La prima volta

Adoro le prime volte. Le prime volte sono esplosioni di gioia. Le prime  volte sono quelle esperienze che fai una sola volta nella vita e naturalmente la persona con cui le condividi o il momento in cui le fai rimarrano indelebili per sempre. POTENTE.

Un’altra specialità delle prime volte è che crescendo diventano rare.

La prima volta per antonomasia ovviamente è quella sessuale. Ma non penso sia per una questione etica. Penso piuttosto che sia perchè hai (o almeno dovresti avere) un’età in cui sei cosciente di quello che fai. Insomma, è decisamente più importante la prima volta che hai camminato o che hai parlato, ma non te lo ricordi, eppure per i tuoi genitori sarà un momento indelebile. Invece la prima volta che fai l’amore con qualcuno lo decidi. Lo scegli. È la prima volta che decidi di donare qualcosa di te a qualcuno. E sarà solo e per sempre di quel qualcuno.

Sono importante anche, ad esempio, il primo giorno di scuola o di lavoro. Ma io preferisco di gran lunga le prime volte “emotive”. Perchè quest’ultime diventano sempre più rare crescendo.

Mi piace vivere prime volte, ma io, preferisco essere la prima volta di qualcuno. Mi fa sentire speciale. Mi piace diventare parte della storia di un essere umano. È una sorta di egocentrismo, o forse più probabilmente, una scappatella per sopperire al senso di abbandono. Se sarò la prima volta per qualcuno non mi dimenticherà mai. Però è così, io porto con me tutte le persone con cui ho avuto prime volte e anche se molte non so che fine abbiano fatto, mi piace pensare di essere nel cassetto dei ricordi legata alle prime volte che ho regalato.

Poi ci sono le prime volte personali, quelle che non saranno mai di nessuno, ma solo tue. La prima volta che hai visto un quadro di cui ti innamori, la prima volta che hai fatto l’amore con te stessa, la prima volta che ti è battuto il cuore per qualcuno, la prima volta che hai superato un ostacolo e sei stata fiera di te.

Le prime volte sono belle. E più diventano rare più diventano importanti. Perchè quando sarai adulto chi riuscirà a regalarti una prima volta, automaticamente meriterà attenzione.

E allora, adesso, giochiamo, facciamoci questa domanda: quand’è l’ultima volta che hai fatto o provato qualcosa per la prima volta?

C’ eravamo tanto sbagliati

Venivo fuori da un periodo di quelli che la vita un po’ ti piega. Era da diverso tempo che non avevo voglia di frequentare nessun omaccione. E ovviamente, per la legge che in amor vince chi fugge, ero piena di pretendenti.

Ma io non ne volevo sapere. Io uscivo con il mio migliore amico, ridevo, mi sbronzavo e pogavo.

Una sera provammo un locale nuovo. Non feci in tempo a fare tre passi lì dentro che vidi il barman.

BADABAM! Fu incredibile. Improvvisamente il cuore ricominciò a battere, dopo un anno e mezzo di torpore. Sentii nuovamente il calore del sangue sul viso, nel petto, tutto addosso. Sentii l’anima vibrare e cinque o sei farfalle volare nello stomaco. Fu incredibile.

Da sotto il suo cesto di capelli mori, il barman barbuto mi offrì uno shottino, senza nemmeno chiedermi se lo volevo. Era la cosa più schifosa che avessi mai tracannato, che per sentirla schifosa nello stato emotivo in cui ero vuol dire che doveva essere proprio distillato di schifo. Gli sorrisi. Lui spostò a malapena l’angolo della bocca e alzò il sopracciglio in modo accattivante. Vabbè era evidente che fossi di fronte al mio primo colpo di fulmine. I sintomi erano quelli, ne ero sicura, ne avevo sentito parlare spesso dalle amiche, ero convinta di esserne immune e invece eccomi lì cotta come un fegatino.

Il locale si riempì, ma lui trovò la scusa per uscire dal bancone, venirmi incontro e presentarsi. Tornata a casa lo cercai immediatamente su fb.

Chattammo. Mi chiese di uscire. Il nostro primo appuntamento fu da un paninaro. Un baracchino. Lo adorai. Il secondo invece da un kebabbaro. Disse che aveva questa sensazione che non importava dove fossimo, ma bastava esserci insieme. Mi abbracciava. Mi abbracciava tantissimo, disse che i baci sono scontati ormai, ma gli abbracci, quelli sono intimi, nessuno si abbraccia in pubblico.

Persi letteralmente la testa per Lui. Iniziammo a frequentarci, iniziamo a fare l’amore, iniziammo a stare insieme. Iniziammo a convivere.

Furono due anni bellissimi, di viaggi, risate, concerti, musei. Imparai da lui moltissimo. Mi insegnó la calma, la pace, la musica indie, mi insegnó a dormire dopo anni di insonnia. Gli insegnai la riflessione, le emozioni, ad essere se stesso, i film. Lui diceva sempre che io ero l’unica a saperlo guardare.

Siamo stati davvero felici insieme, pieni di interessi, di diversitá che trovavano spesso il punto comune. Entrambi stavamo davvero bene insieme. Ma. Ma ad entrambi mancava qualcosa, senza che nessuno dei due riuscisse a focalizzare cosa. Provammo a parlarne, come sempre riuscivamo a fare. Tranne per quel qualcosa che peró doveva fare la differenza. Eravamo diventati comodi l’uno per l’altra. Eravamo diventati una safety room da quello che ci spaventava fuori da casa e questo non ci permetteva di evolvere e crescere. Incredibilmente ci stavamo vicendevolmente castrando. Avevamo sbagliato da qualche parte, non abbiamo mai capito dove. Ma mai con cattiveria.

C’eravamo tanto sbagliati” come dice Lo Stato Sociale e decidemmo quindi di non vedersi mai più.

A distanza di tempo ancora non ricordo giorno in cui mi sia annoiata con lui. E ancora oggi gli sono grata  ogni volta che mi addormento.

Inquietudine

Avete presente quei periodi in cui se potessimo ci staccheremmo la pelle di dosso? In cui tutto ci infastidisce un po’. Quei periodi in cui tutto è il contrario di tutto e sentiamo costantemente il fastidio di ognisacrosantacosa ci tocchi? In cui tu ti senti pure bene, forte, ma intorno vedi solo macerie e cose da rimettere in ordine. Quei periodi in cui noi stessi siamo irritanti, periodi in cui si sbuffa, ci si rigira nel letto ci si appiccicano le cose addosso e noi proviamo a staccarcele con rabbia e foga. Bene: allora avete presente l’INQUIETUDINE.

inquietùdine s. f. [dal lat. tardo inquietudodĭnis, der. di inquietus «inquieto»]. – L’essere inquieto; stato d’animo turbato, senso di apprensione, di ansia provocato soprattutto da incertezza, timore, preoccupazione: sentirsi oppresso da profonda i.; provocare i., essere causa d’i.; non potrò liberarmi da questa i. finché non avrò sue notizie; è una situazione che desta inquietudine (anche al plur.: gravi inquietudini). Meno com., irrequietezza psichica, come stato abituale d’insoddisfazione, di intimo travaglio.

Sembrerò pazza, ma io credo sia un sentimento estremamente positivo.

L’inquietudine è quel campanello che ci fa capire che non siamo sulla strada giusta. Che ci dice che non stiamo bene, che però ancora ammonisce, prima di trasformarci in qualcosa che non ci piace e perderci completamente nel buio.

L’inquietudine ci è amica, per quanto ci rompa i coglioni. Ci spinge a metterci davanti ad uno specchio. Ci spinge ad alzarci sul divano e fare cose. Ma in fin dei conti, se uno si ferma un secondo, diventa lampante che non è ciò che vogliamo quello che l’inquietudine ci sta costringendo a fare, come una marionetta che ci tiene i fili delle giornate.

Ed è quello l’istante in cui ci mettiamo davanti allo specchio. E vediamo noi stessi. Bruttini diciamolo. Malconci almeno. Il primo istinto è girare la faccia e continuare a fare ciò che stavamo facendo. E vabè, a quel punto sei diventato uno dei tanti. L’inquietudine si trasforma in malessere e mai, mai riusciremo a trovare la pace. Nulla ci soddisferá più, nulla ci toccherá più. Saremo tutti uguali in un mondo tutto uguale. Game over.

Ma se invece, dopo aver girato la faccia troviamo il coraggio di guardarci, piano piano e senza fretta allora saremo di nuovo padroni di noi stessi. Saremo noi a dettare legge su quello che ci deve fare male e quello che non deve. Se avremo il coraggio di affrontarci, pulirci, pettinarci, sistemarci e improfumarci raggiungeremo realtá a noi sconosciute, dove un sorriso ci cambia la giornata, dove ascoltare qualcuno che si fida di te ti fa stare bene. Scoprire il significato pieno della vita. E il nostro piccolo mondo sará un mondo di qualità.

Che tragedia!

Mi trovavo fuori città per un viaggio culturale, decisi di andare a vedere le tragedie greche a Siracusa. Organizzai il mio viaggio con un amico, prenotai i biglietti molto prima. Arrivammo accolti dal sole siciliano, dal blu cobalto e dall’odore di sole e mare. Una capatina al mare e la sera il teatro ci accolse, come un ospite perfetto, proprio alla maniera dei greci. Trovammo i nostri ottimi posti, ci sedemmo. Due chiacchiere e quasi a ridosso dell’inizio dello spettacolo i due posti accanto a me erano vuoti. Eccoli arrivare i due ritarda… “Ah peró” Pensai. Lui era bellissimo, alto, spalle larghe, occhi verdi, capelli rasati, mani enormi. Alla faccia del siciliano. Lei al suo seguito era carina, ma non bella, tanto era fatta a bambolina. Riccioloni sulle spalle occhialoni grande e vestitino a ruota rosa. Appena seduto Lui si giró verso di me sorridendomi, poi una gag con un vecchietto che poco ci manca mi casca addosso, poi a metà spettacolo lui si commosse, si giró e mi guardó cercando tenerezza.

La tua fidanzata è di là tesoro. O forse è tua sorella? Si, magari è la sorella. Del resto anche io sono qui con il mio amico. Non può essere anche lei un’amica? No è la sorella. Sicuro.

Nel dubbio rimasi nel mio angolo di mondo, nel mio piccolo posto G88, stando bene attenta a non toccare il suo ginocchio. Finita la tragedia mi salutó e io e il mio amico andammo in centro, per una passeggiata. Chi ti incontro a metà del lungomare?! Lui che mi sorride. Ricambio, ci incrociamo e fine della storia.

Dopo un’oretta decidemmo di andarci a bere una birra in un locale. Seduto al tavolo accanto Lui, che per tutta la sera mai mi levó gli occhi di dosso. Sguardi incrociati, sorrisi accennati, poi lui andó. Chiese alle persone con lui di aspettarlo un attimo, andó in bagno e tornó furtivo vicino al mio tavolo, dove di nascosto lasció un fazzoletto con su scritto il suo numero e un “se vuoi domani mattina chiamami”.

Ovviamente lo chiamai. Non prima di aver fantasticato su questo incontro ricco di karma e destino e perchè no, pure una mano divina.

“Il numero da lei chiamato è inesistente”

No aspè lo rifaccio.

“Il numero da lei chiamato è inesistente”

No, ma davvero? Spè di nuovo.

“Il numero da lei chiamato é inesistente”

Non lo rividi mai più. Mannaggia a lui.

Le conseguenze dell’umore

Non ci vado. Oppure si. Che faccio ci vado? “Se ci vai, ci finisci a letto”. Eh, allora non ci vado. Oppure si? Secondo te? “Se ci vai, ci vai a letto” okokokok. E quindi? Era il migliore di tutti a letto, perchè non ci posso andare? Le conseguenze. okokok.

No alle conseguenze. #stopconseguenze.

Allora non ci vado. E invece ci vado. Le cose vanno affrontate. E poi è così bello, me lo guardo un po’. Poi smetto per sempre.

Mi invitò a cena a casa sua, stava cucinando per me, aveva comprato le cose che mi piacevano, se ne era ricordato. Dalla mia visuale le sue spalle attiravano tutta la mia attenzione, nonostante cercassi di fare discorsi su questo e quello che mi era successo nel lasso di tempo in cui non ci siamo visti. Quelle spalle. Praticamente quadrate, a cui mi aggrappavo saldamente ogni volta che capitava facessimo l’amore. E sì, lui sì che faceva l’amore. Come mai nessun altro.

Dunque, capitava che di tanto in tanto ci fosse qualche ricaduta, dove puntualmente io (ma pure lui) decidevo che fosse l’ultima. Ma come si fa a smettere di fare una cosa così tanto bella. Perchè per quanto lui per me fosse l’incarnazione dell’attrazione era davvero evidente che anche da parte sua c’era da sempre un richiamo atavico e animalesco e istintivo e incontrollato e… e riguardava me. Proprio me. Una sensazione divina.

Comunque chiacchierammo del più e del meno, di cose più serie e  mangiammo. E poi ci sorridemmo. Eccoci. Quel sorriso voleva dire che ci stavamo avvicinando fortemente alla zona pericolosa. Non avrei ceduto. Non stavolta. Nonostante mi chiedessi come mai non dovessi. Scartabellavo con le dita tutti i motivi che venivano puntualmente smontati da quegli occhi così desiderosi di me. CONSEGUENZE. Ecco. Eccolo il motivo inattaccabile. Indissolubile. Le conseguenze.

“Senti, ma, lo dico così, non per sminuire nulla, nè per avvilire, ma insomma, se io ti voglio e ti prendessi SENZA CONSEGUENZE?” Mi affogai con il vino e approfittai di una risata isterica per continuare a scartabellare nella testa dei motivi per dirgli di no. Poi un tuono fermò tutto.

C’era lui. C’era il vino. C’era Tom Waits che cantava di sottofondo. E c’era pure il temporale. E vaffanculo.

Ci saltammo addosso, ci baciammo, mi prese per mano e mi porto in camera. Mi spogliò, lo spogliai. Non mi levò MAI gli occhi di dosso, con quello sguardo da gladiatore pronto a combattere con il suo nemico felino, mi strinse le mani sul culo, mi aggrappai alle sue spalle, quelle cazzo di spalle ineguagliabili, ci unimmo, ci mordemmo, ci catapultammo in quella dimensione che non è di questa terra. Dove solo io e lui sapevamo stare.

Un gran peccato che poi si dovesse sempre ritornare.

Decisi di non volerlo rivedere mai più. Ma sapevo che stavo mentendo a me stessa.

Il Raphus Cucullatus

La storia che vado di seguito a narrare, esce da ogni schema. Si distanzia da ciò che ho vi ho raccontato fino ad oggi. Si distacca da ciò che ho vissuto fino ad oggi. Quando arriverete al finale, non fatevi troppe domande, perchè vi assicuro che  me le sono fatte già io, senza arrivare a nessuna risposta. Questo racconto è inoltre vietato ai minori di 16 anni. Nonostante sembri scritto da una Sandra posseduta da una bimbaminkia.

Lui era proprio un bel tipo. Modaiolo qb. Hispter qb. Divertente, gran bel sorriso, gran begli occhi neri, profondi, buoni e gioviali. Ultimamente non stava benissimo, bisogna premetterlo, brutte storie sentimentali, brutti risvegli da sogni che sembravano reali, ma insomma, venne a casa mia. Portò un buon vino, preparai un aperitivo. Chiacchiere, molte, risate e filosofie. Gli guardavo le mani e le immaginavo un po’ dappertutto addosso a me, tanto che Lui se ne deve essere accorto perchè ad un certo punto me le sono trovata sul culo con tanto di lingua in bocca. Signori, che bacio. Che passione, la lingua spingeva sulla mia e la mia sulla sua, la lingua deve spingere, altirmenti vuol dire che non c’è presa. Sissignori, spingeva eccome. La lingua.  Mi trovai seduta su di lui. Le sue mani, quelle mani, si, quelle mani erano addosso a me, dentro di me, quelle mani così belle. Quella bocca, così bella, era sul mio collo, tirato. Ogni singolo nervo era attento ad ogni cosa, ad ogni respiro, ai suoi denti sulla mia pelle, alla sua mano sul mio seno e all’altra mano, beh. Sissignori la sua mano BEH. Mi prese, mi alzò e appoggiò il suo bacino al mio.

UOHUOHUOH. DINGDINGDING JACKPOT.

Gli slacciai con foga i pantaloni e.. “ma ciao” eccomi davanti al leggendario Raphus cucullatus, uccello mitologico maestoso, nerboruto, grande e grosso, raro modello  con becco a banana, di cui tanto avevo sentito parlare.

DINGDINGDING JACKPOT.

Mi stavo mentalmente già sfregando le mani, ripensavo alle volte in cui avevo disquisito con amiche e amici ornitologi sul fantomatico uccello dal becco a banana, credendolo ormai solo una leggenda. Il Raphus cucullatus pare che possa dare infinite gioie e infinite soddisfazioni e finalmente, dopo anni, era lì, davanti alla mia faccia felice e sorridente. Insomma, come se finalmente avessi trovato il Bigfoot. Era Big, ma non era Foot. Le sue mani prendevano le mie spalle, prendevano il mio collo, ragazzi, mi voleva, questo è assodato. Ma. Ma. Eccoci al MA. Il suo telefono cominciò a squillare insistentemente, aveva una cena e lo stavano aspettando. Doveva andare. Doveva davvero andare? Si. Si ricompose, mi guardò negli occhi e mi disse che ci saremmo rivisti il giorno dopo, per finire ciò che avevamo iniziato. Durante la sera mi scrisse. Eravamo davvero presi da quell’antipasto, entrambi con una gran fame delle altre portate. La mattina seguente mi svegliai con una strana sensazione. Non tardò il suo messaggio. “Potrei dirti una cazzata, ma voglio essere sincero, non è il momento. Non sto bene, lo sai. So che capirai”. Alzai lo sguardo dal display e vidi quell bellissimo uccello mitologico volare via.

Non lo vidi mai più, esattamente come leggenda narra.

La parte scoperta

Bisognerebbe essere oneste con se stesse, quando ci rendiamo conto che la persona con cui usciamo non è all’altezza delle nostre aspettative, o più semplicemente, dei nostri bisogni. Magari ne soddisfa alcuni in maniera perfetta, ma la maggior parte rimane scoperta, al freddo, lontana dal camino.

Eppure anche quei bisogni hanno necessità di focolare, di essere scaldati, di essere accolti. È chiaro, non esiste l’altro (o l’altra) perfetta, questo ai trenta si capisce bene, ma se è vero che su alcune cose possiamo fare finta di nulla, su altre dobbiamo necessariamente imporci. Il bisogno di qualcuno vicino non deve fare perdere di vista che chi ci sta accanto deve avere delle qualitá che coprano buona parte dei nostri bisogni. Che non per tutti sono uguali. Per questo è fondamentale conoscersi e stare bene con se stessi. Quando si inizia a stare con qualcuno e si vuole una frequentazione con finalità coppiesche peró non si possono non ascoltare i campanellini d’allarme. Io ogni volta che ho ignorato quel suono fastidioso, dopo mi ci sono trovata incaprettata, ecco. Dobbiamo imparare a rispettarci. E se il cuore o lo stomaco o il cervello suonano un dindindin sarebbe il caso di fermarsi e domandarsi “ma sei proprio sicura che è quello che vuoi?”. È difficile, lo so. Ma non è poi più difficile trovarsi in delle situazioni di disagio e fastidio?

Forse, anche se non va più di moda, si dovrebbe imparare a vivere le cose con la dolcezza della calma, anche se la nostra società ci impone di correre, di definire, di incasellare. Altrimenti come si fa a fare delle fondamenta solide e ben costruite? Forse le cose vissute un po’più lentamente ridurrebbero i non si videro mai più (rendendo questo blog praticamente nullo) ma forse, dico forse, saremmo tutti un po’più tranquilli.

La risposta ovviamente non esiste, almeno tra le mie mani, spero peró che voi che leggete siate un po’più avanti di me in questo percorso di vita.

 

Foto by Claudia Gori

Lo spazio nel mezzo

Era una caldissima giornata estiva, raggiungevo Firenze per un appuntamento lavorativo, mentre mi spostavo in treno la persona da incontrare mi dette clamorosamente buca. Era un periodo molto strano della mia esistenza, le cose non andavano mai bene, nonostante mi impegnassi costantemente, gli eventi sfuggivano come anguille al mio controllo. Più provavo a rimontare in sella, più la vita mi teneva a terra. Adesso anche questa. Ormai avevo prenotato l’albergo e il treno di ritorno per il giorno successivo. Arrivai in stazione, desolata, ma decisa ancora una volta a cambiare a mio favore questo mood di maiunagioia che si stava accanendo nei miei confronti. Il caos di turisti mi fece sentire subito a disagio, come un pesce controcorrente che nuotava in mezzo a banchi e banchi di sardine. Individuai forse l’unico uomo solitario come me e gli andai incontro per chiedere delle informazioni su dove andare. “non lo so, mi spiace, non sono di qua, purtroppo anzi, ci sono per caso, ho perso la coincidenza con l’altro treno” sorrisi, dicendogli che anche io mi trovavo a vagare per questa città che tutti sanno essere bellissima ma che a me pareva solo torrida. “vuoi un caffè?”

Bevemmo il caffè ridendo sarcasticamente delle coincidenze. Stavamo bene, venne quasi da sè pensare di fare i turisti anche noi, almeno fino al tardo pomeriggio, ora in cui Lui avrebbe dovuto prendere il suo treno.

Tra Santa Maria del Fiore e piazza della Repubblica ridemmo un sacco, era un tipo decisamente sicuro di sè. Non era di quelli belli canonici, diceva Lui, perchè io lo trovavo decisamente molto più affasciante di tanti altri belli che però sono solo belli. La fierezza di quello sguardo intelligente, il sorriso cristallino che cambiava i suoi occhi rendendoli timidi e gioiosi, la postura così sicura, con quelle spalle aperte, come a dire “eccomi, accoglietemi e io vi accoglierò”.

Ad ogni passo i nostri discorsi diventavano sempre più intimi, ad ogni parola sembrava di specchiarsi nell’altro, sembrava di leggere il libro di se stessi. È possibile tutto questo con uno sconosciuto? Camminando sotto il sole torrido anche il contatto fisico aumentava esponenzialmente, sempre più vicini, così come vicino era il momento di salutarsi.

ma senti, è una follia, ma se il treno lo prendessi domani, anche io

La bellezza di quella frase, risuonò nel mio cervello come un notturno di Chopin. “io ho una camera pagata, insomma, è una doppia, si ecco, se ti va potremmo andarci, sono ore che camminiamo..”

Il suo sguardo mostrò il lato malizioso e ludico.

Salimmo in camera, ci docciamo entrambi per poi sdraiarci rivolti l’uno verso l’altro in questo letto blu, dai cuscini soffici. Si avvicinò alle mie labbra, continuando a parlarmi di questo e quello, che onestamente non seguivo, concentrata sul suo odore, sul suo fiato addosso. Sulla forma delle sue labbra, sui suoi occhi profondi, che raccontavano sincerità e serenità, questa volta.

Facemmo l’amore, si, ovviamente lo facemmo, va bene la spiritualità, ma qui siamo fatti di carne, non scordiamocelo. Ma per la prima volta non fu quello ad avere importanza, bensì tutto quello che ci fu successivamente. Abbracci, baci, tenerezze, come se entrambi aspettassimo l’altro per poter riposare dalle nostre battaglie quotidiane, come se entrambi avessimo bisogno di riposarci abbandonati addosso a qualcuno che potesse comprendere il nostro io più profondo. Rimanemmo così tutta la notte.

Entrambi permettemmo all’altro di scavalcare ogni difesa creata ad arte da noi stessi per proteggerci. Non ce ne accorgemmo nemmeno, ma eravamo nudi, eravamo stati in grado di spogliarci o di farci spogliare, da ogni sovrastruttura, da ogni strategia, eravamo solo noi. Stretti. In pace. Sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa, noi eravamo lì, nudi, indifesi e mai come in quell’istante forti e protetti.

Fu sublime, quella notte.

La mattina successiva, ci svegliammo ancora in quell’abbraccio, lo godemmo ancora un po’ con il sole del mattino, che ancora non bruciava, ma che con semplicità illuminava.

Andammo alla stazione, il suo treno era li, pronto per portarlo alla sua vita. Mi abbracciò, forte, mi ringraziò per averlo arricchito, per tutto questo bene, per tutto QUESTO.

Salì sul treno. Improvvisamente mi accorsi di non avere nessun suo contatto, la realtà mi aveva presa alla sprovvista, fu tutto talmente bello da non esserci lasciati nè un numero nè un contatto facebook. Corsi lungo tutto il treno, dal binario, per ritrovarlo, il treno stava partendo, lui si affacciò trafelato da un finestrino “non ho il tuo numero” urlò.

Ma ormai il treno era in corsa.

Non lo rividi mai più.

Sai io credo che se esistesse un qualsiasi Dio, non sarebbe in nessuno di noi. Né in te, né in me. Ma solo in questo piccolo spazio nel mezzo. Se c’è una qualsiasi magia in questo mondo, deve essere nel tentativo di capire qualcuno condividendo qualcosa. Lo so, è quasi impossibile riuscirci, ma che importa in fondo? La risposta deve essere nel tentativo.” 

Abel

Era Luglio. Io e la mia amica eravamo state al mare, prima di riprendere l’autostrada, per tornare a casa, lei nota due autostoppisti e mi chiede se li carichiamo. Rimango incerta, se ne sentono tante e l’istinto di sopravvivenza fa capolino nello stomaco. Più che l’auto si avvicina a loro più mi rendo conto che sono due ragazzini, con il viso pulito

si. fermati”.

Accostiamo l’auto poco più avanti a loro i quali corrono immediatamente verso di noi, quasi increduli che finalmente qualcuno si sia fermato.

Loro sono Abel.1 e Abel.2 sono due amici poco più che ventenni che hanno deciso dall’Ungheria di attraversare mezza Europa in autostop. Immediatamente siamo diventate parte della loro avventura.

Abbiamo cominciato a parlare con questi due ragazzi che in realtà a vent’anni ci arrivano a malapena. Da poco l’Isis ha rivendicato l’attentato a Nizza e il mio pensiero, naturalmente, forse per il decennio che ci separa, vola alle loro mamme e domando come abbiano preso l’idea di questo viaggio itinerante fatto tutto in autostop. Le loro mamme non lo sanno. Ecco come fanno a dormire, le loro mamme. Ignare. Abel.2 ci spiega che suo padre, quando era fidanzato con sua madre aveva fatto un viaggio in autostop e mandava una cartolina alla sua amata da ogni tappa con su scritto solo “I’m alive”.

Poi parliamo della loro vita, dei loro sogni, di quanto viaggiare sia caro, delle tre lingue che parlano, di come inaspettatamente al sud Italia le persone sono più scostanti di quelle al nord. Parliamo della voglia matta di mangiarsi il mondo, di come nonostante il clima terroristico loro abbiano voglia di scoprire e vedere, perchè solo così riescono a crescere. E mi ricordo che, tra tutta la musica che amo, un gruppo punk folk ungherese lo conosco e lo metto su spotify. Appena sentono i Puddy and the rats  Abel.1 e Abel.2 si gasano, perchè qualcosa di familiare sta viaggiando con loro insieme a due sconosciute che gli hanno dato un passaggio.

Abel.1 e Abel.2 sono belli, entrambi, con la faccia da bambini che credono nel mondo. Abbiamo fatto bene a fermarci, abbiamo fatto bene a dargli un passaggio, perchè se mai un giorno sarò madre e se mai un giorno i miei figli dovessero cercare un’ avventura senza dirmi nulla, spero dal profondo dell’anima che qualcuno se ne prenda cura, anche solo per 80 chilometri. Li abbiamo portati fino alla stazione della città dopo la nostra, ma questi ragazzi non li avremmo mai lasciati senza essere sicure che sarebbero arrivati alla tappa prefissata. Siamo scesi dall’auto. Ci siamo abbracciati. Ci hanno detto che siamo state le migliori compagne di viaggio. Con un filo di vergogna ho guardato quegli occhi pieni di giovinezza, quegli occhi pieni di vita e con tutta l’anzianità che avevo nel cuore ho detto loro “per favore, mandateci una cartolina per dirci che siete arrivati sani e salvi a casa. Come faceva tuo padre con tua madre”. Hanno riso e hanno promesso.

Passano Luglio e Agosto. Arriva Settembre. Apro la posta. “we are alive. Abel&Abel”.

Non li rividi mai più. Ma resteranno sempre nel mio cuore.

Come un palloncino

Ho sempre desiderato volare, come un palloncino. Non volare. Ma volare leggera. Non volare leggera, ma grazie alla mia aria.

Io ho sempre desiderato volare come un palloncino, soffiata su nell’aria, facendo le capriole, perchè qualcuno mi facesse sentire tanto in alto da dominare la città, vedere le cose da un’altra prospettiva e perchè gli altri mi guardassero e pensassero “guarda come vola leggero, quel palloncino”.

Ho sempre desiderato sentirmi tanto speciale da essere soffiata in alto, tra le risa e i raggi del sole. Essere abbracciata dal vento, travolta, tanto che poi lo stomaco ti fa urlare, come quando cadi e senti dentro il vuoto che però si riempie subito di un’emozione bellissima e fortissima, perchè stai volando. E sei talmente parte di quel vento, talmente un tutt’uno che sai che se dovesse smettere di soffiare, precipiti. Ma non te ne importa, perchè il momento è ora.

E ora so di voler volare leggera, come un palloncino. Mi piacerebbe. Mi piacerebbe sentire addosso, sulla pelle, il vento che sta soffiando.