#11
Lei “io non ce la faccio più, davvero. Non sono felice é evidente.”
Lui “Ma come?! Io sto tanto bene con te!”
Lei “io non ce la faccio più, davvero. Non sono felice é evidente.”
Lui “Ma come?! Io sto tanto bene con te!”
Ero una poco più che ventenne, non ero arrivata ancora al quarto di secolo. Stavo con un ragazzo molto apatico, da un paio d’anni. Sapevo che la storia stava volgendo al termine, anche perchè avevo messo gli occhi su un altro.. Insomma, segnali abbastanza forti che la mia relazione era agli sgoccioli. Eravamo vicino a Natale, ma nonostante ciò decisi di prendere coraggio per parlargli. Quella sera mi invitò a casa sua, disse che i genitori non c’erano e ne fui sollevata.
Arrivai dopo un lungo training autogeno e anche qualche respirazione nel sacchetto di carta.
Tolsi il cappotto, bagnato dalla neve e la sciarpa, anch’essa umida. Lui era nervoso, pensai che sicuramente stesse aspettando il fatidico discorso, visto quanto ero stata fredda nei mesi trascorsi.
Mi schiarii la voce, per iniziare a parlare, ma Lui disse che doveva dirmi una cosa.
Sgranai gli occhi: non poteva essere, ma stava mettendo la mano in tasca, per prendere qualcosa, che non poteva essere quello che stavo pensando. E invece, tirò fuori una scatolina, si, proprio di quelle con dentro gli anelli. Ricordo nitidamente quello che pensai in quel momento, una parola sola, ma decisamente eloquente: MERDA.
Aprii la scatolina, da ameba quale era nemmeno si era preparato un discorso, me la sventolò sotto al naso. In preda al panico presi l’anello, che grazie a Dio era enorme. Mi sembrò la mia via di uscita quell’anello così fuori taglia per il mio dito. Lui sembrò mortificato, non volle sentire ragioni e saltò in macchina subito per andare al centro commerciale e cambiarlo, lasciandomi in casa sua con le mani tra i capelli, senza sacchetto di carta, cercando di riagguantare i miei pensieri e tirarne fuori un piano che includesse un trasferimento estero rapido e indolore. Ma nulla. Lui tornò prima che ci riuscissi dicendomi che l’anello non si poteva stringere- meno male- e che prima di marzo non lo avrebbero cambiato. “marzo?! e chi ci arriva a marzo???” esplosi, tappandomi subito dopo la bocca. Mi chiese in che senso. Sperò che fosse per l’impazienza di indossarlo. Ma abbassai la testa, presi il cappotto, la sciarpa e me ne andai, senza nemmeno tentare di raccogliere i suoi pezzi di cuore sul tappeto.
Non lo rividi mai più, più per vergogna che per reale mancanza di volontà.
Lei “mi dici perchè sei così arrogonte da qualche tempo?”
Lui”é che tutti questi tuoi successi mi stanno sul cazzo”
Sul divano sotto una foto meravigliosa, assorta nelle mie emozioni, nemmeno me ne rendo conto che mi addormento. Mi sveglio in braccio a Maggio, il quale, con lo sguardo profondo, mi porta a letto. Si sdraia di fianco a me, abbracciandomi. Chiudo gli occhi, vivo il momento senza pensare nè a ieri nè a domani. Sento solo le sue braccia. Adesso. Sicure e forti. E io sorrido. E io dormo. E io, sogno.
Lei Sandra, che troia. Direte, t’ha fregato il ragazzo. Ma chi se ne frega del ragazzo. Direte sparla di te con le amiche, o nel cesso mentre si trucca quella faccia a vacca in calore.
No, non è così semplice. È una questione di agonismo. Di sudore di blocchi e pick and roll. Non vi agitate. Scrivo in Italiano e la sola parola che so in inglese è la parola chiave del mio sport. La pallacanestro. Che sport, che disciplina meravigliosa. Una partita significa sudore, come una corsa campestre nel fango, combattuta con l’agilità di un’ astacolista e la reattività di un saltatore in altro. E la testa di un giocatore di scacchi. Una testa perfetta, che vede tutte le mosse per arrivare alla vittoria, ma capisce anche tutte quelle che porteranno alla sconfitta. La testa è importante sempre. A parte quando c’è lei : Sandra.
Ci incontriamo due volte l’anno. Una volta da noi, una volta da loro. Non c’è ninete da fare. Come entro in campo, il mio primo sorriso è per lei. E il suo è per me. Io tengo lei e lei tiene me. Non puo’ essere altrimenti. Ed inizia una sfida fisica, un uno contro uno interminabile. Che goduria. Meglio di una scopata. Sotto canestro gli spazi si restringono i contatti divengono violenti. Lo spazio va difeso o conquistato. Poi ci sono i tiri liberi e tiriamo il fiato e ci insultiamo esaltandoci i difetti fisici. –ti vedo un po’ sovrappeso- – Ti si sono sgonfiate le puppe- -Ti sei depilata eh, troiona, chi ti sbatte stanotte ?-
È un gioco al massacro, è la mia nemica ideale. Ed io sono la sua. Siamo fatte l’una per l’altra, nell’odio agonistico. Siamo così simili che mi faccio paura! A fine partita ci diamo la mano con apparente sportività. E ci diamo appuntamento alla prossima sfida, sudate, grondanti piene di graffi. I suoi, i miei.
Ieri l’ho vista, la troia. Era in un pub. Era la prima volta che la vedo fuori da un campo di Basket.
Lei mi ha visto. Ma fa finta di niente. Io pure. Bevo, lei beve. Lei beve, io bevo. È una comunicazione irreale. Devo pisciare. Mi dirigo al bagno. Lei è lì davanti a me. Mi guarda. La guardo. -Non sarai mica lesbica?- mi chiede – no e tu?.
Si avvicina. – Neppure io- La sua bocca è vicina alla mia. Il suo alito sa di birra. Mi bacia. A lungo. Gli infilo una mano sotto la gonna. –Sei bagnata, troia !- gli dico
Lei scoppia a ridere – Anche tu-
La sua mano era velocemente scivolata tra le mie gambe
La ritira, con calma
Se ne va
-Alla prossima, tra tre settimane ! Mi urla da lontano
La guardo
Poi vado a pisciare.
Maurizio Mistretta.
Biografia
Maurizio Mistretta nasce a Firenze, sceneggiatore, regista e attore di teatro e cinema da vent’anni. Lavora a Bologna per la maggior parte della sua carriera al Conservatorio di teatro e insegna molti master in tutta Italia. Dal 1993 al 2001 dirige la compagnia attori-inanimati al carcere di Pisa e porta il progetto in scuole pubbliche e private italiane e thailandesi (1990-2008). Nel 2001, in collaborazione con Rai 3 produce un documentario riguardante il teatro nelle carceri: “Pisa’s Tower”. Nel 2004 crea una casa di produzione e dirige, legando il linguaggio tra cinema e teatro cinque cortometraggi “Black Jealousy” ispirati all’ Othello di W. Shakespeare selezionati per il festival di Venezia nel 2011. Dal 2000 al 2006 organizza workshops nell’istituto di correzione di Bangkok in collaborazione con UNICEF-Bangkok realizzando “Pinocchio in Siam” (Melampo Documentary Production, La7 TV, 2007).
FILMOGRAPHY
2017 EGO (feature-writing)
2017 THE MAN WHO SELLS NOTHING (feature-writing)
2016 THE RED IRON DOOR (feature – post production)
2015 FATIMA’S SECRET (feature – distribution)
2014 FUFU, 99 minutes of life (poetic short – post production)
2006 BLACK JALEAUSY (5 short movies about Othello of Shakespeare)
2004 PINOCCHIO IN SIAM (documentary LA7)
2001 THE PISA’S TOWERS (documentary RAI3)
“spero tu non sia una donna gelosa, perchè per me la mia ex è come una sorellina”
Un bel giorno arriva un commento su un post della mia pagina FB firmato “Racconti sul Cesso“. Chiaramente la mia attenzione è stata subito catturata e sono andata a spulciare sui social fino ad approdare al blog. Dopo qualche giorno, a caso, mi scrive Barbara, una delle due menti dietro a questo progetto: complimenti reciproci, […]
via Racconti sul cesso: un’incredibile storia di casualità! — I HATE BANANAS
Oggi, dopo molto tempo, mi sono accesa una sigaretta, mi sono seduta in balcone e ho iniziato a parlare. Era da molto che non mi trovavo seduta davanti a Lui, un uomo così forte, così profondo. Mi sono seduta davanti a Lui e una boccata dietro l’altra di fumo ho parlato. Era tanto che non lo facevo, chissà perchè. Lui mi ha ascoltata, sono sicura. Ho parlato di come mi sentivo, di come la vita a volte ci allontani e nemmeno i momenti di intimità possano essere dati per scontati. Ho chiuso gli occhi, ho fatto una lunga pausa, di almeno due boccate. Ho ascoltato il vento come mi accarezzava, una leggera brezza primaverile, dolce tra i capelli. Ho aperto gli occhi e ho ripreso a raccontare la mia giornata, di quella mia amica in crisi esistenziale, dell’altro amico sempre dietro alle donne. E di me, che a fatica a volte mi agguanto, ma che comunque vado avanti, con molta più cognizione di quella che credo io stessa. Era tanto che non fumavo, all’imbrunire, l’ora solare è appena arrivata, sono i primi giorni lunghi di fine Marzo. E i miei occhi guardano, scrutano dal balcone. Lui mi sta ascoltando, perchè Lui è sempre stato un uomo di poche parole, ma di grandi abbracci. E ora io lo sento, stringermi se chiudo gli occhi. Lui è dappertutto, per questo decisi di spargere le sue ceneri, affinchè potessi scorgerlo nella natura, come se ogni grammo di lui potesse trasformarsi e generare altro.
La sigaretta è quasi finita. Un’ultima boccata. Un ultimo sguardo verso quella montagna che forte come Lui mi osserva ogni giorno, dandomi la forza di questo ultimo sorriso.
“Tesoro, ma non sei grassa. Hai le ossa grosse”
Erano gli anni dell’università fuori sede e come la maggior parte della gente condividevo la casa con altre persone. Veniva spesso un amico belloccio del mio inquilino. Quel pomeriggio ero sola a casa e suonò il campanello. Era Lui. Gli dissi che il suo amico non c’era, che sarebbe tornato dopo un paio d’ore, chiese se poteva aspettarlo lì, risposi di sì, di mettersi comodo, mentre io preparavo da bere.
Il tempo di prendere due birre dal frigo e un posacenere che tornai in salotto. Lui decisamente si era messo comodo, sdraiato sul divano come una dea greca, nudo come un verme, dalla testa ai piedi. Senza nemmeno un pelo addosso, totalmente depilato. In mostra la sua erezione, fiera, sicura e orgogliosa di essere lì, insieme a noi. Ahimè iniziai a ridere disperatamente, un po’ per il panico, un po’ per l’imbarazzo, un po’ immaginandomi in piedi, con due birre in mano davanti a questo David metrosuexual. Continuava a ripetermi “dai, vieni qui”, con una voce suadente e invitante che però non riuscivo a discostare da uno speaker di una pubblicità anni ’90. Ridevo in faccia a lui e al suo turgido affare che, attenzione, non si scomponeva nemmeno di una virgola.
Adesso, lo so che è brutto da dire, ma pensai che di sicuro non avrei dato tutta me stessa, ma manco potevo mandarlo via a bocca asciutta, insomma, almeno il coraggio era da lodare. Inutile poi lamentarsi degli uomini che non prendono l’iniziativa se quando capita che lo fanno non li premi… no? Beh, si o no, io mi ci avvicinai, iniziai a baciarlo e insomma si, a fare quelle cose che piacciono agli uomini, nonostante il mio pensiero fosse ben lontano da quel divano, sicura di stare vivendo una situazione tragicomica. Ero lì che pensavo che non poteva andarmi peggio che lui se ne esce con “dai, baby, leccami il culo”.
D A I B A BY L E C C A M I I L C U L O.
Scoppiai a ridere nuovamente. Non so se per tutto il periodo, per la parola Baby o per la parola culo. Ma iniziai a ridere sincopaticamente, di quelle risa da lacrime e tosse. Cari lettori, care lettrici, lui e la sua turgida cosa non si scomposero e di nuovo disse “dai, baby, vieni qui”. Ovviamente nelle risate continuavo a dire di no, che non potevo davvero proseguire oltre, lo pregavo di rivestirsi senza riuscire a prendere fiato dalle risate.
Il mio coinquilino cambiò casa dopo un paio di settimane e quel pazzo ragazzo depilato non lo rividi mai più.