Feel the Fake (Fil de feik)

In quel periodo davamo spesso feste, io e il mio coinquilino. Ci divertivamo parecchio, la casa era sempre piena di persone. Ed una sera di Ottobre, suonò alla porta lui, l’amico di un amico che “però è fidanzato”, così venni istruita. Era decisamente bello, ma ho sempre avuto la regola che i fidanzati sono asessuati. Più che una questione morale, una questione di sopravvivenza personale. Ci presentammo, mi afferrò la mano e la strinse, vigorosamente, guardandomi negli occhi. Alto, barba incolta, camicia grunge anni 90, ma dotato di elegante charme.  Un mix tra il sogno erotico del boscaiolo e il principe Filippo della Bella addormentata. Non ci parlammo granchè nella prima parte della serata, fino a quando non acchiappai tra un discorso e l’altro “si, sono single da poco”. ATTENZIONE gente. Era single. Comunque non avrei fatto nulla. Decisi di starmene buona buona e di godermi la serata. Andai in balcone, per fumare una sigaretta, la accesi e poco dopo uscì anche lui, per il medesimo motivo. Sorrisi e attaccai discorso. Mi zittì e lo fece con un bacio all’improvviso “dovremmo rivederci.” Gli diedi ragione.

Il giorno dopo buttai fuori di casa il coinquilino e lui venne da me a cena. Cena: ovvero quel tempo inutile che ci separava dal coito.

Seguirono dieci giorni di lontanza a causa di un mio viaggio di lavoro. Dieci giorni tempestati di sms pieni di desiderio, di complimenti. Un corteggiamento epistolare con i controcazzi.

Il mio ritorno non fu da meno: corse da me la sera stessa, mi ebbe in un letto colorato, guardai in faccia la petit mort tutte e tre le volte. Non chiese di rimanere a dormire e apprezzai immensamente questa virile scelta, per niente scontata. Avevo trovato forse un uomo al mio pari sicuro di sè a tal punto da tenermi tanto basta sulle spine,ma che al tempo stesso sapesse corteggiarmi e nientedimeno farmi godere immensamente?

Ero certa che finalmente quest’UOMO avrebbe saputo inserire la velocità da crociera, pilota automatico e godersi questi attimi di piacere, serenamente.

E invece no. Decise di continuare ad accelerare, facendo salire così tanto i giri che il motore fuse. I fatti furono i seguenti: nel giro di una settimana si mostrò ossessionato dal mio non essere una persona gelosa, decisamente troppo logica, al contrario di lui in paranoia per ogni nome maschile che pronunciassi.

L’inizio della fine avvenne il terzo martedì di frequentazione, per una cena con degli amici, specificai gay. Lui fece l’errore di chiedermi “ma visto che ieri non ci siamo visti, dopo la cena vengo da te a dormire?”. Non fece in tempo a finire la frase che vidi la stanza diventare buia con luci rosse lampeggianti e un forte allarme risuonò ovunque. PANICO PANICO WARNING WARNING. Risposi tentando di mantenere la calma, che no, non era il caso. Ebbene, lui riuscì a peggiorare la sua situazione dicendo “lo capisco.. ma non è che ti vedi con un altro?”. Sentii quella frase come se fosse rallentata, come se vedessi tutto quello charme cadere nella tazza del water e come se per errore avessi premuto lo sciacquone. “NOOOOOOOOOO RIDATEMELOOOOO”. Gestii la situazione riattacando il telefono, facendo finta di nulla ed andando a cena. Era evidente che qualcosa si era rotto, provai a spiegargli la cosa e andò di male in peggio. Cominciò a fare lo splendido, quello che “no, dai, anche tu qui, ma guarda che caso”, quello “guarda come mi diverto anche se tu mi hai detto che stasera non ci sei”, quello che tempesta di messaggi, di chiamate e, sì, anche di rose lasciate sull’auto. Ora, ogni donna lo sa, più un uomo tenta di fare l’accondiscendente, più l’ormone scende. È  una legge matematica. In fase di conquista, se ti fai vedere debole è finita. Non lo dico io. Lo dice la Scienza. Tentava, più tentava, più annaspava. La panna montata era smontata… hai voglia a risbatterla. E tentò anche lui, ma non rimontai.

Decisi di interrompere questa agonia nei primi giorni di Dicembre. Era bellissimo, quando lasciò casa mia, avvolto nel suo cappotto nero, si voltò, per un ultimo sguardo, mi regalò un ultimo splendido sorriso, di quelli che ci muori sopra. Ma io ormai ero lontana anni luce.

Lo guardai scendere le scale, mentre con lui scendeva tutta la mia volontà di impegnarmi con qualcuno, che fosse all’altezza. Pensai, mentre scendeva la rampa, che lui, come nessun altro si fosse dimostrato un fake.

Fake è un termine inglese, che sta a significare falso, contraffatto, alterato.[1]

Chiusi il portone e non lo rividi mai più.

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