L’inverno è arrivato

Durammo il tempo di una stagione. Un autunno bellissimo pieno di cose meravigliose. Durammo il tempo di una stagione anche se il tempo sembró fermarsi, qualche volta, sdraiati nel letto per 48 ore, senza che l’uno volesse lasciare l’altra. Festeggiammo il suo compleanno con una torta che mai si consuma e lo portai persino a Parigi, al Mouline Rouge, ma tra le nostre lenzuola. Lui invece mi portó indietro nel tempo, con un uomo a cavallo che correva e navigava e io contenta e felice avevo tutto quello che volevo. Lui lo sapeva, lo vedeva e si sentiva un re, uomo accanto ad una donna.

Durammo il tempo di una stagione, una stagione in cui sperimentammo un sacco di cucine perchè ci divertiva ed era una cosa nostra. Mi fece un nido, dove io mi sentivo in pace. Non mi spaventava mai, nonostante di tanto in tanto un temporale affligesse i suoi pensieri, ma mai, mai, i suoi lampi e i suoi tuoni mi spaventarono. E questo lo rasserenava, lo vedevo il sole tornare. Condivideva i suoi cieli e io i miei, per farlo sentire più a casa, più vicino, quando era lontano e perso. Costruí una casa tutta nostra, solo per noi, viola e piena di palloncini, perchè sapeva che mi mettevano gioia. Mi teneva al sicuro, al sicuro anche da sè, ma io non capivo perchè. Le cose belle si sa, durano il tempo di una stagione e come spesso (mi) accade quando si sale così in alto bisogna voler volare e lui non volle. Non volle salire di più. E io sono una che porta parecchio su nel cielo, diceva. Soffriva di vertigini pare e la mia mano non la volle più afferrare, seppur ci pensasse constantemente, seppur in fondo al cuore volesse me. Cominció, mattoncino lego dopo mattoncino lego a fare un muro bellissimo e coloratissimo, che nemmeno mi pareva un muro vero, divertente e allegro, ma sempre un muro era. E noi non eravamo più alla fine degli anni 80, dove i muri venivano buttati giu. Noi eravamo alla fine degli anni 10 dei 2000, dove muri ne mettevamo ovunque, ad ogni confine.

Fu così che arrivó il solstizio d’inverno e quella luna lo portó via.

Non lo vidi mai più ma resta il fatto che fu una stagione bellissima.

Equivoci fotovoltaici

Lui era matto. Matto di quelli belli. Quel tipo di matto che si lascia guidare, perchè lo sa che è matto. Un matto di quelli che attraggono e che lo sanno, ma per cui non è sempre stato così e se lo ricordano. Faceva l’artista, non specificherò che tipo di artista fosse, non ha importanza. Lui era un Artista a tutto tondo. Ed era fico. Occhi enormi verde acqua, capelli mossi scuri, labbra del dio dei baci.

Eravamo conoscenti social da un bel po’, in seguito ad un evento che lo vide protagonista, mi aggiunse su fb. Poi instagram. Qualche like, nulla di più. Quasi un anno dopo lo sognai. Sì, sognai un perfetto sconosciuto. Fu talmente strano che mi venne naturale dirglielo. Iniziammo una chat estremamente brillante, che non si fermò nemmeno quando lui disse “vado ad un concerto con IL MIO FIDANZATO”.  Pensai che fosse molto bella la naturalezza del suo essere innamorato di un uomo. La chat si stoppò per un periodo, un periodo per me faticoso, altrettanto per lui, tanto da non sentirci. Poi una domenica brillò il telefono. Il simpatico Artista mi bussava dallo schermo. Gli raccontai dei miei pretendenti, che mi inseguivano in quel periodo e che annoiata rifuggivo, gli chiesi di vedersi quel martedì, lo avrei raggiunto dopo la palestra, mi piaceva, volevo assolutamente conoscerlo fuori dal social, nella realtà.

Quel martedì però iniziarono ad accavallarsi problemi lavorativi. Persone. Cose. Dovetti contattarlo per rimandare. Immantinente chiese allora di vedersi il giorno dopo. Ricordo distintamente che mi chiesi se questo fidanzato abitasse fuori zona, vista la disponibilità ad incontrarmi. Per caso domandai: “ma l’ho sognato o hai detto di essere fidanzato?

“Io sono single da due anni.”

Ripercorsi la nostra chat a ritroso. Gli avevo detto di tutto. Lui intendeva “il suo fidanzato” come il suo migliore amico, forte di una sua eterosessualità che, per chi non ci aveva mai parlato, era praticamente impossibile da scorgere. Gli avevo detto veramente di tutto, risposi anche alle sue domande più maliziose con estrema naturalezza e ora mi ritrovavo con un appuntamento che non volevo. Vibra il telefono. Un video. Lui, che mi fa vedere se stesso e le colline dove sta correndo. Un calore mi salì dallo stomaco fino alla radice del capello, sgranai gli occhi. PER NIENTE MALE QUA IL RAGAZZO. Bello come il sole, sorridente, scazzato. E MATTO. E io stavo per presentarmi all’appuntamento in tuta dopo la palestra. Tanto era gay. La fortuna era dalla mia, per una volta.

Ci vedemmo, parlammo, mangiammo, parlammo. Mi baciò, bene. Mi baciò bene fino a mattina. Ci salutammo, ma ci rivedemmo svariate volte. Il sesso era una gioia, sempre diverso, sempre vario, sempre allegro. Ero attratta da lui per questo suo essere qualcosa che lasciava appena intravedere, per quello che la fragilità di uno sguardo o la sincerità di una carezza urlano nonostante ciò che si dà a vedere. Ero curiosa di quello che c’era da scoprire. E lui lo era di me. Ci tuffammo, giocammo sott’acqua ma pure sopra. Adoravo spostargli i capelli dagli occhi e scoprirli così pieni di munificienza. Adorava accarezzarmi le gambe e fare disegni con le dita sulla mia pelle.

Come tutte le volte non lo rividi mai più, perchè le vita è questa, perchè è tutto in ciclo, perchè va bene così.

Un giorno aprimmo gli occhi e ci svegliammo da quel sogno.

Suona la sveglia. Apro gli occhi. Ma pensa tu chi sono andata a sognare. Quasi quasi glielo scrivo.