Abel

Era Luglio. Io e la mia amica eravamo state al mare, prima di riprendere l’autostrada, per tornare a casa, lei nota due autostoppisti e mi chiede se li carichiamo. Rimango incerta, se ne sentono tante e l’istinto di sopravvivenza fa capolino nello stomaco. Più che l’auto si avvicina a loro più mi rendo conto che sono due ragazzini, con il viso pulito

si. fermati”.

Accostiamo l’auto poco più avanti a loro i quali corrono immediatamente verso di noi, quasi increduli che finalmente qualcuno si sia fermato.

Loro sono Abel.1 e Abel.2 sono due amici poco più che ventenni che hanno deciso dall’Ungheria di attraversare mezza Europa in autostop. Immediatamente siamo diventate parte della loro avventura.

Abbiamo cominciato a parlare con questi due ragazzi che in realtà a vent’anni ci arrivano a malapena. Da poco l’Isis ha rivendicato l’attentato a Nizza e il mio pensiero, naturalmente, forse per il decennio che ci separa, vola alle loro mamme e domando come abbiano preso l’idea di questo viaggio itinerante fatto tutto in autostop. Le loro mamme non lo sanno. Ecco come fanno a dormire, le loro mamme. Ignare. Abel.2 ci spiega che suo padre, quando era fidanzato con sua madre aveva fatto un viaggio in autostop e mandava una cartolina alla sua amata da ogni tappa con su scritto solo “I’m alive”.

Poi parliamo della loro vita, dei loro sogni, di quanto viaggiare sia caro, delle tre lingue che parlano, di come inaspettatamente al sud Italia le persone sono più scostanti di quelle al nord. Parliamo della voglia matta di mangiarsi il mondo, di come nonostante il clima terroristico loro abbiano voglia di scoprire e vedere, perchè solo così riescono a crescere. E mi ricordo che, tra tutta la musica che amo, un gruppo punk folk ungherese lo conosco e lo metto su spotify. Appena sentono i Puddy and the rats  Abel.1 e Abel.2 si gasano, perchè qualcosa di familiare sta viaggiando con loro insieme a due sconosciute che gli hanno dato un passaggio.

Abel.1 e Abel.2 sono belli, entrambi, con la faccia da bambini che credono nel mondo. Abbiamo fatto bene a fermarci, abbiamo fatto bene a dargli un passaggio, perchè se mai un giorno sarò madre e se mai un giorno i miei figli dovessero cercare un’ avventura senza dirmi nulla, spero dal profondo dell’anima che qualcuno se ne prenda cura, anche solo per 80 chilometri. Li abbiamo portati fino alla stazione della città dopo la nostra, ma questi ragazzi non li avremmo mai lasciati senza essere sicure che sarebbero arrivati alla tappa prefissata. Siamo scesi dall’auto. Ci siamo abbracciati. Ci hanno detto che siamo state le migliori compagne di viaggio. Con un filo di vergogna ho guardato quegli occhi pieni di giovinezza, quegli occhi pieni di vita e con tutta l’anzianità che avevo nel cuore ho detto loro “per favore, mandateci una cartolina per dirci che siete arrivati sani e salvi a casa. Come faceva tuo padre con tua madre”. Hanno riso e hanno promesso.

Passano Luglio e Agosto. Arriva Settembre. Apro la posta. “we are alive. Abel&Abel”.

Non li rividi mai più. Ma resteranno sempre nel mio cuore.

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