quel che è peggio aggiunse “dai piccolina, ti riporto a casa dalla tua mamma, è bene che dormi” con un tono terribilmente da fratello maggiore.
Mi sentii una bambina scema, con lui tanto grande e tanto uomo, ai miei occhi.
Lo rividi, lo rividi eccome, al bar, ma non lo rividi mai più da sola, in un prato, durante un appuntamento.
Lei “sono confusa circa la nostra storia…”
Lui “bene allora chiarisciti perché non ho tempo da perdere con te”
Quella sera ricordo che gli mandai un messaggio.
“Stasera mi spiace, ma devo rinunciare al nostro appuntamento.”
Mi giravano talmente tanto le palle che lanciai il telefono sul divano, avevo disdetto con Lui per una giornataccia che mi aveva fatto desiderare con tutta me stessa, uscita da lavoro, una fermata in erboristeria e una chiamata alla mia amica “ti aspetto alle 22 per film e popcorn”. Quando una donna si ferma in erboristeria con il malumore più o meno è come quando uno fa la spesa che ha fame. Le erboriste se ne accorgono e con quel loro fare da crocerossina ti vendono anche tua madre, che non ti serve perchè ce l’hai e anzi ti avanza pure.
Tornai a casa verso le 20, nemmeno mi preparai la cena inizia a impiastricciarmi. Decisi di iniziare dalla buffa maschera per capelli, solida, attaccata ad un bastoncino, che andava sciolta lentamente in un barattolo di acqua bollente; questa operazione poteva richiedere fino a cinque minuti, dicevano le istruzioni. Mentre la giravo, la cosa solida si scioglieva, prima oleosa, poi sempre più bianco-gelatinosa, acquisendo la consistenza che qualsiasi donna sciocchina come me avrebbe accostato a… si si, lo state pensando pure voi, vi vedo.
Una volta sciolta, rimasi in reggiseno e pantaloni, per non sporcare la maglia, e iniziai ad impiastricciare questo composto di cui tutti abbiamo capito la consistenza sui capelli.
Bene, sembravo appena uscita da una gang bang.
A quel punto, nell’attesa dei venti minuti di posa, misi anche la nuovissima maschera per il viso al mirtillo e menta, che uno lenisce, l’altra rinfresca.
La maschera cominciò presto a bruciare l’epidermide come fosse acido, per cui andai di corsa a toglierla, mi finì negli occhi e mentre ero lì a maledire me e le mie idee zen suonò il citofono, la mia amica era arrivata, meno male. Aprii la porta e tornai in bagno, mezza cieca, con i capelli impiastricciati e la maschera che mi aveva arrossato a chiazze il viso, sentii la porta sbattere, andai verso l’ingresso e. E. E Lui era li, davanti a me, seminuda, con la faccia a pois e i capelli che manco fossi uscita da un giro di bukkake.
Era andata così: “stasera mi spiace, ma devo rinunciare al nostro appuntamento.” Mi giravano talmente tanto le palle che lanciai il telefono sul divano, ma senza curarmi che il messaggio fosse inviato, quindi, Lui, ignaro venne a prendermi, citofonò e sentondo aprire senza dire “scendo” salì.
Scoppiò a ridere. Si girò e se ne andò, imbarazzatissimo.
Non lo rividi mai più, e dopo aver passato due giorni dico due a cercare di lavare via quella maschera dai capelli non rividi mai più nemmeno quella stronza di erborista.
Maggio va via, si porta con sè tante conclusioni, tante fini, cerchi che si chiudono, tante paure. E tante ne porta Giugno, con le sue novità, con i suoi nuovi cicli. Con le persone che ho guadagnato e quelle che sono rimaste indietro. Giugno, lo so, non sei tu il mio mese, ma ti lasceró passare, standoti a guardare. Giugno, con il tuo cappello bianco, io ti faccio arrivare, ti faccio assestare, mi faccio amare e mi faccio abbracciare.
Ma non sei tu il mio mese.
E ancora non sai come potrai trovare lungo i muri un’esperienza; sapere vorrai, ma ti troverai due anni dopo al punto di partenza.
Si era rinfighettato a dovere. Profumo copioso su giacca nuova appena acquistata spendendo metà del suo salario, capelli appena tagliati da barbiere di fiducia pagato a nero, orologio di lusso al polso rubato al babbo (che dopo averlo preso in regalo per la pensione non se l’era più messo), mocassino Frau in tinta col resto dopo un’ora, un’ora e mezzo di consigli della sorella, pantaloni con risvolt… no, quando è troppo è troppo.
Arrivò in centro in anticipo. “Cinque minuti, dai! Cinque minuti…”. Glielo diceva sempre la sua ex. Perché doveva pensarla in quel momento? Che poi “ex”… dopo due anni si è ancora ex? E’ un titolo a vita? Non per rinnegare niente eh, ci mancherebbe, ma non c’è un nomignolo meno vincolante? Tipo “la ragazza con cui prima ho passato diverso tempo” o “quella che mi diceva che non mi avrebbe messo mai le c…” “Ciao!” “Porca putt…” Eh, era proprio bella. Quando si conosce qualcuno virtualmente si ha sempre paura che dal vivo sia un cesso senza catenella. Queste giovincelle d’oggi sanno come barare con le foto: faccia a papero, scatto dall’alto per non far vedere il gozzo, filtri da applicare con quella macchina infernale che è Instagram. Ma lei era bella davvero. E gli parte la sudorazione tremenda alle mani. Ora che si dice? Che si fa? Girellano chiaccherando molto tranquillamente in realtà, e nota con piacere che pure lei si è agghindata come se andasse ad un matrimonio. Il che, come insegna l’esperienza, di solito è segno buono. Capelli biondi lisci che paiono fatti di fili dorati ma leggermente rasati ai lati per dargli quel tocco di porcume che serve, occhioni con ampio trucco (perché gli uomini non devono sapere il nome tecnico del trucco agli occhi, per noi è “trucco agli occhi”) che le danno un aspetto a gattona soriana ammaliatrice, seno giusto su quel tipo di corpo (una quinta sarebbe stata ridicola), giubbotto di pelle che cadeva sui fianchi, sinuoso come un rigagnolo lungo le valli del fiordo di Bergen, il culo
(stacco immagine: appare san Pietro col volto di Antonio Zequila che apre il cancello del Paradiso e si avvicina illuminato da una luce aurea attorno al corpo, sussurrandogli: “Il culo!”. Fine stacco)
Bevono in un pub. Lui meno del solito. Anche perché finire a vomitare su una panchina può non essere un ottimo incentivo per un successivo appuntamento. Escono, altri due passi, altre due chiacchere. La notte scura li abbraccia amorevolmente. Si siedono sugli scalini del Duomo, che da dietro li vigila austero come una suora dell’anteguerra con un bambino all’asilo. “Sono stata bene” “Anche io…” “Hai la macchina distante?” “Il residuo bellico? No, è qua al Serraglio” “Io in piazza Mercatale, dall’altra parte” “Devi andare?” “Cinque minuti, dai! Cinque minuti…”
(Stacco scena: il pakistano che passeggia davanti butta a terra le rose e estrae una scimitarra dai calzoni, corre e gliela pianta nel cuore).
Camminando verso la macchina si accorse che tutto questo darsi da fare con altre ragazze non lo stava portando da nessuna parte. Tutto questo impegnarsi in profumi e belle giacche non lo rappresentava, non poteva guarire da ciò che era. Aveva voglia di gettare via tutto, di spogliarsi nudo e correre. Ma il poliziotto lì accanto non l’avrebbe presa bene. Quindi, malinconico nonostante la bella serata, si mise al volante, si accese una sigaretta, alzò la radio e si inoltrò nella notte pratese.
E senti ancora quelle voci di mezzi amori e mezze vite accanto; non sai però se sono vere o sono dentro all’ anima soltanto
Bio: Chiorbaciov nasce negli Stati Uniti nel 1988. Da bambino viene notato dalla Disney, che lo fa diventare una piccola pop star e lo inizia al culto di Satana. Il calco delle sue gambe viene usato per i manichini di Calzedonia. Attualmente è uno dei redattori di Lercio.it
Lui: “Non sono io che ho sempre ragione, sei tu che hai sempre torto!”
Ci sono molti vantaggi per noi donne con i tempi moderni, certo, la storia della parità dei sessi ci ha rese piccoli cyborg tuttofare, mogli-madri-uomini-lavoratrici e, forse quel che è peggio ha trasformato il ruolo dell’uomo, ormai confuso su come approcciarsi a noi. Ma è vero che ci sono molti vantaggi prettamente femminili, come dicevo. Due su tutti sono la coppetta e l’anello entrambi vaginali. Ebbene si.
L’anello vaginale è in vendita in farmacia ed è in soldoni un sostituto della pillola anticoncezionale “un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli.”. Ha la stessa dose di ormoni che agiscono localmente, quindi il sangue e tutti gli altri organi non ne risentono. La retenzione idrica, quella ahimè resta soggettiva. Io ho iniziato ad usarla quando dovevo andare a New York, un viaggio -bellissimo- con un fuso orario importante, quindi il pensiero fu “ma la pillola, come faccio a prenderla rispettando l’orario italiano?”. E dunque inserii questo anello. È talmente comodo che la prima settimana lo cercavo ogni volta che facevo la pipì, non si sente, sparisce, fin tanto che lo devi levare.
Durante i rapporti ci sono due possibilità. Se Lui è decisamente importante, lo si può togliere, fino ad un massimo di cinque ore al giorno. Suvvia, cinque ore vi bastano per Dio! Se Lui è normodotato non se ne accorgerà nemmeno, se non magari il primo giorno in cui l’avete inserito (l’anello, non il pisello), ma dopo un paio di spinte, state serene che si posizionerà laddove non darà noia. Immagino sia inutile dirvi che per i rapporti occasionali bisogna comunque usare il preservativo, già lo sapete e siete attrezzate con scatole e scatole di condom nei cassetti dei comodini.
La coppetta vaginale esiste di più marche, la potete trovare in alcune farmacie, nei negozi bio oppure on line. Cos’è questa coppetta? È un contenitore per il ciclo che inserirete e svuoterete più volte al giorno liberandovi dell’assorbente, dei cattivi odori e delle pipì splatter. La prima volta che l’ho usata è stato facile inserirla, anche questa se messa correttamente non la sentirete minimamente, altrimenti qualcosa non va. Bene, toglierla la prima volta è stato un po’ più tragicomico. Essendo retta dai muscoli vaginali chiaramente se siete agitate la vostra vagina non la sputerà mai fuori. Io nel panico chiamai l’amica che me l’aveva consigliata che mi disse di rilassarmi, accucciarmi come i cinesi che aspettano il bus e praticamente partorirla. Funzionò e dalle volte successive sono stata in grado di levarla e metterla nelle situazioni anche più d’emergenza, come nel bagno della palestra. Esistono due misure, la A e la B che si differenziano per pochi millimetri. la A è per le adolescenti al primo ciclo fino ai 30 anni, la B per i 30 in su e per chi prima ha partorito.
I vantaggi sono molteplici, oltre a non inquinare, essere anallergica, riutilizzabile almeno per quattro anni, essere più pulite, c’è anche la questione sesso. Molti maschietti non amano il sesso pulp, ma la coppetta tenendovi la zona clitoridea immacolata e preservandovi da ogni cattivo odore, gli permetterà quanto meno di giocare con le mani, non rinunciando così al piacere per cinque giorni.
Sperando di esservi stata utile, vi auguro un felice giro nelle modernità degli anni dieci del 2000
Sandra.
Lui: “visto che dici che non facciamo mai nulla insieme, tesoro, ti ho comprato una consolle di videgames nuova, con un gioco di guerra bellissimo!”
Avevo litigato con il mio ragazzo, per l’ennesima volta, una discussione feroce, dopo sei anni di fidanzamento, l’ultimo era diventato un inferno. Ricordo che dopo la discussione piansi, mi misi su una panchina in un giardinetto, al sole che scalda, anche quando dentro è tutto freddo. Presi il telefono e aprii Instagram, per distrarmi. Incappai nelle foto di un ragazzo, moro e con gli occhi pieni di vita. Un like tira l’altro e presto scoprii che c’era una chat anche su Instagram. Lo scoprii perchè apparve un sorrisino, un sorrisino che a me parve il paradiso. Da lì nemmeno ce ne accorgemmo che ci trovammo vicini e complici tanto da passare un anno a condividere foto solo perchè l’altro potesse capire che ci stavamo pensando. La libreria cresceva, così come la voglia di incontrarci. Il mio fidanzato era sempre più algido e io anche, ma sei anni non si buttano così alle spalle solo per uno sconosciuto che ci cresce nel cuore. Litigavamo, facevamo pace e ci affezionavamo, ma io avevo paura, paura di buttare via tutto e di rimanere con nulla. Il mio terrore trovava sempre pace, in quella chat. Sapeva tranquillizzarmi e sapeva come farmi sentire speciale.
“Un giorno mi sono riscoperto a guardare la forma delle nuvole, e mi sono accorto che gli alberi perdevavano le foglie e guardavo quelle che restavano appese ai rami. Ho pensato che gli alberi l’hanno sempre fatto e io non me ne sono mai accorto. Grazie Sandra”.
Questo mi disse quando in preda al panico gli spiegai che non volevo fargli del male, ma che davvero non potevo buttare tutto all’aria per un capriccio. Lui era perfetto, valeva la pena tentare e decisi che dovevamo incontrarci. Da UOMO qual era, non se lo fece dire due volte raggiungendomi nella mia città. Il cuore mi batteva, quando lo vidi da lontano arrivare e mi esplose in gola quando le sue braccia mi avvolsero. Ero confusa, mi sentivo colpevole, mi sentivo sbagliata e infame nei confronti di tutti. Rimanemmo abbracciati tutte le tre ore passate insieme, in quell’abbraccio trovai la forza per tornare a casa e chiudere con il mio fidanzato. Lo accompagnai alla stazione, lo vidi partire, tornai a casa piena di speranza e forza, aprii la porta e trovai il mio fidanzato seduto sul divano in lacrime.
“mi manchi, per favore, siediti vicino a me e riproviamoci”.
Entrai nel panico, non sapevo cosa fare, ma alla fine, decisi di investire le mie energie in quel rapporto lungo e duraturo, chiudendo il cuore a quel bel giovane principe che provava a portarmi via da quel castello fatto di insicurezze e vigliaccheria, paure e morale.
Inesorabilmente mi allontanai da Lui, che capì senza proferire parola, senza che dovessi spiegare. Disse soltanto che non abbiamo un manuale che ci dice cose fare in certe situazioni. Bisogna solo prendere coraggio e buttarsi. E io quel coraggio non lo avevo. Presi il mio vestito da principessa e lo chiusi in soffitta, dove probabilmente ho lasciato anche il mio cuore.
Non lo rividi mai più. E ogni giorno della mia vita me ne pento.