Marzo

Febbraio è bene che faccia le valigie e le faccia presto. Come un ladro ha rubato molto, in soli ventotto giorni. È riuscito a prendersi progetti, lavori, persone, la mia barba preferita, persino la mia gatta. No. No Febbraio, non mi mancherai. Non ti guarderò andare via con il coltello sporco del mio sangue, mi siederò e aspetterò il rumore della porta che sbatte, senza nemmeno un ciao.

Marzo profuma di frittelle, ha la sciarpa a righe colorata, il borsalino e si siede vicino a me, strusciando il naso sulla mia guancia. Ma io sono arrabbiata e non ho voglia di smancerie. Marzo mi mette una mano sugli occhi e quando la toglie siamo in cima ad un dirupo, con il paracadute sulle spalle. Ho paura e sono stanca di emozioni così nevrotiche.
“Stai tranquilla biondina, non devi saltare per forza, ma nel caso ti annoiassi, sai come fare.”
Guardo il panorama mozzafiato, da quassù è bellissimo. Guardo Marzo, con i suoi occhi scuri sorridere e lanciarsi cadere all’indietro, nel vuoto. Io invece rimango qua, sul ciglio, a godere il sole, a guardare l’infinito. Respiro profondamente per fare entrare tutto quel verde e quel cielo nei polmoni.
Respiro profondamente. Ancora. Ancora. Ancora. E ancora.

Principe o Principessa?

Maledetta Disney, quante volte lo abbiamo detto e ripetuto?
Siamo state bambine e come bambine abbiamo visto i cartoni della Disney. Tutte queste principesse in attesa del principe azzurro.
Maledetta Disney, siamo cresciute, ma non abbiamo smesso di sognare, di sperare, di innamorarci e di rimanere deluse perchè Lui non si comportava proprio per nulla come questo o quell’altro principe.
Nessuno che ci abbia salvate, nessuno che abbia combattuto contro alcun drago, ma anzi spesso, nemmeno il guizzo di prenotare un ristorante.
Povere noi, povere principesse deluse.
Ebbene, superati i 30 ho capito che no. Non sono una principessa, nè tantomeno esiste il mio principe. Però, c’è un però.
Potrebbe essere che abbiamo sbagliato prospettiva? Ovvero, non è tanto quanto noi ci sentiamo la principessa, ma quanto ci piaccia il principe?
Magari la donna che da bambina adorava Biancaneve è una donna che ama stare in cucina e attende un uomo che non muove un dito per lei, eccezion fatta per il ciuccione che la rianima.
O forse la bambina che agognava di essere Cenerentola (esistono bambine che adorassero pulire e lavare per le sorellastre? è una favola un pò sfigata no?) aspetta un uomo che non ha alcuna voglia di cercarla, ma anzi, manda addirittura il valletto a far provare la famigerata scarpetta.
E di Ariel? che mi dite della Sirenetta? La prima principessa crocerossina, con un principe da salvare che si fa circuire da un’altra sciacquetta.
Comunque, l’unico principe emancipato, che faccia davvero qualcosa per la propria principessa è e rimane Filippo.
L’unico tra tutti i principi a correre in mezzo ai rovi, brandendo la spada contro il drago. Un principe pronto a sposare una contadinella, anche se poi gli dice culo che è proprio la principessa.
Filippo è il principe che non ha paura dei propri sentimenti e non ha paura di affrontare i pericoli per arrivare a limonare la sua donna sopita.
Ovviamente la mia principessa preferita è Aurora, de La bella addormentata nel bosco.
E mi sono resa conto poco prima di scrivere questo pezzo, che il mio uomo ideale è proprio il principe Filippo, impavido, buffo, fuori dagli schemi, ma che sa quello che vuole e se lo prende.
Può, dunque essere, che io abbia sempre saputo quale fosse il mio uomo ideale, fin dalla tenera età, ma che non avendolo associato alla mia favola preferita sia uscita con una schiera di principi di qualcun altra?
Ovviamente ancora il mio Filippo non l’ho trovato, starà forse danzando in un bosco con la principessa sbagliata?
Nel frattempo io, me ne sto qua a sonnecchiare, prendendo di tanto in tanto qualche pesce, da ributtare dopo in mare per non rivederlo mai più.

A.A.A

Mi piace quello. Ma mi piace un sacco.
Da qui segue quasi sempre un selvaggio stalking sul profilo fb, su whatsapp, su instagram. Guarda ha fatto questo, guarda è andato li, guarda ha scritto quello. Ora gli scrivo, non mi ha risposto, controllo, ha letto, non ha letto, visualizza e non risponde: OHHH! Calmi!
Non ci rendiamo conto che ne diventiamo dipendenti, ancora prima di entrare in contatto realmente con quella persona. La comunicazione distorta a cui siamo abituati diventa una totale dipendeza, non tanto dalla persona, ma dalla comunicazione stessa. Lo trovo drammatico. L’ho fatto e quando mi sono resa conto di farlo mi sono sentita una dipendenza addosso. Poi l’ho analizzata e mi sono accorta che nemmeno mi importava di Lui ma bensì che Lui mi rispondesse. È una sottile differenza, ma credo sia fondamentale.
Oggi conosciamo le persone prima on line che di presenza. Iniziamo un rapporto con il loro modo di scrivere di pubblicare, di fare foto. E spesso questo periodo dura più del necessario. Ci creiamo un’immagine di quella persona che magari è solo apparenza, magari è realtà, magari si, magari no. Ma iniziamo a creare storie su questa persona, iniziamo a immaginare. Scusate e la realtà?
Mentre ci imparanoiamo nel “OHMIODIO NON MI SCRIVE, MA È ON LINE OPPURE NO?” e giù a cercare su ogni social, perdiamo di vista una cosa stupida e semplice: vedersi.
Ora, forse qualcuno obietterà che Lui (o Lei) è molto impegnato e non può proprio trovare il tempo, per questo ci sentiamo per sms, ma mi ha scritto ed è una cosa buona, no? NO. Ragazzi non lo è. Se una persona non trova il tempo per noi, va lasciata stare, anche perchè come potrete confermare voi stessi dallo stalking selvaggio, la persona in questione trova il tempo per fare molte altre cose. E scrivere un messaggio non è trovare del tempo. Ma abbiamo chattato tutto il pomeriggio. E perchè non vi siete visti? Perchè si continua a rimanere nell’irreale? Facile. Perchè non vogliamo metterci in gioco o sbilanciarci. Ovviamente sto parlando dei rapporti in nascita, sono una fan delle chattate dure, a patto che siano con persone con cui mi vedo anche. Usciamo a mangiare un boccone, a prendere un caffè, a ballare, a fare una passeggiata. Poi si chatta. Cambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia eccome.

Quindi, ciao, sono Sandra e sono 29 giorni che non cado nella dipendenza. Non sono sicura che non ci ricadrò. Ma per il momento ho guardato il problema e mi pare proprio che il primo passo per affrontare un problema sia proprio ammettere di avere un problema.

Immobilismo

La staticità è qualcosa che mi ha sempre provocato un certo grado di invidia. L’essere in così perfetto equilibrio con tutte le proprie parti da essere immobile, in quiete, dove niente ti può turbare. Avere la capacità di essere immutabile nonostante forze contrarie.
Sarebbe molto bello essere statici anche nella vita, sarebbe tutto più facile. Qualsiasi cosa accada io mi ritroverò nello stesso posto, con le stesse convinzioni e con gli stessi pensieri di prima, ma sarò lì, statico, fermo. Certo, non metto in dubbio che così facendo smarriremmo il senso della vita, perdendo quei bellissimi colori emozionali che proviamo quando ci relazioniamo con le persone che inevitabilmente ci cambiano, nel bene o nel male. Ma è proprio questo il punto. Il male.
Quanto dobbiamo aspettare che il male ci abbatta, ci affossi, ci spinga sempre di più verso il basso prima di ricevere un feedback? Quando dobbiamo essere statici e fermi aspettando che le forze si plachino e quando invece dobbiamo reagire, prendere coscienza di noi, muoverci e diventare dinamici??
L’emozioni che proviamo sono come i maglioni di lana che indossiamo. Se indossi un maglione che ti piace, comodo, che ti fa stare bene è giusto rimanere immobile. Quando però quel maglione inizia a diventare stretto, scomodo, pungente, beh, è meglio toglierselo senza aspettare che ci procuri un eritema. Il male serve, proprio come serve il bene, ma non deve prendere campo. Non dobbiamo tergiversare aspettando che le cose migliorino. Spogliamoci, buttiamo via i maglioni stretti, strappati, ispidi e prendiamone di nuovi. È molto difficile buttare via un maglione a cui siamo affezionati perché ci ha dato calore quando ne avevamo bisogno, ci ha protetto dalle intemperie del tempo, ci faceva sentire al sicuro.
Ma basta sedersi, prendere un lungo respiro e muoversi.
Tanto, alla fine, siamo i maglioni che indossiamo.

Il signor Fruttivendolo

Ogni giorno, da diciotto anni, faccio la stessa strada per arrivare a casa.
È necessario passare da questa strada, abbastanza nevralgica, per arrivare a casa mia, più o meno da qualsiasi direzione.
Ecco, in questi anni, ogni giorno, ho visto un fruttivendolo, con il suo camioncino. Capelli mori, non una faccia cordiale e i prezzi alti. Inoltre sta su una strada trafficata e la frutta e la verdura sapranno di smog, quindi diciamo che non mi ci sono mai fermata.
La mia casa era quella di dove vivevo con i miei, quando ero piccola e andavo alle superiori. Negli anni ho visto i capelli di quest’uomo diventare bianchi, ho visto il suo volto riempirsi di rughe. Da ragazzina, tornando da scuola lo salutavo sempre. E lui sorpreso ricambiava il saluto con la mano. Poi ho iniziato a guidare e la macchina era la mia, non quella della mamma. Non mi ha più riconosciuta. Lui conosceva la macchina che passava, non me. Chissà quante auto avrà riconosciuto; ho sempre immaginato che al mio passaggio pensasse “ecco la Toyota che torna a casa, puntuale, le 13,45” e così con ognuno di noi automobilisti. Alle sue spalle c’è il fiume, ma mai una volta l’ho visto guardarlo, sempre la strada, sempre la stessa posizione, giorno dopo giorno, con le mani conserte dietro la schiena, nonostante i capelli invecchiassero, mai una volta l’ho visto parlare con qualcuno, nonostante la pelle accartocciarsi, lui rimaneva immobile. Giorno dopo giorno per diciotto anni.
Oggi, tornando da lavoro, come ogni giorno ho guardato. Ma lui non c’era. In fila, in auto, ho pensato che magari era morto. Ma no, è solo che oggi non c’è. Magari ha la febbre. Oppure è morto. In auto, in fila, ho pensato che lui fa parte della mia quotidianità, come un figurante nella mia vita, da diciotto anni, ma non io per lui. È solo uno sconosciuto, ma quante volte ci comportiamo così con le persone che ci stanno vicine? Insomma, ho pensato a quante volte sappiamo che qualcuno o qualcosa è li, nella nostra vita, ma non ce ne rendiamo conto. Le cose che abbiamo tendiamo sempre a non vederle e a lamentarci di quello che invece ci manca, è l’animo umano, è vero.
Ma io quell’uomo l’ho visto invecchiare e se adesso fosse morto e non lo vedessi più? Quante volte ci troviamo a capire che qualcosa è importante solo dopo che lo abbiamo perso? Non voglio certo dire che per me il signor Fruttivendolo sia stato importante, no, ovvio, ma il parallelismo è presto detto.

La verità è che per un periodo mi sono sentita persa, ho dovuto ritrovare il centro di me stessa a causa di molte cose e persone che sono transitate nella mia vita. Ma io sono ricca di altrettante cose e persone che sono rimaste e che non riuscivo a vedere, in questo periodo oscuro che manco Darth Vader. E oggi, me ne sono resa conto, tutto insieme. Oggi mi sono resa conto con l’assenza di quell’uomo che a volte, quando stiamo male, riusciamo a perdere di vista quello che ci sembra scontato e dovuto, ma che in realtà è ciò che rende la vita un miracolo. Amici, lavoro, rivincite, concerti, casa, cani, gatti, sole, neve, serie tv, persone nuove, persone vecchie che poi alla fine sono tutti piccoli pezzettini di noi.

Spero che il signor Fruttivendolo stia bene. Mi spiace non poter dire a qualche suo familiare, fosse il contrario, che la sua morte è servita ad una stronza per rimettersi in piedi.
Però, signor Fruttivendolo, in ogni caso, fosse domani o tra cinquant’anni, mi dispiacerà non vederla mai più.

La nave fantasma 

Ci sono quei periodi dove non hai voglia realmente di una storia, ma allo stesso tempo non credi nei trombamici, ma uno che ti piace c’è. Immaginiamo la situazione idilliaca, che l’altro si trovi nel medesimo mood.

Ecco. Oltre a rivoltarsi nelle lenzuola (e dove più vi ispira) come ricci, cos’altro si può fare? Riflettevo sulle categorie di cose che rendono una frequentazione più virata alla relazione invece che alla semplice conoscenza.

Insomma, la cena è evidentemente una cosa impegnativa, una cosa che ci va un po’ stretta, che un pochino mette il cappio al collo. Si va a cena insieme quando due hanno mire coppiesche, non di conoscenza mera e semplice. Dividere un pasto è una roba intima. Intima ma condivisa con gli altri. Perché sei allo scoperto. Diversamente potrebbe essere dormire insieme. Sicuramente la cosa più intima mai inventata, ma se la relazione sessuale va avanti  reiteratamente potrebbe essere una prolunga per poi rifare sesso nuovamente. Io sono una fautrice del dopo ognuno a casa sua, ho chiuso inizi di frequentazioni a causa di uomini già pronti con lo spazzolino la prima sera. Ma diciamo che se due prendono una buona intimità, perché no?

Assolutamente niente smancerie in pubblico, questo va diretto sotto la categoria “relazione”. Ci si dovesse incontrare casualmente nei soliti posti, saluti, baci, tre chiacchiere. Poi ognuno alla sua serata. Questo tra l’altro gonfia a dismisura la libido perché a fine serata niente vi vieta di trovarvi da qualche parte e scopare come conigli, dopo esservi mandati segnali in incognito, dipende sempre dal grado di complicità tra le parti.

Mostre ed eventi culturali: dipende. Dipende da quanta gente conoscete che frequenta musei. Se si ha poca possibilità di incontrare persone allora perché no?  Il cinema lo immagino già più impegnativo.

Ed eccoci all’essenza della questione: la frequentazione virata al semplice stare bene, senza secondi fini, solo per allegria e senza pensieri deve necessariamente essere tenuta all’oscuro. Deve essere assolutamente protetta da sguardi esterni, social e chiacchiericci. Questo passaggio è F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E. Due individui che non hanno voglia di finalità coppiesche non vogliono domande. Nè fatte per sé, né tanto meno fatte dagli altri. Riuscire a mantenere proprio quell’angolo di spensieratezza umana risulta la carta vincente per far sì che la cosa vada avanti. Inevitabilmente questo sotterfugio bianco aumenterà il desiderio rendendo tutto un gioco divertente, allegro e leggero. Giocare è così sottovalutato in questi ultimi anni, è tutto sempre così serio e grave. Ma giocare con la libido è gioia pura. Credetemi. Come lasciarsi andare a un sano, intenso, violento orgasmo mentre stai scriv

La prima volta

Adoro le prime volte. Le prime volte sono esplosioni di gioia. Le prime  volte sono quelle esperienze che fai una sola volta nella vita e naturalmente la persona con cui le condividi o il momento in cui le fai rimarrano indelebili per sempre. POTENTE.

Un’altra specialità delle prime volte è che crescendo diventano rare.

La prima volta per antonomasia ovviamente è quella sessuale. Ma non penso sia per una questione etica. Penso piuttosto che sia perchè hai (o almeno dovresti avere) un’età in cui sei cosciente di quello che fai. Insomma, è decisamente più importante la prima volta che hai camminato o che hai parlato, ma non te lo ricordi, eppure per i tuoi genitori sarà un momento indelebile. Invece la prima volta che fai l’amore con qualcuno lo decidi. Lo scegli. È la prima volta che decidi di donare qualcosa di te a qualcuno. E sarà solo e per sempre di quel qualcuno.

Sono importante anche, ad esempio, il primo giorno di scuola o di lavoro. Ma io preferisco di gran lunga le prime volte “emotive”. Perchè quest’ultime diventano sempre più rare crescendo.

Mi piace vivere prime volte, ma io, preferisco essere la prima volta di qualcuno. Mi fa sentire speciale. Mi piace diventare parte della storia di un essere umano. È una sorta di egocentrismo, o forse più probabilmente, una scappatella per sopperire al senso di abbandono. Se sarò la prima volta per qualcuno non mi dimenticherà mai. Però è così, io porto con me tutte le persone con cui ho avuto prime volte e anche se molte non so che fine abbiano fatto, mi piace pensare di essere nel cassetto dei ricordi legata alle prime volte che ho regalato.

Poi ci sono le prime volte personali, quelle che non saranno mai di nessuno, ma solo tue. La prima volta che hai visto un quadro di cui ti innamori, la prima volta che hai fatto l’amore con te stessa, la prima volta che ti è battuto il cuore per qualcuno, la prima volta che hai superato un ostacolo e sei stata fiera di te.

Le prime volte sono belle. E più diventano rare più diventano importanti. Perchè quando sarai adulto chi riuscirà a regalarti una prima volta, automaticamente meriterà attenzione.

E allora, adesso, giochiamo, facciamoci questa domanda: quand’è l’ultima volta che hai fatto o provato qualcosa per la prima volta?

C’ eravamo tanto sbagliati

Venivo fuori da un periodo di quelli che la vita un po’ ti piega. Era da diverso tempo che non avevo voglia di frequentare nessun omaccione. E ovviamente, per la legge che in amor vince chi fugge, ero piena di pretendenti.

Ma io non ne volevo sapere. Io uscivo con il mio migliore amico, ridevo, mi sbronzavo e pogavo.

Una sera provammo un locale nuovo. Non feci in tempo a fare tre passi lì dentro che vidi il barman.

BADABAM! Fu incredibile. Improvvisamente il cuore ricominciò a battere, dopo un anno e mezzo di torpore. Sentii nuovamente il calore del sangue sul viso, nel petto, tutto addosso. Sentii l’anima vibrare e cinque o sei farfalle volare nello stomaco. Fu incredibile.

Da sotto il suo cesto di capelli mori, il barman barbuto mi offrì uno shottino, senza nemmeno chiedermi se lo volevo. Era la cosa più schifosa che avessi mai tracannato, che per sentirla schifosa nello stato emotivo in cui ero vuol dire che doveva essere proprio distillato di schifo. Gli sorrisi. Lui spostò a malapena l’angolo della bocca e alzò il sopracciglio in modo accattivante. Vabbè era evidente che fossi di fronte al mio primo colpo di fulmine. I sintomi erano quelli, ne ero sicura, ne avevo sentito parlare spesso dalle amiche, ero convinta di esserne immune e invece eccomi lì cotta come un fegatino.

Il locale si riempì, ma lui trovò la scusa per uscire dal bancone, venirmi incontro e presentarsi. Tornata a casa lo cercai immediatamente su fb.

Chattammo. Mi chiese di uscire. Il nostro primo appuntamento fu da un paninaro. Un baracchino. Lo adorai. Il secondo invece da un kebabbaro. Disse che aveva questa sensazione che non importava dove fossimo, ma bastava esserci insieme. Mi abbracciava. Mi abbracciava tantissimo, disse che i baci sono scontati ormai, ma gli abbracci, quelli sono intimi, nessuno si abbraccia in pubblico.

Persi letteralmente la testa per Lui. Iniziammo a frequentarci, iniziamo a fare l’amore, iniziammo a stare insieme. Iniziammo a convivere.

Furono due anni bellissimi, di viaggi, risate, concerti, musei. Imparai da lui moltissimo. Mi insegnó la calma, la pace, la musica indie, mi insegnó a dormire dopo anni di insonnia. Gli insegnai la riflessione, le emozioni, ad essere se stesso, i film. Lui diceva sempre che io ero l’unica a saperlo guardare.

Siamo stati davvero felici insieme, pieni di interessi, di diversitá che trovavano spesso il punto comune. Entrambi stavamo davvero bene insieme. Ma. Ma ad entrambi mancava qualcosa, senza che nessuno dei due riuscisse a focalizzare cosa. Provammo a parlarne, come sempre riuscivamo a fare. Tranne per quel qualcosa che peró doveva fare la differenza. Eravamo diventati comodi l’uno per l’altra. Eravamo diventati una safety room da quello che ci spaventava fuori da casa e questo non ci permetteva di evolvere e crescere. Incredibilmente ci stavamo vicendevolmente castrando. Avevamo sbagliato da qualche parte, non abbiamo mai capito dove. Ma mai con cattiveria.

C’eravamo tanto sbagliati” come dice Lo Stato Sociale e decidemmo quindi di non vedersi mai più.

A distanza di tempo ancora non ricordo giorno in cui mi sia annoiata con lui. E ancora oggi gli sono grata  ogni volta che mi addormento.

Inquietudine

Avete presente quei periodi in cui se potessimo ci staccheremmo la pelle di dosso? In cui tutto ci infastidisce un po’. Quei periodi in cui tutto è il contrario di tutto e sentiamo costantemente il fastidio di ognisacrosantacosa ci tocchi? In cui tu ti senti pure bene, forte, ma intorno vedi solo macerie e cose da rimettere in ordine. Quei periodi in cui noi stessi siamo irritanti, periodi in cui si sbuffa, ci si rigira nel letto ci si appiccicano le cose addosso e noi proviamo a staccarcele con rabbia e foga. Bene: allora avete presente l’INQUIETUDINE.

inquietùdine s. f. [dal lat. tardo inquietudodĭnis, der. di inquietus «inquieto»]. – L’essere inquieto; stato d’animo turbato, senso di apprensione, di ansia provocato soprattutto da incertezza, timore, preoccupazione: sentirsi oppresso da profonda i.; provocare i., essere causa d’i.; non potrò liberarmi da questa i. finché non avrò sue notizie; è una situazione che desta inquietudine (anche al plur.: gravi inquietudini). Meno com., irrequietezza psichica, come stato abituale d’insoddisfazione, di intimo travaglio.

Sembrerò pazza, ma io credo sia un sentimento estremamente positivo.

L’inquietudine è quel campanello che ci fa capire che non siamo sulla strada giusta. Che ci dice che non stiamo bene, che però ancora ammonisce, prima di trasformarci in qualcosa che non ci piace e perderci completamente nel buio.

L’inquietudine ci è amica, per quanto ci rompa i coglioni. Ci spinge a metterci davanti ad uno specchio. Ci spinge ad alzarci sul divano e fare cose. Ma in fin dei conti, se uno si ferma un secondo, diventa lampante che non è ciò che vogliamo quello che l’inquietudine ci sta costringendo a fare, come una marionetta che ci tiene i fili delle giornate.

Ed è quello l’istante in cui ci mettiamo davanti allo specchio. E vediamo noi stessi. Bruttini diciamolo. Malconci almeno. Il primo istinto è girare la faccia e continuare a fare ciò che stavamo facendo. E vabè, a quel punto sei diventato uno dei tanti. L’inquietudine si trasforma in malessere e mai, mai riusciremo a trovare la pace. Nulla ci soddisferá più, nulla ci toccherá più. Saremo tutti uguali in un mondo tutto uguale. Game over.

Ma se invece, dopo aver girato la faccia troviamo il coraggio di guardarci, piano piano e senza fretta allora saremo di nuovo padroni di noi stessi. Saremo noi a dettare legge su quello che ci deve fare male e quello che non deve. Se avremo il coraggio di affrontarci, pulirci, pettinarci, sistemarci e improfumarci raggiungeremo realtá a noi sconosciute, dove un sorriso ci cambia la giornata, dove ascoltare qualcuno che si fida di te ti fa stare bene. Scoprire il significato pieno della vita. E il nostro piccolo mondo sará un mondo di qualità.