Il Destino Non Esiste

Loro non lo sapevano ma le loro strade erano determinate a incontrarsi da quando erano piccoli.

Non vivevano nella stessa città, eppure per motivi che la vita non sa spiegare, senza scomodare la parola destino, entrambi frequentavano da ragazzini lo stesso bar senza mai essersi conosciuti; lo fecero anni dopo, ad un compleanno di amici comuni, si presentarono e ognuno fece la propria serata, senza mai parlarsi. Fu solo altri anni dopo che le loro strade si sfiorarono; i loro cuori appartenevano ad altri e questi altri erano nello stesso gruppo di amici.

Ma come ho detto, loro non vivevano nella stessa città, quindi le loro esistenze si sfiorarono appena, non senza aver lasciato un segno l’uno per l’altra.

Ad ogni modo le loro relazioni finirono e i due non si videro più. 

Lui iniziò a combattere una vita che sembrava essersi rivoltata come un animale rabbioso appena liberato da una gabbia.

Lei, invece, in silenzio faceva quello che sapeva fare meglio: metteva insieme i cocci di se stessa ancora una volta sul pavimento.

Una notte estiva, il caso, se non vogliamo parlare di destino, li portò di nuovo nello stesso locale, si incontrarono quasi sbattendo l’uno sull’altra: “come stai?” chiese Lei; Lui le raccontò in maniera molto lapidaria del terremoto che aveva scosso la sua vita nell’ultimo anno. Lei capì subito il dolore che Lui portava nel cuore e senza accorgersene lo abbracciò sei volte in quella breve chiacchierata.

Lei non se ne accorse, ma Lui sì, le contò. 

Le poche e incisive parole che Lui aveva usato in quella breve chiacchierata di circostanza le avevano ricordato qualcosa che conosceva perfettamente, quindi, di tanto in tanto si accertava che Lui stesse bene.

Lui, che stupido non era affatto, prese quell’ancora e ci si aggrappò.

Non sapeva come mai, né come fosse possibile, ma si sentiva al sicuro, si sentiva di poterle raccontare ogni colore di sé, anche quelli più scuri.

Lei non solo li accoglieva, ma se ne prendeva cura e Lui si sentiva scoperto, finalmente com’era sempre stato dentro, per la prima volta senza doversi nascondere.

Lui era brillante, sveglio, gentile, pieno di dolore, buono, schivo, con una gran voglia di rivalsa e di rimettersi in sesto.

Lei era una coperta calda, accudente, intelligente e divertente.

Entrambi si sentivano terribilmente in credito con la vita, che aveva ferito loro il cuore e sottratto molti sorrisi.

Le chiacchiere con Lei si intensificarono, Lui la rassicurava quando non riusciva a risponderle per tempo.

A volte temeva di dire cose sbagliate, Lei lo tranquillizzava, perché Lui andava bene così.

Divennero una squadra, stavano uno di fianco all’altra.

Entrambi avevano buchi giganti nell’anima e l’un l’altra li ricucivano.

Non si sa come, ma, ad un certo punto, non era solo volersi bene, diventò passione smodata. Sarà stato quel credito con la vita, quel botta e risposta sempre sul pezzo e mai banale, quel match da duo comico, o quella comprensione vicendevole, poco importava, erano lontani e oltre qualche battuta malandrina non si poteva né doveva andare.

Se vogliamo credere alle coincidenze, diremo che il caso, di nuovo li mise sulla stessa strada. Gli amici d’infanzia avevano organizzato un raduno per un evento, Lui fece di tutto per non partecipare, la lontananza non poteva bastare come scusa e ne trovò delle altre, ma si sa, quando il destino impone il suo corso, non è possibile deviare.

“Vengo dalle tue parti per qualche giorno, sai?”

Si promisero una notte soltanto, senza scomodare altre emozioni o altri sentimenti: quelli che c’erano erano sufficienti per amarsi per un momento sospeso e regalarsi la pace. 

Una notte dove abbracciarsi e dove scappare da tutto e da tutti.

Una notte dove nascondersi, respirare per poi tornare a combattere in trincea. Una notte per proteggersi a vicenda, una notte per abbandonarsi e per curarsi.

Il patto era stato suggellato dalla loro fiducia nel rispettarlo.

Lui suonò alla sua porta in tarda serata, Lei gli aprì con una minigonna che lasciava intravedere delle autoreggenti, che a Lui certo non sfuggirono, come non gli sfuggirono nemmeno le sue forme, sotto quel maglioncino che le esaltava; gli intenti erano dichiarati. Bevvero del vino, parlarono come se fossero sempre stati l’uno davanti all’altra, ogni tanto, ridendo, si sfioravano. La loro pelle funzionava già così. La prima bottiglia finì. 

Lei si alzò, Lui con lei, la fermò piano per il braccio, le si avvicinò, il tempo si fermò, come si erano promessi, entrarono in quello spazio solo e soltanto loro, senza orologi, senza realtà, senza gravità, uno spazio fatto soltanto delle loro essenze più profonde. Le si avvicinò, le sue labbra lievi su quelle di Lei, si sfiorarono, si allontanarono appena, si guardarono, come a chiedere permesso, si sorrisero, si baciarono piano, con dolcezza e tenerezza, con desiderio ma anche con la volontà di godere di ogni attimo.

Fu come se i loro corpi si aspettassero da tutta la vita, da quando erano in quel bar, da ragazzini.

Fu come se non solo fossero lontani dal presente, ma tutto lo spazio e tutto il tempo e tutte le loro scelte si fossero messi d’accordo per portarli lì, in quel preciso istante, in quella notte di amore e passione. 

Lei non gli staccò mai le mani di dosso, lui non le staccò mai né gli occhi né le labbra dal corpo, la prese, la fece sua, Lei rise con gioia e piacere. Lei si lasciava toccare e guardare con lenta resa, la pelle attenta a ogni gesto. Era sua, e in quell’abbandono lieve sentiva il desiderio farsi casa. I loro corpi si riconoscevano senza fretta, seguendo il battito delle emozioni, cercandosi e trovandosi fino a fondersi in un unico ritmo: un equilibrio intimo, una rara alchimia capace di lenire e salvare.

Fu raro. Fu miracoloso. Fu come lo avevano sempre immaginato. Ma soprattutto, fu come lo volevano.

Si addormentarono.

Il risveglio fu naturale. Presero il caffé. Parlarono. Fecero di nuovo l’amore.

Sorridevano, mentre Lei lo accompagnava al treno che lo avrebbe portato alla sua lotta quotidiana.

Lo vide salire. Sentì una stretta al cuore, era ancora viva. 

Sorrise, salì in auto e prese la via della vita quotidiana.

Non si videro mai più, come promesso. Assecondando quello che la vita aveva deciso e imposto.

Ma sempre, sempre, furono vicini l’un l’altra. Sempre furono rifugio e cura.

Mai scordarono quella meravigliosa notte che a cuor leggero si regalarono.

Un Altro Sorso Di Rosé

Stasera la luna mi ha dato buca. L’aspettavo. Forse ne avevo anche un po’ bisogno.

Stasera avevo bisogno della bellezza. La-terrazza-delle-stelle-cadenti-che-non-vedo mi abbraccia, mi dice che l’importante è vivere.

E io ho tanta voglia di vita. 

So chi sono e cosa voglio. E mi sto facendo un culo così da tutta la vita per essere dove sono adesso.

Faccio un tiro di sigaretta. Un sorso di quel rosé biologico fresco. Abito in una terra e vivo una vita che mi permette tutto questo.

Sono un privilegiata. E lo sono, non solo perché ci sono le guerre che mi spaventano, ma lo sono perché mi accorgo di esserlo e riesco a sorridere pensandoci.

È solo una serata, dove mi serviva la bellezza.

Le cicale si sono addormentate. 

Il disegno della montagna, a contrasto con il cielo scuro, mi ricorda da dove vengo, a volte è faticoso: un ricordo che si affievolisce e che ho paura di perdere.

La beffa dei ricordi è che se li perdi, non sai di averli mai avuti.

Un’altra boccata di fumo, di vino.

Un cane in lontananza che abbaia.

Mi concentro sulle cose buone e ce ne sono tante, come un arcobaleno al buio, le guardo esterrefatta: sono mie? Ma davvero? Sì. Sono proprio una privilegiata.

Sorrido senza accorgermene.

Gioco con i miei capelli, li faccio passare tra le dita, la sensazione mi piace, mi rilassa, come quando ero piccola e i capelli erano quelli della mamma. Il suo ultimo gesto, ormai senza senno, consumata dall’oblio, giocò con i miei capelli. Chissà dov’era, se fosse con me o se fosse già altrove.

Fumo di nuovo, ma non deve durare, devo smettere.

Un altro sorso di rosé. 

Alzo lo sguardo.

Un bagliore bianco mi ricorda che da qualche parte sta sorgendo la luna.

Accendini e Pensieri

Un accendino in equilibrio sul ginocchio di Lei, Lui che parla, Lui che racconta, vola tra un pensiero e l’altro, mentre Lei lo guarda, corre insieme a Lui in quel flusso di pensiero da rincorrere, per non perderne nemmeno un pezzo.
Lui fuma, e stranamente fuma anche Lei, vicina a Lui, ma Lei non è più capace e la sigaretta si spegne di continuo. Per questo l’accendino è in equilibrio sul suo ginocchio, perché sono seduti come due ragazzini davanti ad un portone, mentre piove e probabilmente domani Lei avrà il mal di gola.
Lui parla e ora Lei non lo rincorre più, lo guarda, mentre lo ascolta. Lui ha rallentato i suoi pensieri e Lei può distrarsi un po’ per seguire i suoi gesti, le sue mani, così belle, si concentra per non immaginarle addosso, Lui sorride all’improvviso, ma non può aver sentito il suo pensiero malizioso.
Sorride ancora, abbassa la testa imbarazzato. Poi la guarda.
Vorrebbe Lui. Vorrebbe Lei.
La sigaretta è finita, ma l’accendino è ancora lì, sul suo ginocchio e ogni volta che Lui lo usa lo riappoggia lì, come fosse casa sua.
Lui parla e non si ferma, riflette però; sceglie le parole corrette, in maniera ferma ma gentile e premurosa.
I suoi pensieri sono così eleganti, molto meno caotici di quello che crede lui stesso.
Quelle sono le emozioni. Le emozioni sanno già tutto, ma Lui ancora no.
E nemmeno Lei.
Lui riprende l’accendino, è ora di andare.
Stanno chiudendo il locale. La birra è finita.
Che bella la pioggia, vicino a Lui.

Qui e ora

Non avrei mai immaginato, da pocopiùcheventenne, che sarebbe stato tanto bello, dopo essere tornata a casa da lavoro, fare uno spaghetto aglio olio e peperoncino, pulire casa, mentre l’acqua aspetta di bollire, cenare, farsi una doccia, cospargersi di crema (la odiavo, la detestavo), prepararsi la tisana da sorseggiare a letto, davanti ad una serie tv. Il tutto entro le 23.

Le fasi della vita cambiano. Le priorità della vita sono così mutevoli ed inimmaginabili. Lasciarsi cullare da questo, nelle grandi ere che ci determinano è incantevole. Sapere chi siamo e in che fase siamo è difficile, ma se si riesce a fare, allora il qui e ora prende un significato trascendentale.

Oggi ci sono io. Oggi le coccole sono per me.

Oggi amo me stessa.

Le quattro stagioni

Erano lì, separati da un angolo di muro, lui nel locale di rito, lei nel suo. Li divideva un angolo. Un angolo soltanto. Si erano incrociati, ma non se ne erano nemmeno accorti. Mentre lei percorreva la strada principale, lui le veniva incontro, salutando questo e quello. Lei assorta al suo telefono gli è passata accanto, per girare l’angolo pochi metri dopo.

Si conobbero per caso, una notte di luna piena, si parlarono per gioco, cercavano la stessa cosa e la trovarono. Si innamorarono semplicemente, la prima volta che fecero l’amore si sentirono dentro un film romantico. Uscirono insieme verso nottate piene di magia, la loro cittá divenne Parigi, nonostante Parigi non fosse. Camminarono mano nella mano nelle sere d’estate. Abbracciati, invece, sotto la pioggia autunnale. L’inverno regaló loro un albero di Natale, un bel camino accesso, con la fiamma alta che bruciava, come loro; i film che lei amava, guardati abbracciati stretti sul divano. Il whisky che amava lui, bevuto a tarda notte, con la brace silenziosa che scoppiettava piano fino a spegnersi. Ma loro parlavano, ridevano, costruivano i loro riti, a volte fino all’alba. In primavera piantarono i loro fiori, potarono i vecchi. Si scaldavano al primo solicino, lei metteva il maglioncino all’imbrunire, lui si avvicinava e la scaldava nel suo abbraccio, che a lei sembrava tutto il mondo che desiderava. L’estate arrivó torrida, gli abbracci divennero fastidiosamente umidi e sudati, brució i loro fiori. Ridere sembró improvvisamente difficile, forse impossibile. Le loro strade, nell’estate che bruciava, si separono.

In quella sera di settembre, di nuovo mite, loro erano lì, separati da un angolo di muro. Divisi da un angolo. Di tutte le stagioni vissute non c’era più niente. Si erano sfiorati, non si erano visti. Così vicini, ma ormai così lontani.

Non si sarebbero visti mai più. Separati da quell’angolo di muro, che in realtà era diventata una fortezza inespugnabile.

Il 30 marzo

Il 30 marzo del 2011 era una splendida giornata di sole. Era primavera inoltratrata, si azzardavano le maniche corte.  Il sole scaldava le ossa, infreddolite dall’inverno. Io quel giorno ero nel Chianti, a godere delle colline, di lì a due giorni sarei partita per Barcellona, avevo 25 anni, un idiota che mi regalava qualche soddisfazione, un buon lavoro e progetti di vita spensierati e colorati.

Era una giornata perfetta, canticchiavo le canzoni del concerto visto due giorni prima, Caparezza. Mi sentivo così bene, così invincibile. Nel mio petto entrava vita, aria, energia e mi pervadeva ovunque.

Ero nel Chianti per un lavoro, con il mio collega, più amico che collega, che guidava in queste strade piene di verde. Il mio telefono squillò. La moglie norvegese di mio padre dagli Emirati Arabi con furore. Non gli rispondo, che le devo dire? Aspetta, se mi chiama magari è importante, perchè non mi ha chiamato mio padre?

“Hello?!”

“I’m Kristine, I’m in hospital, your father.. he suffered a cerebral hemorrhage”

“Che?”

“Come here. Hurry up”

Riattaccai il telefono. Iniziai a ridere istericamente. Il mio collega fermò la macchina, mi chiese se andasse tutto bene. Dissi di sì, provai a scendere. Non ci riuscii. Non andava tutto bene. Partii il giorno stesso per gli Emirati Arabi. Due giorni dopo, la notte fra il 1° e il 2 aprile, mio padre morì.

In un solo attimo, la mia vita cambiò. Fu un secondo. Il tempo di una telefonata con non più di quindici parole. Ho vissuto ovattata, ho vissuto momenti di isteria, di calma terribile, momenti di isolamento e momenti di rabbia. In un secondo solamente ho capito quanto tentare di vivere controllando le situazioni sia del tutto una perdita di tempo, di come le cose che reputiamo importanti in realtà non lo sono poi così tanto. E di come lo diventano cose che pensiamo possano succedere solo nei film. Diventai adulta nel giro di una manciata di parole, diventai grande tutta insieme. Forse fu la mia fortuna. Forse no. Ho imparato a lasciar fluire gli eventi e a reagire ad essi. A plasmarmi sulle cose, anzichè tentare di plasmarle io. A volte inciampo ancora, ma tiro sempre su la testa, anche grazie ad una squadra di persone costruita negli ultimi sei anni.

Però su tutte c’è una cosa che ho imparato e che ho cercato di fare mia: che le cose accadono ed è VITA anche la parte scomoda di questo viaggio pieno di salite faticose e impervie e discese allegre e spensierate.

Gennaio

Mi faccio la doccia, in silenzio, senza musica. Ascolto l’acqua scorrere sulla mia pelle, immersa nel vapore acqueo caldo. Phon sui capelli, rumore nelle orecchie.

Mi vesto. Metto il giubbotto ed esco. Cammino nel verde, con il fiume accanto che scorre, fa freddo, il sole è dolce, come quello delle belle giornate che stanno finendo nei freddi pomeriggi invernali. A terra qualche petardo della notte precedente. Solo questo è rimasto di Dicembre. Respiro l’aria, abbracciata dalla nebbiolina del tramonto.

Sul mio sentiero Gennaio mi viene incontro passeggiando, nel suo cappotto nero e quel cappello che ricorda i film anni 50. Ci fermiano l’uno di fronte all’altra e ci giriamo verso il fiume. Respiro profondamente, a pieni polmoni, respiro vita, respiro foglie, pesci, acqua, respiro cielo, verde e anatre che volano basse. Chiudo gli occhi. E respiro progetti, delusioni, cadute, corse, respiro voglia di farcela, di cominciare e di ricominciare. Respiro fiducia, determinazione, amici e nemici. E lascio che tutto questo scorra, come il fiume che ho davanti.

Gennaio mi prende la mano.

“Sei esattamente questo. Esattamente tutto questo. Sei pronta?”

“Si.”

Novembre

Non mi piace mai veder fare le valigie ad Ottobre, così esco dalla stanza. Anche se quest’anno l’ho trovato un po’rigido è pur sempre il mio mese preferito e mi dispiace sempre quando se ne va.

Immersa nei miei pensieri ottembrini arriva un vento freddo, ma gentile. È Novembre, con i pantaloni blu e le bretelle, la camicia, il gilet e un cappello buffo. Ci accomodiamo in cucina, dove gli offro una cioccolata calda con la cannella che acquista più sapore nelle sue domeniche. La beviamo, parliamo e scherziamo. “Ehi, ti va di uscire?”

Braccio sotto braccio passeggiamo. Il cielo è azzurro, l’aria è fredda e gli alberi si spogliano ad ogni folata di questa fredda brezza di novità.

“Posso dirti il futuro, se vuoi, sará più semplice.”

“No. Va bene così. Sorprendimi”

E continuiamo a camminare, godendo del silenzio, tra una foglia e l’altra, scrivendo passo dopo passo ogni piccola curiosità.

Coccolati

Quella sera ricordo che gli mandai un messaggio.

“Stasera mi spiace, ma devo rinunciare al nostro appuntamento.” 

Mi giravano talmente tanto le palle che lanciai il telefono sul divano, avevo disdetto con Lui per una giornataccia che mi aveva fatto desiderare con tutta me stessa, uscita da lavoro, una fermata in erboristeria e una chiamata alla mia amica “ti aspetto alle 22 per film e popcorn”. Quando una donna si ferma in erboristeria con il malumore più o meno è come quando uno fa la spesa che ha fame. Le erboriste se ne accorgono e con quel loro fare da crocerossina ti vendono anche tua madre, che non ti serve perchè ce l’hai e anzi ti avanza pure.

Tornai a casa verso le 20, nemmeno mi preparai la cena inizia a impiastricciarmi. Decisi di iniziare dalla buffa maschera per capelli, solida, attaccata ad un bastoncino, che andava sciolta lentamente in un barattolo di acqua bollente; questa operazione poteva richiedere fino a cinque minuti, dicevano le istruzioni. Mentre la giravo, la cosa solida si scioglieva, prima oleosa, poi sempre più bianco-gelatinosa, acquisendo la consistenza che qualsiasi donna sciocchina come me avrebbe accostato a… si si, lo state pensando pure voi, vi vedo.

Una volta sciolta, rimasi in reggiseno e pantaloni, per non sporcare la maglia, e iniziai ad impiastricciare questo composto di cui tutti abbiamo capito la consistenza sui capelli.

Bene, sembravo appena uscita da una gang bang.

A quel punto, nell’attesa dei venti minuti di posa, misi anche la nuovissima maschera per il viso al mirtillo e menta, che uno lenisce, l’altra rinfresca.

La maschera cominciò presto a bruciare l’epidermide come fosse acido, per cui andai di corsa a toglierla, mi finì negli occhi e mentre ero lì a maledire me e le mie idee zen suonò il citofono, la mia amica era arrivata, meno male. Aprii la porta e tornai in bagno, mezza cieca, con i capelli impiastricciati e la maschera che mi aveva arrossato a chiazze il viso, sentii la porta sbattere, andai verso l’ingresso e. E. E Lui era li, davanti a me, seminuda, con la faccia a pois e i capelli che manco fossi uscita da un giro di bukkake.

Era andata così: “stasera mi spiace, ma devo rinunciare al nostro appuntamento.” Mi giravano talmente tanto le palle che lanciai il telefono sul divano, ma senza curarmi che il messaggio fosse inviato, quindi, Lui, ignaro venne a prendermi, citofonò e sentondo aprire senza dire “scendo” salì.

Scoppiò a ridere. Si girò e se ne andò, imbarazzatissimo.

Non lo rividi mai più, e dopo aver passato due giorni dico due a cercare di lavare via quella maschera dai capelli non rividi mai più nemmeno quella stronza di erborista.