Agosto 2.0

Luglio si congeda con un sorriso di tenerezza, un abbraccio che viene da lontano. Luglio è stato molto buono con me, mi ha protetta, mi ha addolcita e mi ha rasserenata. Adesso lascia spazio ad Agosto, che un po' mi spaventa, che un po' mi preoccupa, anche se continuo a ripetermi che andrà tutto bene, anche se non posso proprio saperlo. Agosto, con il suo cappello di paglia, é allegro, vacanziero, pronto con la maschera da snorkeling. Sono diversi anni che Agosto non è più quello di quando ero ragazzina. Gli sorrido, nonostante ancora io non sappia se potermi fidare. Lo faró lentamente, giorno dopo giorno, con un po'di attenzione in più. Intanto, comunque, al mare ci vado, mi butteró e nuoteró. Alla fine si vedrà.

Luglio

Giugno mi ha portata al luna park. Sulle montagne russe mi ha fatto fare diversi giri, tanto da sentire i vuoti d’aria e la paura delle discese per poi risalire con l’ansia della nuova caduta verso il basso. Giugno è stato emozionante, che dire, mi ha congedata con un pensiero di speranza, di serenitá. Di possibilità. È con questo lascito che Luglio entra in casa, con una serenità riscoperta, dove io ho ritrovato il mio centro assoluto, dove ho risentito le mie radici piantate nel terreno. Luglio mi abbraccia mi sorride e mi guarda negli occhi con sincerità. E io voglio godermelo, oggi. Domani si vedrà.

L’inverno è arrivato

Durammo il tempo di una stagione. Un autunno bellissimo pieno di cose meravigliose. Durammo il tempo di una stagione anche se il tempo sembró fermarsi, qualche volta, sdraiati nel letto per 48 ore, senza che l’uno volesse lasciare l’altra. Festeggiammo il suo compleanno con una torta che mai si consuma e lo portai persino a Parigi, al Mouline Rouge, ma tra le nostre lenzuola. Lui invece mi portó indietro nel tempo, con un uomo a cavallo che correva e navigava e io contenta e felice avevo tutto quello che volevo. Lui lo sapeva, lo vedeva e si sentiva un re, uomo accanto ad una donna.

Durammo il tempo di una stagione, una stagione in cui sperimentammo un sacco di cucine perchè ci divertiva ed era una cosa nostra. Mi fece un nido, dove io mi sentivo in pace. Non mi spaventava mai, nonostante di tanto in tanto un temporale affligesse i suoi pensieri, ma mai, mai, i suoi lampi e i suoi tuoni mi spaventarono. E questo lo rasserenava, lo vedevo il sole tornare. Condivideva i suoi cieli e io i miei, per farlo sentire più a casa, più vicino, quando era lontano e perso. Costruí una casa tutta nostra, solo per noi, viola e piena di palloncini, perchè sapeva che mi mettevano gioia. Mi teneva al sicuro, al sicuro anche da sè, ma io non capivo perchè. Le cose belle si sa, durano il tempo di una stagione e come spesso (mi) accade quando si sale così in alto bisogna voler volare e lui non volle. Non volle salire di più. E io sono una che porta parecchio su nel cielo, diceva. Soffriva di vertigini pare e la mia mano non la volle più afferrare, seppur ci pensasse constantemente, seppur in fondo al cuore volesse me. Cominció, mattoncino lego dopo mattoncino lego a fare un muro bellissimo e coloratissimo, che nemmeno mi pareva un muro vero, divertente e allegro, ma sempre un muro era. E noi non eravamo più alla fine degli anni 80, dove i muri venivano buttati giu. Noi eravamo alla fine degli anni 10 dei 2000, dove muri ne mettevamo ovunque, ad ogni confine.

Fu così che arrivó il solstizio d’inverno e quella luna lo portó via.

Non lo vidi mai più ma resta il fatto che fu una stagione bellissima.

Alla pugna!

Viviamo in un’ epoca strana. Viviamo in un’ epoca dove la paura è padrona. In ogni campo. Abbiamo paura di non arrivare a fine mese, abbiamo paura del terrorismo, abbiamo paura delle persone diverse da noi, abbiamo paura di rimanere soli, abbiamo paura di stare con qualcuno.

La paura ci paralizza. Questa paralisi, spesso ci fa perdere un sacco di opportunità. Abbiamo paura di essere felici, di stare bene perchè in passato non lo siamo stati, abbiamo sofferto, siamo caduti e rialzarci è stato doloroso. Ma come si fa a non avere coraggio davanti alle cose belle? Può essere davvero che la paura di fallire ci condizioni a tal punto da non rischiare più? Il passato e le cose che ci sono successe possono davvero rischiare di compromettere il futuro? Non sono convinta di voler stare a guardare la mia vita come se fosse un film, senza viverla davvero, senza sentire il freddo e il calore sulla pelle. È doloroso? Si, certo che lo è, mettersi in gioco lo è sempre, ma se una determinata cosa dovesse essere bella, piuttosto che tragica, non perderei molto di più che non viverla? Le armature pesano, ci affaticano e ci rallentano. Le campane di vetro sotto cui ci mettiamo si rompono, si sgretolano, perchè che lo vogliamo o no, la vita ci inonda e quando l’onda è più alta, non ci sfiora solamente, ma ci porta via, che ci piaccia o no. Con o senza protezioni. Forse sarebbe più utile pensare ad un salvagente, piuttosto che a delle zavorre, ad un giubbottino che ci sappia tenere a galla, ma nel mare, riuscire a nuotarci. Perchè poi, quando siamo lì, a fare il morto a galla, con il sole che ci accarezza l’anima, cavolo se si sta bene. E vale la pena, per paura di affogare, non provare questa sensazione? No.

Sbagliamo protezioni. Preferiamo evitare una cena, che magari ci avrebbe portato delle risate; un viaggio, che ci avrebbe arricchiti; una conoscenza lontana da noi, che ci avrebbe fatto conoscere una cultura diversa; una storia d’amore che per chissà quanto tempo ci avrebbe fatto sentire i re del mondo.

Preferiamo le armature pesanti ai braccioli.

E allora, io sono le mie scelte. Io sono padrona di me stessa. Non la paura, ma io.

Io voglio nuotare, voglio rischiare di essere felice, piuttosto che rischiare di essere paralizzata e apatica. Voglio rischiare di stare bene, anche se questo mi potrebbe procurare dei lividi, anzi, anche se questo mi provocherà sicuramente dei lividi. Ma almeno ci avrò provato. Almeno, guardandomi allo specchio vedrò me stessa e non il mio fantasma.

Io voglio avere coraggio. Perchè un cavaliere non è fatto di armatura, bensì del suo cuore impavido.

Alla pugna!

Giugno

Maggio lascia la mia casa dopo aver pulito la cucina, l’ha lasciata intatta, come l’ha trovata. Ma maggio ha cucinato, l’ha sporcata, l’ha usata. Maggio non si è risparmiato, come, al contrario di solito faccio io.

Ha riportato vita, ha stuzzicato l’idea che il calore sia piacevole. E Maggio ha scaldato con il suo sole tutte le cose,

pulendole dalle ombre. Ma ora è andato, ha fatto le scale, ha preso il suo taxi e io l’ho seguito con lo sguardo finchè non è sparito dietro una curva. 

Giugno è già in terrazza, ad annaffiare i fiori colorati, mi porge un gelato al lampone e cioccolato, lo prendo e mi siedo ad aspettare che la luna piena sorga da dietro la montagna. Il vento lieve accarezza la mia pelle, bagnata dalla luce lunare.

Giugno mi mette una mano tra i capelli e mi accarezza. 

“Non sarà facile, vero?”

 “No.”

 “Ok. lo sapevo.” 

E restiamo li, in silenzio a guardare il cielo.

Maggio

Aprile ha preso le sue carabattole e, indossato il suo impermeabile, scende le scale. Aprile non è stato despota quest’anno, ha deciso di rendermi qualcosa, che i suoi precedenti hanno tolto. Aprile ha rivelato, ha abbracciato e ha ballato. Ma non ho il tempo di pensarci troppo che arriva Maggio, con la sua giacca di pelle, la sigaretta arrotolata in bocca. Non ho molte aspettative su quello che dovrà venire, mi rendo conto che sono talmente estenuata da aver perso ogni volontà di immaginarlo, il futuro. E mentre mi accorgo di questo, realizzo di sentirmi libera. Libera dalla aspettative. Quello che verrà andrà bene, perchè OGGI, va bene.

Maggio è lì, ancora in piedi, che mi guarda persa tra i miei pensieri che ronzano. “Ehi, ho fame, mangiamo cinese?”

Sorrido, prendo la borsa, apro la porta. Andiamo.

Come Milord e Bunny

Era qualche mese che ci si girava intorno, che ci si annusava da lontano. Qualche bevuta offerta, qualche sorriso, qualche sigaretta come scusa per fare due chiacchiere. I suoi occhi erano dolci, sempre sorridenti, neri e scuri, impenetrabili. Una sera qualcosa fu diverso, chissà, forse una bevuta di troppo, forse il mio scollo più profondo, forse quel rossetto rosso, forse la pioggia battente:

“vorrei baciarti”.

“qui?”

“si, qui”

“ok”

Mi prese il viso tra le mani con dolcezza, mi guardò. Rimase immobile per un secondo, vicino al mio viso, senza parlare, ma continuando a guardarmi. Poi si incollò a me, con delicatezza, baciò le mie labbra come fossero petali di un fiore raro, lentamente passò una mano tra i miei capelli, l’altra non perdeva il contatto con la mia guancia. Mi baciò con gentilezza, con armonia, fu un valzer di bocche. Sembravamo Milord e Bunny di Sailor Moon.

“Perchè solo oggi dopo tanto tempo?”

“Perchè non ero sicuro che tu lo volessi”

“Io non sapevo di volerlo, fino a che non me lo hai proposto”

“Che scemo eh?”

E continuò a baciarmi, continuò anche a casa mia, e continuò quella volta a casa sua.

“Sei bella, con questa luce del mattino”

La sua tenerezza, le sue carezze per così poca intimità, le sue parole, così piene di affetto che non capivo proprio da dove venisse. Fu inaspettato e piacevole. Fu piacevole perchè fu del tutto inaspettato.

Non lo rividi più, se non per qualche bevuta offerta, qualche sorriso, qualche sigaretta come scusa per fare due chiacchiere.

Non ci fu un perchè. Lui un giorno smise di cercarmi. Io lo stesso giorno smisi di cercare Lui.

Certe cose sono belle se rimangono inaspettate.

Equivoci fotovoltaici

Lui era matto. Matto di quelli belli. Quel tipo di matto che si lascia guidare, perchè lo sa che è matto. Un matto di quelli che attraggono e che lo sanno, ma per cui non è sempre stato così e se lo ricordano. Faceva l’artista, non specificherò che tipo di artista fosse, non ha importanza. Lui era un Artista a tutto tondo. Ed era fico. Occhi enormi verde acqua, capelli mossi scuri, labbra del dio dei baci.

Eravamo conoscenti social da un bel po’, in seguito ad un evento che lo vide protagonista, mi aggiunse su fb. Poi instagram. Qualche like, nulla di più. Quasi un anno dopo lo sognai. Sì, sognai un perfetto sconosciuto. Fu talmente strano che mi venne naturale dirglielo. Iniziammo una chat estremamente brillante, che non si fermò nemmeno quando lui disse “vado ad un concerto con IL MIO FIDANZATO”.  Pensai che fosse molto bella la naturalezza del suo essere innamorato di un uomo. La chat si stoppò per un periodo, un periodo per me faticoso, altrettanto per lui, tanto da non sentirci. Poi una domenica brillò il telefono. Il simpatico Artista mi bussava dallo schermo. Gli raccontai dei miei pretendenti, che mi inseguivano in quel periodo e che annoiata rifuggivo, gli chiesi di vedersi quel martedì, lo avrei raggiunto dopo la palestra, mi piaceva, volevo assolutamente conoscerlo fuori dal social, nella realtà.

Quel martedì però iniziarono ad accavallarsi problemi lavorativi. Persone. Cose. Dovetti contattarlo per rimandare. Immantinente chiese allora di vedersi il giorno dopo. Ricordo distintamente che mi chiesi se questo fidanzato abitasse fuori zona, vista la disponibilità ad incontrarmi. Per caso domandai: “ma l’ho sognato o hai detto di essere fidanzato?

“Io sono single da due anni.”

Ripercorsi la nostra chat a ritroso. Gli avevo detto di tutto. Lui intendeva “il suo fidanzato” come il suo migliore amico, forte di una sua eterosessualità che, per chi non ci aveva mai parlato, era praticamente impossibile da scorgere. Gli avevo detto veramente di tutto, risposi anche alle sue domande più maliziose con estrema naturalezza e ora mi ritrovavo con un appuntamento che non volevo. Vibra il telefono. Un video. Lui, che mi fa vedere se stesso e le colline dove sta correndo. Un calore mi salì dallo stomaco fino alla radice del capello, sgranai gli occhi. PER NIENTE MALE QUA IL RAGAZZO. Bello come il sole, sorridente, scazzato. E MATTO. E io stavo per presentarmi all’appuntamento in tuta dopo la palestra. Tanto era gay. La fortuna era dalla mia, per una volta.

Ci vedemmo, parlammo, mangiammo, parlammo. Mi baciò, bene. Mi baciò bene fino a mattina. Ci salutammo, ma ci rivedemmo svariate volte. Il sesso era una gioia, sempre diverso, sempre vario, sempre allegro. Ero attratta da lui per questo suo essere qualcosa che lasciava appena intravedere, per quello che la fragilità di uno sguardo o la sincerità di una carezza urlano nonostante ciò che si dà a vedere. Ero curiosa di quello che c’era da scoprire. E lui lo era di me. Ci tuffammo, giocammo sott’acqua ma pure sopra. Adoravo spostargli i capelli dagli occhi e scoprirli così pieni di munificienza. Adorava accarezzarmi le gambe e fare disegni con le dita sulla mia pelle.

Come tutte le volte non lo rividi mai più, perchè le vita è questa, perchè è tutto in ciclo, perchè va bene così.

Un giorno aprimmo gli occhi e ci svegliammo da quel sogno.

Suona la sveglia. Apro gli occhi. Ma pensa tu chi sono andata a sognare. Quasi quasi glielo scrivo.

Aprile

Marzo è stato pazzerello, con quei riccioli discoli e quegli occhi al profumo di mare mi ha regalato molto. Marzo ha risvegliato i sensi, quelli che solo la primavera desta, quelli più profondi, Marzo ha toccato l’emotività, forse sopita da troppo. Concerti, parole, cuori rotti ricuciti, sorrisi e sole. Marzo mi distrae, dal solito Aprile che entra in casa di soppiatto, sono ancora avvolta da una coperta blu, cercando di contarmi i capelli, Aprile si sistema, in punta di piedi, come volesse non farsi sentire, stavolta. Me ne accorgo che è arrivato, ma mi accorgo anche della delicatezza con cui sta provando a non farsi notare, per cui lo assecondo. Canticchio una canzone “forse non è la felicità ciò che voglio, ma un percorso per raggiungerla” ed esco verso il sole. Aprile oggi vai bene anche tu.

Il 30 marzo

Il 30 marzo del 2011 era una splendida giornata di sole. Era primavera inoltratrata, si azzardavano le maniche corte.  Il sole scaldava le ossa, infreddolite dall’inverno. Io quel giorno ero nel Chianti, a godere delle colline, di lì a due giorni sarei partita per Barcellona, avevo 25 anni, un idiota che mi regalava qualche soddisfazione, un buon lavoro e progetti di vita spensierati e colorati.

Era una giornata perfetta, canticchiavo le canzoni del concerto visto due giorni prima, Caparezza. Mi sentivo così bene, così invincibile. Nel mio petto entrava vita, aria, energia e mi pervadeva ovunque.

Ero nel Chianti per un lavoro, con il mio collega, più amico che collega, che guidava in queste strade piene di verde. Il mio telefono squillò. La moglie norvegese di mio padre dagli Emirati Arabi con furore. Non gli rispondo, che le devo dire? Aspetta, se mi chiama magari è importante, perchè non mi ha chiamato mio padre?

“Hello?!”

“I’m Kristine, I’m in hospital, your father.. he suffered a cerebral hemorrhage”

“Che?”

“Come here. Hurry up”

Riattaccai il telefono. Iniziai a ridere istericamente. Il mio collega fermò la macchina, mi chiese se andasse tutto bene. Dissi di sì, provai a scendere. Non ci riuscii. Non andava tutto bene. Partii il giorno stesso per gli Emirati Arabi. Due giorni dopo, la notte fra il 1° e il 2 aprile, mio padre morì.

In un solo attimo, la mia vita cambiò. Fu un secondo. Il tempo di una telefonata con non più di quindici parole. Ho vissuto ovattata, ho vissuto momenti di isteria, di calma terribile, momenti di isolamento e momenti di rabbia. In un secondo solamente ho capito quanto tentare di vivere controllando le situazioni sia del tutto una perdita di tempo, di come le cose che reputiamo importanti in realtà non lo sono poi così tanto. E di come lo diventano cose che pensiamo possano succedere solo nei film. Diventai adulta nel giro di una manciata di parole, diventai grande tutta insieme. Forse fu la mia fortuna. Forse no. Ho imparato a lasciar fluire gli eventi e a reagire ad essi. A plasmarmi sulle cose, anzichè tentare di plasmarle io. A volte inciampo ancora, ma tiro sempre su la testa, anche grazie ad una squadra di persone costruita negli ultimi sei anni.

Però su tutte c’è una cosa che ho imparato e che ho cercato di fare mia: che le cose accadono ed è VITA anche la parte scomoda di questo viaggio pieno di salite faticose e impervie e discese allegre e spensierate.