Maggio 2.0

Con l’ombrello giallo corre verso di me Maggio, mentre Aprile va via lanciandomi un bacio da lontano.

Piove forte e io non ho come coprirmi.

Maggio mi raggiunge, mi cinge le spalle con il suo braccio e io mi sento al sicuro. Mi sorride, mi accarezza la testa, proprio come piace a me.

Sento il suo calore entrarmi nelle ossa, lo guardo dritto negli occhi e annuisco.

Sono pronta.

E iniziamo a correre, coperti dal suo ombrello. Il suo ombrello giallo.

Blu

Abbracciata dal buio, stretta nel piumone, sfoglio con le dita i miei pensieri.

Distratta dal tuo sonno, dal respiro profondo di chi sogna, discorro la giornata in ogni sua forma. Conosco questi sintomi, voli pindarici di pensieri. Spio il sonno dei cani, questa volta.

Sintomi di lieve ansia forse insonnia che fa capolino dall’oscurità e che cerco di respingere giù.

Il buio mi accarezza e io tocco ancora con le dita ogni singolo pensiero.

Canticchio silenziosamente una canzone. Pioggia battente. Chiudo questa giornata. Bastasse chiudere gli occhi. Presto o tardi sará domani.

Dicembre 2.0

Novembre è partito, ha messo in fila le carte per il suo collega Dicembre, che non tarda a battermi la mano sulla spalla. Dicembre è stato sempre “quello del Natale”. Quello del Grinch, quello di Scrooge.

Quest’anno Dicembre sorride. Quest’anno Dicembre, non spaventa, non angoscia, non ha più quel potere di farmi sentire sola. Ho costruito. Ho costruito cose buone e ho distrutto. Ho distrutto senza pietà ció che andava inesorabilmente distrutto. Mi sono circondata di bene. Ho scelto per me il meglio. Ho escluso ció che era tossico. Mi sono riedificata. Il benessere, è vero, non è altro che la volontà stessa di voler star bene, partendo da se stessi, destrutturandosi con dolore e fatica.

E l’albero di Natale, improvvisamente, non è più un nemico.

Eccomi a casa

Non si può piacere a tutti. Io ho avuto la sfortuna di non piacere alla maggior parte della mia famiglia. Ci sono voluti molti anni per superare questa cosa. Quando non piaci a qualcuno a cui dovresti piacere di default ti senti sempre l’esclusa e l’abbandonata. E giù complessi che non ti permettono di vivere serenamente. Fortunatamente però, io una famiglia me la sono costruita nel tempo, un branco sgangherato, che mi ha fatta sentire protetta, che mi sostiene ogni giorno e che mi sceglie ogni giorno. Fortunatamente (e lo dico oggi, con leggerezza) le persone tossiche, quelle che ti fanno sentire sbagliata, quelle che ti fanno sentire sempre giudicata e mai libera di esprimere te stessa, perché te stessa non gli piace proprio, se ne sono andate da sole. Come una magia, dove all’inizio rimani perplessa, dove ti senti spaesata, ma poi, giorno dopo giorno, ti rendi conto che erano come un veleno che ti entrava nelle vene, con la loro rabbia, la loro perfidia, il loro opportunismo costante e incontrollato.

Successivamente la loro sparizione graduale io sono migliorata. Questo mi ha portata a riflettere su una cosa importante. L’ambiente. Il nostro ambiente. Quello che viviamo tutti i giorni. Per essere sereni (sereni, non felici, perché è la serenità quella che va conquistata ogni giorno) è necessario partire dalla pulizia del proprio ambiente. Finchè non si avrà il coraggio di rendersi conto che alcune persone sono tossiche, non si riuscirà mai a vivere serenamente, poiché il loro male invaderà e toccherà ciò che tentiamo di costruire.

Pulire il proprio ambiente è fondamentale, riuscire a distaccarsi da chi ci fa male, schermare chi ci fa sentire inadeguati. Questa, a mio parere, è la base per poter mettere fondamenta solide per la nostra esistenza, per la nostra serenità, per quei picchi di felicità che ci meritiamo.

Ho messo i primi mattoncini. Sarò una casa bellissima. Sarò la casa che voglio essere.

Settembre 2.0

Agosto pieno di mare, di grotte, di mostri malvagi e di eroi buoni chiude i battenti, lasciandomi tra le braccia di Settembre, dolce come i fichi e fresco come l’autunno.

Settembre mi carica di lavoro, di cose da fare, ma sa compensare con regali inaspettati e abbracci sicuri. Settembre, con la sua camicia rossa e blu mi sorride, mentre riempie la mia casa di persone nuove e belle, di calore, di persone collaudate e di serenità. Mentre io non me ne accorgo, come un carpentiere, butta le basi per il nuovo autunno.

Così mi affaccio alla finestra aspettando che la montagna diventi rossa e gialla, il gatto mi passa sotto il mento sul davanzale, l’aria è fresca.

Com’è buono il profumo dell’autunno.

Agosto 2.0

Luglio si congeda con un sorriso di tenerezza, un abbraccio che viene da lontano. Luglio è stato molto buono con me, mi ha protetta, mi ha addolcita e mi ha rasserenata. Adesso lascia spazio ad Agosto, che un po' mi spaventa, che un po' mi preoccupa, anche se continuo a ripetermi che andrà tutto bene, anche se non posso proprio saperlo. Agosto, con il suo cappello di paglia, é allegro, vacanziero, pronto con la maschera da snorkeling. Sono diversi anni che Agosto non è più quello di quando ero ragazzina. Gli sorrido, nonostante ancora io non sappia se potermi fidare. Lo faró lentamente, giorno dopo giorno, con un po'di attenzione in più. Intanto, comunque, al mare ci vado, mi butteró e nuoteró. Alla fine si vedrà.

Luglio

Giugno mi ha portata al luna park. Sulle montagne russe mi ha fatto fare diversi giri, tanto da sentire i vuoti d’aria e la paura delle discese per poi risalire con l’ansia della nuova caduta verso il basso. Giugno è stato emozionante, che dire, mi ha congedata con un pensiero di speranza, di serenitá. Di possibilità. È con questo lascito che Luglio entra in casa, con una serenità riscoperta, dove io ho ritrovato il mio centro assoluto, dove ho risentito le mie radici piantate nel terreno. Luglio mi abbraccia mi sorride e mi guarda negli occhi con sincerità. E io voglio godermelo, oggi. Domani si vedrà.

Alla pugna!

Viviamo in un’ epoca strana. Viviamo in un’ epoca dove la paura è padrona. In ogni campo. Abbiamo paura di non arrivare a fine mese, abbiamo paura del terrorismo, abbiamo paura delle persone diverse da noi, abbiamo paura di rimanere soli, abbiamo paura di stare con qualcuno.

La paura ci paralizza. Questa paralisi, spesso ci fa perdere un sacco di opportunità. Abbiamo paura di essere felici, di stare bene perchè in passato non lo siamo stati, abbiamo sofferto, siamo caduti e rialzarci è stato doloroso. Ma come si fa a non avere coraggio davanti alle cose belle? Può essere davvero che la paura di fallire ci condizioni a tal punto da non rischiare più? Il passato e le cose che ci sono successe possono davvero rischiare di compromettere il futuro? Non sono convinta di voler stare a guardare la mia vita come se fosse un film, senza viverla davvero, senza sentire il freddo e il calore sulla pelle. È doloroso? Si, certo che lo è, mettersi in gioco lo è sempre, ma se una determinata cosa dovesse essere bella, piuttosto che tragica, non perderei molto di più che non viverla? Le armature pesano, ci affaticano e ci rallentano. Le campane di vetro sotto cui ci mettiamo si rompono, si sgretolano, perchè che lo vogliamo o no, la vita ci inonda e quando l’onda è più alta, non ci sfiora solamente, ma ci porta via, che ci piaccia o no. Con o senza protezioni. Forse sarebbe più utile pensare ad un salvagente, piuttosto che a delle zavorre, ad un giubbottino che ci sappia tenere a galla, ma nel mare, riuscire a nuotarci. Perchè poi, quando siamo lì, a fare il morto a galla, con il sole che ci accarezza l’anima, cavolo se si sta bene. E vale la pena, per paura di affogare, non provare questa sensazione? No.

Sbagliamo protezioni. Preferiamo evitare una cena, che magari ci avrebbe portato delle risate; un viaggio, che ci avrebbe arricchiti; una conoscenza lontana da noi, che ci avrebbe fatto conoscere una cultura diversa; una storia d’amore che per chissà quanto tempo ci avrebbe fatto sentire i re del mondo.

Preferiamo le armature pesanti ai braccioli.

E allora, io sono le mie scelte. Io sono padrona di me stessa. Non la paura, ma io.

Io voglio nuotare, voglio rischiare di essere felice, piuttosto che rischiare di essere paralizzata e apatica. Voglio rischiare di stare bene, anche se questo mi potrebbe procurare dei lividi, anzi, anche se questo mi provocherà sicuramente dei lividi. Ma almeno ci avrò provato. Almeno, guardandomi allo specchio vedrò me stessa e non il mio fantasma.

Io voglio avere coraggio. Perchè un cavaliere non è fatto di armatura, bensì del suo cuore impavido.

Alla pugna!

Maggio

Aprile ha preso le sue carabattole e, indossato il suo impermeabile, scende le scale. Aprile non è stato despota quest’anno, ha deciso di rendermi qualcosa, che i suoi precedenti hanno tolto. Aprile ha rivelato, ha abbracciato e ha ballato. Ma non ho il tempo di pensarci troppo che arriva Maggio, con la sua giacca di pelle, la sigaretta arrotolata in bocca. Non ho molte aspettative su quello che dovrà venire, mi rendo conto che sono talmente estenuata da aver perso ogni volontà di immaginarlo, il futuro. E mentre mi accorgo di questo, realizzo di sentirmi libera. Libera dalla aspettative. Quello che verrà andrà bene, perchè OGGI, va bene.

Maggio è lì, ancora in piedi, che mi guarda persa tra i miei pensieri che ronzano. “Ehi, ho fame, mangiamo cinese?”

Sorrido, prendo la borsa, apro la porta. Andiamo.

Equivoci fotovoltaici

Lui era matto. Matto di quelli belli. Quel tipo di matto che si lascia guidare, perchè lo sa che è matto. Un matto di quelli che attraggono e che lo sanno, ma per cui non è sempre stato così e se lo ricordano. Faceva l’artista, non specificherò che tipo di artista fosse, non ha importanza. Lui era un Artista a tutto tondo. Ed era fico. Occhi enormi verde acqua, capelli mossi scuri, labbra del dio dei baci.

Eravamo conoscenti social da un bel po’, in seguito ad un evento che lo vide protagonista, mi aggiunse su fb. Poi instagram. Qualche like, nulla di più. Quasi un anno dopo lo sognai. Sì, sognai un perfetto sconosciuto. Fu talmente strano che mi venne naturale dirglielo. Iniziammo una chat estremamente brillante, che non si fermò nemmeno quando lui disse “vado ad un concerto con IL MIO FIDANZATO”.  Pensai che fosse molto bella la naturalezza del suo essere innamorato di un uomo. La chat si stoppò per un periodo, un periodo per me faticoso, altrettanto per lui, tanto da non sentirci. Poi una domenica brillò il telefono. Il simpatico Artista mi bussava dallo schermo. Gli raccontai dei miei pretendenti, che mi inseguivano in quel periodo e che annoiata rifuggivo, gli chiesi di vedersi quel martedì, lo avrei raggiunto dopo la palestra, mi piaceva, volevo assolutamente conoscerlo fuori dal social, nella realtà.

Quel martedì però iniziarono ad accavallarsi problemi lavorativi. Persone. Cose. Dovetti contattarlo per rimandare. Immantinente chiese allora di vedersi il giorno dopo. Ricordo distintamente che mi chiesi se questo fidanzato abitasse fuori zona, vista la disponibilità ad incontrarmi. Per caso domandai: “ma l’ho sognato o hai detto di essere fidanzato?

“Io sono single da due anni.”

Ripercorsi la nostra chat a ritroso. Gli avevo detto di tutto. Lui intendeva “il suo fidanzato” come il suo migliore amico, forte di una sua eterosessualità che, per chi non ci aveva mai parlato, era praticamente impossibile da scorgere. Gli avevo detto veramente di tutto, risposi anche alle sue domande più maliziose con estrema naturalezza e ora mi ritrovavo con un appuntamento che non volevo. Vibra il telefono. Un video. Lui, che mi fa vedere se stesso e le colline dove sta correndo. Un calore mi salì dallo stomaco fino alla radice del capello, sgranai gli occhi. PER NIENTE MALE QUA IL RAGAZZO. Bello come il sole, sorridente, scazzato. E MATTO. E io stavo per presentarmi all’appuntamento in tuta dopo la palestra. Tanto era gay. La fortuna era dalla mia, per una volta.

Ci vedemmo, parlammo, mangiammo, parlammo. Mi baciò, bene. Mi baciò bene fino a mattina. Ci salutammo, ma ci rivedemmo svariate volte. Il sesso era una gioia, sempre diverso, sempre vario, sempre allegro. Ero attratta da lui per questo suo essere qualcosa che lasciava appena intravedere, per quello che la fragilità di uno sguardo o la sincerità di una carezza urlano nonostante ciò che si dà a vedere. Ero curiosa di quello che c’era da scoprire. E lui lo era di me. Ci tuffammo, giocammo sott’acqua ma pure sopra. Adoravo spostargli i capelli dagli occhi e scoprirli così pieni di munificienza. Adorava accarezzarmi le gambe e fare disegni con le dita sulla mia pelle.

Come tutte le volte non lo rividi mai più, perchè le vita è questa, perchè è tutto in ciclo, perchè va bene così.

Un giorno aprimmo gli occhi e ci svegliammo da quel sogno.

Suona la sveglia. Apro gli occhi. Ma pensa tu chi sono andata a sognare. Quasi quasi glielo scrivo.