Agosto 2.0

Luglio si congeda con un sorriso di tenerezza, un abbraccio che viene da lontano. Luglio è stato molto buono con me, mi ha protetta, mi ha addolcita e mi ha rasserenata. Adesso lascia spazio ad Agosto, che un po' mi spaventa, che un po' mi preoccupa, anche se continuo a ripetermi che andrà tutto bene, anche se non posso proprio saperlo. Agosto, con il suo cappello di paglia, é allegro, vacanziero, pronto con la maschera da snorkeling. Sono diversi anni che Agosto non è più quello di quando ero ragazzina. Gli sorrido, nonostante ancora io non sappia se potermi fidare. Lo faró lentamente, giorno dopo giorno, con un po'di attenzione in più. Intanto, comunque, al mare ci vado, mi butteró e nuoteró. Alla fine si vedrà.

Luglio

Giugno mi ha portata al luna park. Sulle montagne russe mi ha fatto fare diversi giri, tanto da sentire i vuoti d’aria e la paura delle discese per poi risalire con l’ansia della nuova caduta verso il basso. Giugno è stato emozionante, che dire, mi ha congedata con un pensiero di speranza, di serenitá. Di possibilità. È con questo lascito che Luglio entra in casa, con una serenità riscoperta, dove io ho ritrovato il mio centro assoluto, dove ho risentito le mie radici piantate nel terreno. Luglio mi abbraccia mi sorride e mi guarda negli occhi con sincerità. E io voglio godermelo, oggi. Domani si vedrà.

Dicembre

Come ogni anno, Novembre non ha nascosto la sua arroganza, di chi toglie senza dare mai nulla, di chi distrugge quello che gli altri costruiscono. Novembre e io ci stiamo proprio antipatici, è evidente.

Ma eccolo lì, sulla soglia di casa Dicembre, accompagnato da un vento gelido che fischia e secca la pelle. Se ne sta lì con il maglione rosso, una palla di neve in mano, le lucine tutte addosso, come fosse un albero di Natale. Decido di salutarlo con gentilezza. Ride, carica il braccio e mi colpisce in faccia con la sua stupida palla di neve. Entra ridendo, mentre io immobile alzo gli occhi al cielo.  Sarà un mese lungo, ma io porterò tanta pazienza e non cederò alle sue sciocche provocazioni. Sarà un bel Natale. Sarà un bel Dicembre.

La prima volta

Adoro le prime volte. Le prime volte sono esplosioni di gioia. Le prime  volte sono quelle esperienze che fai una sola volta nella vita e naturalmente la persona con cui le condividi o il momento in cui le fai rimarrano indelebili per sempre. POTENTE.

Un’altra specialità delle prime volte è che crescendo diventano rare.

La prima volta per antonomasia ovviamente è quella sessuale. Ma non penso sia per una questione etica. Penso piuttosto che sia perchè hai (o almeno dovresti avere) un’età in cui sei cosciente di quello che fai. Insomma, è decisamente più importante la prima volta che hai camminato o che hai parlato, ma non te lo ricordi, eppure per i tuoi genitori sarà un momento indelebile. Invece la prima volta che fai l’amore con qualcuno lo decidi. Lo scegli. È la prima volta che decidi di donare qualcosa di te a qualcuno. E sarà solo e per sempre di quel qualcuno.

Sono importante anche, ad esempio, il primo giorno di scuola o di lavoro. Ma io preferisco di gran lunga le prime volte “emotive”. Perchè quest’ultime diventano sempre più rare crescendo.

Mi piace vivere prime volte, ma io, preferisco essere la prima volta di qualcuno. Mi fa sentire speciale. Mi piace diventare parte della storia di un essere umano. È una sorta di egocentrismo, o forse più probabilmente, una scappatella per sopperire al senso di abbandono. Se sarò la prima volta per qualcuno non mi dimenticherà mai. Però è così, io porto con me tutte le persone con cui ho avuto prime volte e anche se molte non so che fine abbiano fatto, mi piace pensare di essere nel cassetto dei ricordi legata alle prime volte che ho regalato.

Poi ci sono le prime volte personali, quelle che non saranno mai di nessuno, ma solo tue. La prima volta che hai visto un quadro di cui ti innamori, la prima volta che hai fatto l’amore con te stessa, la prima volta che ti è battuto il cuore per qualcuno, la prima volta che hai superato un ostacolo e sei stata fiera di te.

Le prime volte sono belle. E più diventano rare più diventano importanti. Perchè quando sarai adulto chi riuscirà a regalarti una prima volta, automaticamente meriterà attenzione.

E allora, adesso, giochiamo, facciamoci questa domanda: quand’è l’ultima volta che hai fatto o provato qualcosa per la prima volta?

Che tragedia!

Mi trovavo fuori città per un viaggio culturale, decisi di andare a vedere le tragedie greche a Siracusa. Organizzai il mio viaggio con un amico, prenotai i biglietti molto prima. Arrivammo accolti dal sole siciliano, dal blu cobalto e dall’odore di sole e mare. Una capatina al mare e la sera il teatro ci accolse, come un ospite perfetto, proprio alla maniera dei greci. Trovammo i nostri ottimi posti, ci sedemmo. Due chiacchiere e quasi a ridosso dell’inizio dello spettacolo i due posti accanto a me erano vuoti. Eccoli arrivare i due ritarda… “Ah peró” Pensai. Lui era bellissimo, alto, spalle larghe, occhi verdi, capelli rasati, mani enormi. Alla faccia del siciliano. Lei al suo seguito era carina, ma non bella, tanto era fatta a bambolina. Riccioloni sulle spalle occhialoni grande e vestitino a ruota rosa. Appena seduto Lui si giró verso di me sorridendomi, poi una gag con un vecchietto che poco ci manca mi casca addosso, poi a metà spettacolo lui si commosse, si giró e mi guardó cercando tenerezza.

La tua fidanzata è di là tesoro. O forse è tua sorella? Si, magari è la sorella. Del resto anche io sono qui con il mio amico. Non può essere anche lei un’amica? No è la sorella. Sicuro.

Nel dubbio rimasi nel mio angolo di mondo, nel mio piccolo posto G88, stando bene attenta a non toccare il suo ginocchio. Finita la tragedia mi salutó e io e il mio amico andammo in centro, per una passeggiata. Chi ti incontro a metà del lungomare?! Lui che mi sorride. Ricambio, ci incrociamo e fine della storia.

Dopo un’oretta decidemmo di andarci a bere una birra in un locale. Seduto al tavolo accanto Lui, che per tutta la sera mai mi levó gli occhi di dosso. Sguardi incrociati, sorrisi accennati, poi lui andó. Chiese alle persone con lui di aspettarlo un attimo, andó in bagno e tornó furtivo vicino al mio tavolo, dove di nascosto lasció un fazzoletto con su scritto il suo numero e un “se vuoi domani mattina chiamami”.

Ovviamente lo chiamai. Non prima di aver fantasticato su questo incontro ricco di karma e destino e perchè no, pure una mano divina.

“Il numero da lei chiamato è inesistente”

No aspè lo rifaccio.

“Il numero da lei chiamato è inesistente”

No, ma davvero? Spè di nuovo.

“Il numero da lei chiamato é inesistente”

Non lo rividi mai più. Mannaggia a lui.

Le conseguenze dell’umore

Non ci vado. Oppure si. Che faccio ci vado? “Se ci vai, ci finisci a letto”. Eh, allora non ci vado. Oppure si? Secondo te? “Se ci vai, ci vai a letto” okokokok. E quindi? Era il migliore di tutti a letto, perchè non ci posso andare? Le conseguenze. okokok.

No alle conseguenze. #stopconseguenze.

Allora non ci vado. E invece ci vado. Le cose vanno affrontate. E poi è così bello, me lo guardo un po’. Poi smetto per sempre.

Mi invitò a cena a casa sua, stava cucinando per me, aveva comprato le cose che mi piacevano, se ne era ricordato. Dalla mia visuale le sue spalle attiravano tutta la mia attenzione, nonostante cercassi di fare discorsi su questo e quello che mi era successo nel lasso di tempo in cui non ci siamo visti. Quelle spalle. Praticamente quadrate, a cui mi aggrappavo saldamente ogni volta che capitava facessimo l’amore. E sì, lui sì che faceva l’amore. Come mai nessun altro.

Dunque, capitava che di tanto in tanto ci fosse qualche ricaduta, dove puntualmente io (ma pure lui) decidevo che fosse l’ultima. Ma come si fa a smettere di fare una cosa così tanto bella. Perchè per quanto lui per me fosse l’incarnazione dell’attrazione era davvero evidente che anche da parte sua c’era da sempre un richiamo atavico e animalesco e istintivo e incontrollato e… e riguardava me. Proprio me. Una sensazione divina.

Comunque chiacchierammo del più e del meno, di cose più serie e  mangiammo. E poi ci sorridemmo. Eccoci. Quel sorriso voleva dire che ci stavamo avvicinando fortemente alla zona pericolosa. Non avrei ceduto. Non stavolta. Nonostante mi chiedessi come mai non dovessi. Scartabellavo con le dita tutti i motivi che venivano puntualmente smontati da quegli occhi così desiderosi di me. CONSEGUENZE. Ecco. Eccolo il motivo inattaccabile. Indissolubile. Le conseguenze.

“Senti, ma, lo dico così, non per sminuire nulla, nè per avvilire, ma insomma, se io ti voglio e ti prendessi SENZA CONSEGUENZE?” Mi affogai con il vino e approfittai di una risata isterica per continuare a scartabellare nella testa dei motivi per dirgli di no. Poi un tuono fermò tutto.

C’era lui. C’era il vino. C’era Tom Waits che cantava di sottofondo. E c’era pure il temporale. E vaffanculo.

Ci saltammo addosso, ci baciammo, mi prese per mano e mi porto in camera. Mi spogliò, lo spogliai. Non mi levò MAI gli occhi di dosso, con quello sguardo da gladiatore pronto a combattere con il suo nemico felino, mi strinse le mani sul culo, mi aggrappai alle sue spalle, quelle cazzo di spalle ineguagliabili, ci unimmo, ci mordemmo, ci catapultammo in quella dimensione che non è di questa terra. Dove solo io e lui sapevamo stare.

Un gran peccato che poi si dovesse sempre ritornare.

Decisi di non volerlo rivedere mai più. Ma sapevo che stavo mentendo a me stessa.

Il Raphus Cucullatus

La storia che vado di seguito a narrare, esce da ogni schema. Si distanzia da ciò che ho vi ho raccontato fino ad oggi. Si distacca da ciò che ho vissuto fino ad oggi. Quando arriverete al finale, non fatevi troppe domande, perchè vi assicuro che  me le sono fatte già io, senza arrivare a nessuna risposta. Questo racconto è inoltre vietato ai minori di 16 anni. Nonostante sembri scritto da una Sandra posseduta da una bimbaminkia.

Lui era proprio un bel tipo. Modaiolo qb. Hispter qb. Divertente, gran bel sorriso, gran begli occhi neri, profondi, buoni e gioviali. Ultimamente non stava benissimo, bisogna premetterlo, brutte storie sentimentali, brutti risvegli da sogni che sembravano reali, ma insomma, venne a casa mia. Portò un buon vino, preparai un aperitivo. Chiacchiere, molte, risate e filosofie. Gli guardavo le mani e le immaginavo un po’ dappertutto addosso a me, tanto che Lui se ne deve essere accorto perchè ad un certo punto me le sono trovata sul culo con tanto di lingua in bocca. Signori, che bacio. Che passione, la lingua spingeva sulla mia e la mia sulla sua, la lingua deve spingere, altirmenti vuol dire che non c’è presa. Sissignori, spingeva eccome. La lingua.  Mi trovai seduta su di lui. Le sue mani, quelle mani, si, quelle mani erano addosso a me, dentro di me, quelle mani così belle. Quella bocca, così bella, era sul mio collo, tirato. Ogni singolo nervo era attento ad ogni cosa, ad ogni respiro, ai suoi denti sulla mia pelle, alla sua mano sul mio seno e all’altra mano, beh. Sissignori la sua mano BEH. Mi prese, mi alzò e appoggiò il suo bacino al mio.

UOHUOHUOH. DINGDINGDING JACKPOT.

Gli slacciai con foga i pantaloni e.. “ma ciao” eccomi davanti al leggendario Raphus cucullatus, uccello mitologico maestoso, nerboruto, grande e grosso, raro modello  con becco a banana, di cui tanto avevo sentito parlare.

DINGDINGDING JACKPOT.

Mi stavo mentalmente già sfregando le mani, ripensavo alle volte in cui avevo disquisito con amiche e amici ornitologi sul fantomatico uccello dal becco a banana, credendolo ormai solo una leggenda. Il Raphus cucullatus pare che possa dare infinite gioie e infinite soddisfazioni e finalmente, dopo anni, era lì, davanti alla mia faccia felice e sorridente. Insomma, come se finalmente avessi trovato il Bigfoot. Era Big, ma non era Foot. Le sue mani prendevano le mie spalle, prendevano il mio collo, ragazzi, mi voleva, questo è assodato. Ma. Ma. Eccoci al MA. Il suo telefono cominciò a squillare insistentemente, aveva una cena e lo stavano aspettando. Doveva andare. Doveva davvero andare? Si. Si ricompose, mi guardò negli occhi e mi disse che ci saremmo rivisti il giorno dopo, per finire ciò che avevamo iniziato. Durante la sera mi scrisse. Eravamo davvero presi da quell’antipasto, entrambi con una gran fame delle altre portate. La mattina seguente mi svegliai con una strana sensazione. Non tardò il suo messaggio. “Potrei dirti una cazzata, ma voglio essere sincero, non è il momento. Non sto bene, lo sai. So che capirai”. Alzai lo sguardo dal display e vidi quell bellissimo uccello mitologico volare via.

Non lo vidi mai più, esattamente come leggenda narra.

Ottobre

Settembre si è rivelato, con quel suo fare rassicurante, con quel suo sguardo sedante, un ottimo alleato, portando con sé calore al cuore, prove da superare, alcune domande e molte risposte.

E mentre guardo fuori dalla finestra l’autunno colorare la montagna, ascoltando la pioggia battente, nel riflesso del vetro vedo la sua sagoma. Il mio Ottobre se ne sta lì, in piedi, con un maglione rosso, l’ombrello giallo in una mano e un pacchetto regalo nell’altra. Mi giro, corro da lui e buttandogli le braccia al collo gli sussuro quanto mi è mancato.  Adesso tutto, ma proprio tutto sembra essere più leggero. Quanto lo amo Ottobre! Lo prendo per mano e lo trascino in cucina emozionata, per la prima tisana della stagione. Mi guarda con gli occhi innamorati e mi porge il regalo. “Buon compleanno, bionda“.

Sorrido con il sorriso più spontaneo che ho e il cuore che batte forte forte. “L’ho visto e ho pensato a te” ammicca.

Come si fa a non amare Ottobre?

Lo spazio nel mezzo

Era una caldissima giornata estiva, raggiungevo Firenze per un appuntamento lavorativo, mentre mi spostavo in treno la persona da incontrare mi dette clamorosamente buca. Era un periodo molto strano della mia esistenza, le cose non andavano mai bene, nonostante mi impegnassi costantemente, gli eventi sfuggivano come anguille al mio controllo. Più provavo a rimontare in sella, più la vita mi teneva a terra. Adesso anche questa. Ormai avevo prenotato l’albergo e il treno di ritorno per il giorno successivo. Arrivai in stazione, desolata, ma decisa ancora una volta a cambiare a mio favore questo mood di maiunagioia che si stava accanendo nei miei confronti. Il caos di turisti mi fece sentire subito a disagio, come un pesce controcorrente che nuotava in mezzo a banchi e banchi di sardine. Individuai forse l’unico uomo solitario come me e gli andai incontro per chiedere delle informazioni su dove andare. “non lo so, mi spiace, non sono di qua, purtroppo anzi, ci sono per caso, ho perso la coincidenza con l’altro treno” sorrisi, dicendogli che anche io mi trovavo a vagare per questa città che tutti sanno essere bellissima ma che a me pareva solo torrida. “vuoi un caffè?”

Bevemmo il caffè ridendo sarcasticamente delle coincidenze. Stavamo bene, venne quasi da sè pensare di fare i turisti anche noi, almeno fino al tardo pomeriggio, ora in cui Lui avrebbe dovuto prendere il suo treno.

Tra Santa Maria del Fiore e piazza della Repubblica ridemmo un sacco, era un tipo decisamente sicuro di sè. Non era di quelli belli canonici, diceva Lui, perchè io lo trovavo decisamente molto più affasciante di tanti altri belli che però sono solo belli. La fierezza di quello sguardo intelligente, il sorriso cristallino che cambiava i suoi occhi rendendoli timidi e gioiosi, la postura così sicura, con quelle spalle aperte, come a dire “eccomi, accoglietemi e io vi accoglierò”.

Ad ogni passo i nostri discorsi diventavano sempre più intimi, ad ogni parola sembrava di specchiarsi nell’altro, sembrava di leggere il libro di se stessi. È possibile tutto questo con uno sconosciuto? Camminando sotto il sole torrido anche il contatto fisico aumentava esponenzialmente, sempre più vicini, così come vicino era il momento di salutarsi.

ma senti, è una follia, ma se il treno lo prendessi domani, anche io

La bellezza di quella frase, risuonò nel mio cervello come un notturno di Chopin. “io ho una camera pagata, insomma, è una doppia, si ecco, se ti va potremmo andarci, sono ore che camminiamo..”

Il suo sguardo mostrò il lato malizioso e ludico.

Salimmo in camera, ci docciamo entrambi per poi sdraiarci rivolti l’uno verso l’altro in questo letto blu, dai cuscini soffici. Si avvicinò alle mie labbra, continuando a parlarmi di questo e quello, che onestamente non seguivo, concentrata sul suo odore, sul suo fiato addosso. Sulla forma delle sue labbra, sui suoi occhi profondi, che raccontavano sincerità e serenità, questa volta.

Facemmo l’amore, si, ovviamente lo facemmo, va bene la spiritualità, ma qui siamo fatti di carne, non scordiamocelo. Ma per la prima volta non fu quello ad avere importanza, bensì tutto quello che ci fu successivamente. Abbracci, baci, tenerezze, come se entrambi aspettassimo l’altro per poter riposare dalle nostre battaglie quotidiane, come se entrambi avessimo bisogno di riposarci abbandonati addosso a qualcuno che potesse comprendere il nostro io più profondo. Rimanemmo così tutta la notte.

Entrambi permettemmo all’altro di scavalcare ogni difesa creata ad arte da noi stessi per proteggerci. Non ce ne accorgemmo nemmeno, ma eravamo nudi, eravamo stati in grado di spogliarci o di farci spogliare, da ogni sovrastruttura, da ogni strategia, eravamo solo noi. Stretti. In pace. Sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa, noi eravamo lì, nudi, indifesi e mai come in quell’istante forti e protetti.

Fu sublime, quella notte.

La mattina successiva, ci svegliammo ancora in quell’abbraccio, lo godemmo ancora un po’ con il sole del mattino, che ancora non bruciava, ma che con semplicità illuminava.

Andammo alla stazione, il suo treno era li, pronto per portarlo alla sua vita. Mi abbracciò, forte, mi ringraziò per averlo arricchito, per tutto questo bene, per tutto QUESTO.

Salì sul treno. Improvvisamente mi accorsi di non avere nessun suo contatto, la realtà mi aveva presa alla sprovvista, fu tutto talmente bello da non esserci lasciati nè un numero nè un contatto facebook. Corsi lungo tutto il treno, dal binario, per ritrovarlo, il treno stava partendo, lui si affacciò trafelato da un finestrino “non ho il tuo numero” urlò.

Ma ormai il treno era in corsa.

Non lo rividi mai più.

Sai io credo che se esistesse un qualsiasi Dio, non sarebbe in nessuno di noi. Né in te, né in me. Ma solo in questo piccolo spazio nel mezzo. Se c’è una qualsiasi magia in questo mondo, deve essere nel tentativo di capire qualcuno condividendo qualcosa. Lo so, è quasi impossibile riuscirci, ma che importa in fondo? La risposta deve essere nel tentativo.”